giovanni falcone mario mori

FALCONE FU UCCISO PERCHE’ AVEVA CAPITO CHE STATO, MAFIA E IMPRENDITORI FACEVANO AFFARI - FILIPPO FACCI: “LA RAGIONE ASSODATA (ANCHE DA SUCCESSIVE SENTENZE) PER CUI FU UCCISO FALCONE E PER CUI LO ERA STATO SALVO LIMA E PER CUI LO SARÀ BORSELLINO: L'INFORMATIVA “MAFIA APPALTI” CHE SARÀ CONCAUSA DI TUTTA LA STAGIONE STRAGISTA. IL RESPONSABILE DELL'INFORMATIVA, IL GENERALE MARIO MORI, AVEVA SVILUPPATO UN'INDAGINE SULLE GARE DEGLI APPALTI PUBBLICI E VENNE FUORI CHE TRA MAFIA E IMPRENDITORIA E POLITICA LE ULTIME DUE NON ERANO VITTIME, MA PARTECIPI. NELL’INFORMATIVA SI PARLAVA DI ANGELO SIINO, DEFINITO ‘IL MINISTRO DEL LAVORI PUBBLICI DI COSA NOSTRA’, CHE AFFERMERÀ: ‘FALCONE AVEVA COMPRESO CHE DIETRO LA QUOTAZIONE IN BORSA DEL GRUPPO FERRUZZI C'ERA EFFETTIVAMENTE COSA NOSTRA’”

Filippo Facci per “Libero quotidiano”

 

FRANCESCA MORVILLO GIOVANNI FALCONE

Il perché uccisero Giovanni Falcone è scritto nero su bianco, ma tutti guardano altrove. Il 2 dicembre 1991 l’intero corpo dei magistrati scioperò «contro Cossiga, Falcone e la sua superprocura». Giacomo Conte, ex del pool antimafia di Palermo, il 6 giugno aveva definito il progetto della superprocura «quanto di più deleterio sia stato pensato in tempi recenti».

 

La vera coltellata però era stata la pubblica lettera che annoverava, tra i primi firmatari, colleghi e amici come Antonino Caponnetto e Giancarlo Caselli e persino Paolo Borsellino: «Ci accomuna la convinzione che lo strumento proposto sia inadeguato, pericoloso e controproducente... fonte di inevitabili conflitti e incertezze». Seguivano 60 firme, data 23 ottobre 1991.

STRAGE DI CAPACI

 

Falcone fu accusato di essersi venduto a Martelli, al potere politico. Per il resto, tutte le accuse di Leoluca Orlando risulteranno lanciate a casaccio. Il il 26 settembre 1991, al Maurizio Costanzo Show, ad attaccare Falcone toccò il sodale di Orlando, Alfredo Galasso: «L'aria di Roma ti fa male», gli disse. Si scagliò contro Falcone anche il direttore de il Giornale di Napoli, Lino Jannuzzi: «Falcone e Gianni De Gennaro... dovremo guardarci da due Cosa Nostra, quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma».

 

GIOVANNI FALCONE

De Gennaro, ex capo della Polizia, collaborò con Falcone e nel 1984 si era occupato dell'estradizione dal Brasile di Tommaso Buscetta. Tra gli articoli più vergognosi ce ne fu uno di Sandro Viola su Repubblica: «Falcone è stato preso da una febbre di presenzialismo... fumose, insopportabili logorree... Articoli, interviste, sortite radiofoniche, comparse televisive. E come se non bastasse, libri: è uscito da poco, infatti, un suo libro intervista dal titolo accattivante, un titolo metà Sciascia e metà serial televisivo, "Cose di Cosa Nostra"... non si capisce come mai il dr. Falcone... non ne faccia la sua professione definitiva, abbandonando la magistratura. Scorrendo il libro s' avverte (anche per il concorso d'una intervistatrice adorante) proprio questo: l'eruzione d'una vanità, d'una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste dei guitti televisivi».

 

giovanni falcone pietro grasso

Nota: il libro Cose di Cosa Nostra (Rizzoli 1991) è il longseller sulla mafia più venduto della storia, eternamente ristampato; «l'intervistatrice adorante» è invece la francese Marcelle Padovani, già corrispondente del Nouvel Observateur e al tempo moglie del segretario nazionale della Cgil, Bruno Trentin. Il volume scritto con Falcone spiegava per la prima volta la vera struttura di Cosa Nostra. Nell'ultimo capitolo, il sesto, Falcone dice: «In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere».

