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ASKA-TAFASCIO! - PER LA PROCURA, IL CENTRO SOCIALE ASKATASUNA, SGOMBERATO IERI, È "L'EPICENTRO" DI QUELLA "CAPITALE DELL'EVERSIONE" CHE È DIVENTATA TORINO - LO STABILE VENNE OCCUPATO NEL 1996 AL TERMINE DI UN CORTEO ED È DIVENTATO IL CUORE PULSANTE DELLE PROTESTE VIOLENTE DEI NO-TAV (LE FORZE DELL'ORDINE VENIVANO PRESE A SASSATE) CONTRO L'AZIENDA "LEONARDO" O IN FAVORE DELLA PALESTINA - NEL CENTRO SOCIALE ASKATASUNA SAREBBE STATO ARCHITETTATO L'ASSALTO ALLA SEDE DELLA "STAMPA" - GLI SCONTRI TRA POLIZIA E MANIFESTANTI DURANTE LO SGOMBERO...

 

 

IL NOME BASCO E LA GUERRIGLIA NO TAV STORIA (E PROCESSI) DEL CENTRO SOCIALE

Estratto dell'articolo di Paolo Coccorese per il "Corriere della Sera"

 

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All’alba, quando gli agenti hanno sfondato le porte dell’Askatasuna, all’interno del centro sociale più famoso di Torino c’erano studenti universitari. Nella scuola occupata, che il Comune voleva «legalizzare» trasformandola in un bene comune, nonostante in Procura venisse additata come l’epicentro della «capitale dell’eversione», si è realizzato un ricorso storico inaspettato.

 

«C’ero nel 1996, quando occupammo lo stabile al termine di un corteo antiproibizionista, in contrasto con quelli della “Pantera”, che si erano accordati con il Comune per trasformarlo in uno studentato pubblico, senza immaginare i 29 anni di lotte e iniziative che sarebbero seguiti», racconta Jasch Ninni, restauratore e consigliere di Vanchiglia, il quartiere che ieri si è svegliato in tenuta da guerra per lo sgombero.

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Mentre i muratori chiudevano gli accessi, tra gli autonomi scesi in strada non c’era aria di resa, in linea con uno slogan storico: «Non vi sappiamo dire come finirà, ma vi facciamo vedere come comincia». Askatasuna affonda le sue radici nella Torino post-industriale.

 

La prima occupazione è ai Murazzi, dove si coltiva il mito delle battaglie dell’Eta. Se oggi la colonna sonora è il trapper contro la polizia Baby Gang, allora era Sarri Sarri , l’inno irrequieto di una generazione di ribelli ispirato al poeta-militante Joseba Sarrionandia. Si gridava «Euskadi Ta Askatasuna»: da lì il nome, che vuol dire libertà.

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«Fa comodo ricondurre tutto sempre a noi. I militanti di un tempo non si vedono più e oggi sono soprattutto universitari. Non c’è nessun “sistema Aska”: semmai esiste il metodo autonomo di stare nei centri sociali, nel quartiere, tra giovani e proletari», raccontava al Corriere Torino Giorgio Rossetto, uno dei fondatori, in occasione dello scorso 8 dicembre, nel ventennale della «battaglia di Venaus», simbolo del movimento No Tav, «la regina di tutte le lotte» perché fonde ambientalismo e mito della resistenza popolare.

 

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Rossetto c’era anche nel 1999, l’anno del primo tentativo di sgombero. Durante il Primo maggio, criticando la sinistra e i bombardamenti su Belgrado, gli autonomi provano a prendere la testa della Festa dei lavoratori. La risposta delle forze dell’ordine è durissima ed è raccontata nel documentario Rosso Askatasuna, con i militanti sul tetto per impedire la liberazione dell’ex scuola comunale. Da allora il centro sociale è sempre in prima linea nelle manifestazioni antifasciste e nei picchetti contro gli sfratti, con uno sguardo rivolto alle resistenze internazionali in Kurdistan e in Palestina. [...]

 

La sentenza viene accolta tra grida e applausi e con una rivendicazione: «Siamo un’associazione. Ma a resistere». Fino a ieri, l’ultima notte e l’addio al progetto con il Comune. Sarà la vera fine? Chissà, anche perché un ex militante racconta: «La violenza non è mai stata un fine né un’estetica, ma una pratica legata a obiettivi politici. [...]