 

IL RUOLO DI ORLANDO

giovanni falcone

Due mesi prima che Falcone saltasse in aria, il 12 marzo 1992, L'Unità fece scrivere da un membro del Csm un intervento così titolato: «Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché». Lucio Tamburini sul Resto del Carlino: «Inaffidabile e Martelli-dipendente». Contro di lui non mancava proprio nessuno.

 

Il 3 febbraio 1992, persino i componenti della sezione Lombarda del Movimento «Proposta '88» scrissero a Falcone (loro collega di corrente) per dirgli che «non apprezziamo la politica del ministro Martelli ma tu gli sei pubblicamente a fianco e ne rendi credibili parole e prese di posizione, e anche perché alla gran parte di noi non piace la superprocura nazionale». Quella che, in pochi anni, permetterà di sconfiggere la mafia stragista per sempre.

 

strage di capaci

Oggi riesce difficile immaginare quanto la figura di Falcone distasse da quella a cui oggi si intitolano scuole, vie e monumenti. Chi lo avversava, nel 1992, sembrava che letteralmente non sapesse chi era.

 

Chi oggi l'ha trasformato in un'icona, probabilmente, ne sa ancor meno.

Gli aveva voltato le spalle, come detto, anche il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, questo dopo che un pentito, Giuseppe Pellegriti, aveva accusato l'andreottiano Salvo Lima di essere il mandante di una serie di delitti; però Falcone aveva fiutato la calunnia e non abboccò. Tanto bastò a Orlando per decidere che il giudice volesse proteggere Andreotti e Lima.

 

claudio martelli giovanni falcone 5

«Orlando era un amico», racconterà Maria Falcone, sorella di Giovanni. «Erano stati amici, avevano pure fatto un viaggio insieme in Russia». «Orlando ce l'aveva con Falcone», ha ricordato l'ex ministro Claudio Martelli ad Annozero di Michele Santoro, nel 2009, «perché aveva riarrestato l'ex sindaco Vito Ciancimino con l'accusa di essere tornato a fare affari a Palermo con sindaco Orlando: questo l'ha raccontato Falcone al Csm per filo e per segno». Il fatto è vero: fu lo stesso Falcone, in conferenza stampa, a spiegare che Ciancimino era accusato di essere il manovratore di alcuni appalti col Comune sino al 1988.

 

claudio martelli giovanni falcone 4

Durante una puntata di Samarcanda condotta da Michele Santoro, il 24 maggio 1990, Orlando scagliò l'accusa: Falcone- disse- ha dei documenti sui delitti eccellenti ma li tiene chiusi nei cassetti. Una menzogna che verrà ripetuta a ritornello. Falcone dovrà difendersi al Csm dopo un esposto presentato da Orlando.

 

Intanto Saverio Lodato, corrispondente dell'Unità e classico «mafiologo» di alterne militanze, intervistava ripetutamente Orlando. Poi, Falcone dovette pure difendersi al Csm anche dalle accuse della Dc andreottiana che lo volevano complice dei fratelli Costanzo: il 15 ottobre 1991 raccontò che i due fratelli - primo gruppo di costruttori in Sicilia - non erano organici alla mafia: ne conoscevano i meccanismi, ma il loro contributo era molto più importante sul fronte delle tangenti. Uno dei due fratelli gli stava raccontando tutto il sistema dell'isola, ma poi il procuratore capo Antonino Meli l'aveva fatto arrestare per mafia. E si fermò tutto.

giovanni falcone paolo borsellino

 

SALDARE IL CONTO

 Forse la storia di Tangentopoli poteva essere scritta molto tempo prima delle confessioni di Mario Chiesa: «All'imprenditore più forte della Sicilia è stato impedito di poter denunciare che in Sicilia tutti gli altri pagano tangenti... eravamo appena agli inizi... È tutto documentato». «Quel giorno», racconterà Francesco Cossiga al Corsera, «uscì dal Csm e venne da me piangendo».

 

giovanni falcone

Cosa nostra in ogni caso aveva già deciso di saldare il conto. Mentre a Roma si discuteva su come impedire a Falcone qualsiasi nomina, Giovanni Brusca stava già facendo dei sopralluoghi sull'autostrada Palermo-Trapani. Risulta anche un'interrogazione presentata al Senato dal radicale Piero Milio che chiedeva lumi su quale «somma urgenza» aveva spinto l'impresa «Di Matteo Andrea» a eseguire dei lavori proprio nel tratto autostradale di Capaci dal 27 settembre 1991 al 31 marzo 1992, dove il mafioso Antonino Gioè (poi suicidatosi in carcere) risultava nel ruolo di magazziniere. Non ebbe risposta.

 

Poi, il 23 maggio 1992, sappiamo com' è andata. Eppure anche i quotidiani di questi giorni, nelle loro commemorazioni vecchie di vent' anni, ignorano la ragione principale ormai assodata (anche da successive sentenze) per cui fu ucciso urgentemente Falcone e per cui lo era stato Salvo Lima e per cui lo sarà Paolo Borsellino: l'informativa «mafia appalti» che sarà concausa anche di tutta la successiva stagione stragista.

giovanni falcone

 

Il responsabile dell'informativa, il generale Mario Mori, già fondatore dei Ros dei Carabinieri (Raggruppamento operativo speciale) e protagonista della cattura di Totò Riina, l'aveva consegnata a un Falcone «entusiasta» anche perché si parlava nel dettaglio di Angelo Siino, definito «il ministro del lavori pubblici di Cosa Nostra», la quale, scrisse Mori, «temeva gli attacchi alle sue attività economiche che gli consentivano di sostenersi e di ampliare il proprio potere. Individuai nella gestione e nel condizionamento degli appalti pubblici il canale di finanziamento più importante dell'organizzazione. Angelo Siino era l'uomo di Cosa Nostra incaricato di gestire i rapporti con gli altri protagonisti dell'affare appalti».

giovanni falcone ospite del maurizio costanzo show

 

Insieme a Falcone, Mori aveva sviluppato un'indagine sulle gare degli appalti pubblici e venne fuori che tra mafia e imprenditoria e politica le ultime due non erano vittime, ma partecipi. Si arrivò a risultati concreti addirittura prima che l'inchiesta Mani Pulite prendesse corpo, come confermato dallo stesso Antonio di Pietro in dichiarazioni processuali.

 

GLI APPALTI

giovanni falcone paolo borsellino

Falcone portò l'informativa al procuratore capo Pietro Giammanco il 20 febbraio 1991, ma non se ne seppe più nulla. Si sa che l'informativa lasciò misteriosamente l'ufficio di Giammanco. Falcone ne riparlò il 15 marzo durante un convegno pubblico al castello Utveggio di Palermo: «La materia dei pubblici appalti è la più importante... consente di far emergere l'intreccio tra mafia e imprenditoria e politica... La mafia è entrata in Borsa».

 

Fu questo, come affermerà il citato «ministro del lavori pubblici di Cosa Nostra» Angelo Siino, a mandare in bestia vari imprenditori legati alla mafia: «Falcone aveva compreso che dietro la quotazione in Borsa del gruppo Ferruzzi c'era effettivamente Cosa Nostra». Sta di fatto che il dossier nell'agosto «Mafia-appalti» 1991 passò nelle mani del democristiano andreottiano Salvo Lima che lo mostrò subito al mafioso Angelo Siino: accadde nella sede della Dc di via Emerico Amari. Il successivo omicidio di Lima partì da lì.

ilda boccassini giovanni falcone

 

Lo pensavano Falcone e anche Paolo Borsellino. Lo ha confermato la recente sentenza del processo «Borsellino Quater» a proposito della decisione di Cosa Nostra di eliminare i due giudici. Lo ha fatto, circa l'inizio della strategia stragista, anche il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso nel 2012. È ciò che fece disperare Paolo Borsellino, che dopo la strage di Capaci sapeva di avere le ore contate.

 

Eppure, anche in questi giorni, i quotidiani commemorano la strage di Capaci incaricando imbucati come Saviano o intervistando parenti rinconglioniti, o azzardando complicatissimi depistaggi e piste nere che portino a «mascariare» i nemici del presente. Peggio di non conoscere il passato c'è il non volerlo conoscere.

GIOVANNI FALCONE GIANNI DE GENNAROMARIO MORIclaudio martelli giovanni falcone

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