 

La rete solidale e gli assalti violenti i due volti del centro sociale più duro

Estratto dell'articolo di Maurizio Crosetti per "la Repubblica"

 

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I buoni aiutano i bambini ad addobbare gli alberi del corso, i cattivi sfasciano la redazione di un giornale. I buoni fanno la polentata e la pasta e fagioli per il quartiere, i cattivi seguono i cortei in ultima posizione e poi assaltano e rompono tutto, e ogni scusa è buona: Tav, Leonardo, primo maggio, Ogr, Palestina.

 

I buoni di Askatasuna hanno un'anima sociale e hanno appeso le foto dei partigiani alle finestre, i cattivi di Askatasuna non sanno neanche quello che dicono (tipo, "giornalista terrorista sei il primo della lista") e si sentono militanti di una guerriglia che non esiste. I buoni di Aska firmano il patto con la città, i cattivi di Aska non lo rispettano. E allora, cosa diavolo è davvero Askatasuna? [...]

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«Invece io vi dico che sono bravissimi ragazzi, la Bianca, la Cecca, io li conosco tutti, loro si impegnano per migliorare il borgo, per gli anziani e per i bambini». La signora Lucia Preve, 79 anni, detta "nonna Aska", ha montato un tavolino in strada e ha portato i thermos con tè e caffè.

 

«Peccato, oggi viene interrotto con la forza un percorso bello, io sono una maestra in pensione e so quello che dico. In questo quartiere non abbiamo spazi sociali, solo la strada, e i ragazzi di Askatasuna hanno aperto le loro porte per noi». Loro porte fino a un certo punto: lo stabile è occupato da quasi trent'anni. Erano stati in sessanta a venire, il primo giorno.

 

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Ma cosa si muoveva davvero qui dentro, oltre i portoni sbarrati, adesso, dai mattoni e dal cemento a presa rapida? I cineforum, i dibattiti su teatro e politica, oppure le riunioni per organizzare lo sfascio della città? Centro sociale o covo di aspiranti terroristi fuori tempo? Uno dei leader, Stefano Millesimo, la butta in politica per attaccare la politica medesima (qui è tutto un cortocircuito): «Ci siamo svegliati con un esercito davanti alla porta, è un chiaro segno della Meloni per bloccare la lotta per la Palestina».

 

Storie antiche, e chissà se i ragazzi con la stella sulle bandiere le conoscono. Chissà se sanno, buoni o cattivi non importa, che il quartiere Vanchiglia che ospitava Aska era detto il "borg dël fum", il borgo del fumo per le prime ciminiere di Torino tra il gasometro, e c'è ancora lo scheletro proprio qui davanti, e gli stabilimenti della Venchi e delle carrozzerie Farina.

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A due passi viveva Fred Buscaglione, e forse lo avrebbe intrigato fare musica per questi bizzarri soggetti, e al civico 38 di Largo Montebello abitava Eugenia Barruero che ispirò a De Amicis il personaggio della maestrina dalla penna rossa in Cuore (troppi buoni, indubbiamente, dentro quelle pagine).

 

Chissà se i ragazzi arrabbiati, buoni e cattivi probabilmente allo stesso modo, sanno che il palazzo da loro occupato ("okkupato"? Anche la grafia che anima questa storia trasuda di cose vecchie, scritte fuori moda sparate a spray) ospitò l'Opera Pia Raynero, ovvero sette istituti di beneficenza bombardati nel tremendo 1943: davano asilo, una ciotola di cibo caldo e qualcosa da mettersi addosso a orfani, vedove e poveri. Anche quella, soprattutto quella, una profonda vocazione sociale, ma senza alcun bisogno di sfondare vetrine in centro il sabato pomeriggio. [...]

 

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Ma alla fine è tutto così complicato, mescolato e ambiguo, i buoni propositi insieme alle cattive intenzioni. L'area "Autonomia Contropotere" e il collettivo femminista "Rosso Fuoco", il festival "Altri Mondi" (qui, nel 2023, con Zerocalcare e Alessandro Barbero, non proprio due pericolosi eversivi) ma anche la collana di agguati, battaglie, violenze, sangue, processi, sentenze: la prima è datata 1999, furono scontri al corteo del Primo Maggio, un classico quasi quanto il concertone. E poi i sassi in Valsusa, l'autostrada bloccata, i danni che ricadono sotto forma di disagi non banali su chi non c'entra niente. E allora, quanto è cattiva questa specie di bontà? Askatasuna vuol dire, in basco, libertà. Forse, non quella di fare proprio tutto ciò che garba.

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