FILIPPO FACCI E IL RACCONTO DEL SUO ESAME DA GIORNALISTA: “NELL’AUTUNNO 1993 RIMASI MOLTO MALE QUANDO UNA COLLEGA MI DISSE CHE IL MIO NOME, TRA I PROMOSSI DELL’ESAME SCRITTO, NON C’ERA. TRA QUELLE PROPOSTE, AVEVO SCELTO LA TRACCIA SUL COSIDDETTO ‘NUOVISMO’ MATURATO DOPO MANI PULITE, ANCHE SE L’ENFASI DELLA TITOLAZIONE AVREBBE DOVUTO INDURMI A PIÙ MITI CONSIGLI. IO INVECE NON AVEVO RESISTITO, E AVEVO CITATO ANCHE CHI ERA SCIVOLATO SULL’INCHIESTA DOPO AVERLA CAVALCATA, TIPO I MARTELLI E I LA MALFA. IN BUONA FEDE, MA ERO UN COGLIONE. ERO CONVINTO CHE SE UN PEZZO È SCRITTO BENE RIMANE TALE INDIPENDENTEMENTE DAI CONTENUTI: ERA L’ESAME PER DIVENTARE GIORNALISTI, NON UN TRIBUNALE MORALE. PERÒ MI BOCCIARONO. POI PERO’…”
Dall’account Facebook di Filippo Facci
EGO/BIO - IL MIO ESAME DA GIORNALISTA
Nell’autunno 1993 rimasi molto male quando la collega Cristina Bassetto, all’«Avanti!», mi disse che il mio nome, tra i promossi dell’esame scritto da giornalista, non c’era. Mi sembrò impossibile. Avevo fatto la prova scritta in autunno, a Roma, e pensavo di aver svolto un buon tema.
Tra quelle proposte, avevo scelto la traccia sul cosiddetto «nuovismo» maturato dopo Mani pulite, anche se l’enfasi della titolazione avrebbe dovuto indurmi a più miti consigli. Io invece non avevo resistito, e avevo citato anche chi era scivolato sull’inchiesta dopo averla cavalcata, tipo i Martelli e i La Malfa.
In buona fede, ma ero un coglione. Ero convinto infatti che se un pezzo è scritto bene rimane tale indipendentemente dai contenuti: era l’esame per diventare giornalisti, non un tribunale morale.
Però mi bocciarono.
L’esame si può ridare tre volte, e per sicurezza pensai di iscrivermi ai corsi di preparazione organizzati dall’Ordine della Lombardia. Il primo giorno, il relatore Franco Abruzzo invitò tutti gli studenti a parlare di sé, come fanno nei college americani, uno alla volta e in ordine alfabetico. Il tizio che mi precedeva disse di essere un praticante d’ufficio, com’ero io, e fu rimproverato aspramente: «Il giorno dell’esame orale», disse Abruzzo, «i praticanti d’ufficio è meglio che non segnalino di esserlo».
filippo facci alla scala con la maschera di alessandro sallusti
Spiegò che l’Ordine nazionale non li vedeva di buon occhio. Poi toccò a me. Mi alzai e dissi: «Allora è meglio che io rinunci all’esame, perché non sono solo un praticante d’ufficio, sono un praticante d’ufficio dell’“Avanti!”».
La sala esplose in un boato di risate e applausi che, senza esagerare, durarono almeno un minuto. Abruzzo si intenerì. Prese a decantare le nobili radici del quotidiano socialista, questo mentre altri mi stringevano la mano e si complimentavano per la battuta. Ma non era una battuta.
Nel febbraio 1994 invece lo scritto per l’esame da giornalista professionista, questa volta, era andato bene. Avevo scelto un tema neutro: l’analisi di un decreto legge, il decreto Gargani. A tradurre le cose di giustizia in un linguaggio decente me la cavavo, e poi sorpresa: avevo preso il voto più alto di tutta la sessione. Strano, a pensarci. Un po’ amaro. Due mesi prima mi avevano bocciato allo scritto e adesso ero diventato il migliore di tutti. Avevo imparato a scrivere in due mesi.
La prova orale seguì di lì a poco, sempre a Roma. Funzionava così: si partiva con la discussione di una tesina scritta su un argomento a scelta del candidato e poi la commissione faceva qualche domanda su sciocchezze di storia del giornalismo (roba facile) oppure su qualsiasi altra cosa, così, come veniva, era come il giro d’onore, la parte più difficile dell’esame era considerata lo scritto.
Il giorno in cui toccò a me, a Roma, era il 14 febbraio.
I commissari sbirciarono il voto dello scritto e parvero compiacersi: «Si vola alto», disse una commissaria.
Poi incominciammo. «Vuol dirci il titolo della sua tesina?». E io glielo dissi, il titolo della mia tesina. Ed è anche inutile che ora tenti di riguardarmi col senno di poi: la mia tesina era quella, e quello ero io. E io, a quella commissione d’esame, composta da magistrati e giornalisti, con un magistrato come presidente, presentai la mia tesina titolata «Commistioni tra magistrati e giornalisti nell’inchiesta Mani pulite». Ecco.
Tutti statue di sale.
E statue di sale anche quelli che aspettavano il loro turno o erano venuti solo a sbirciare. Esterrefatto lo sguardo di Monica Gasparini, una collega di Mediaset che si era fidanzata con un giornalista simpaticissimo che avevo conosciuto a Monza, Alberto D’Aguanno. La presidente della commissione si era allontanata, e venne frettolosamente richiamata. Si sedette e disse esattamente: «Come? Come...?».
Il sale c’era, mi arrostirono. La mia tesina non faceva una piega, era basata su pubblicistica di settore (in primis la rivista
«Prima Comunicazione» e qualche articolo di giornale) e poi ci avevo messo del mio, tutto quello che sapevo e avevo vissuto. La tesina fu presa per quello che era, o che sembrò: una provocazione.
Dopo un acceso quarto d’ora, mentre cercavo di esporne il contenuto e i volti dei commissari si deformavano, si passò alle domande. Le ricordo come se fosse ieri.
Nessuna domanda sulla storia del giornalismo. Subito attualità: chi ha vinto il mondiale di slittino questa mattina? Attenzione: lo sapevo. Risposi. Ne avevano parlato durante una rassegna stampa televisiva che avevo seguito nella mia camera d’albergo; l’avevo sentito per caso, lo ricordavo, risposi. Ma sembrava quasi che gli avesse dato fastidio, che avessi risposto. Come se rispondere fosse stato un altro modo di provocarli.
Forse c’era stato un malinteso. Forse era una battuta e non me n’ero accorto. Lo slittino, in effetti. Che cazzo di domanda. E venne la seconda, di domanda: può farci una mappatura aggiornata dell’ex Jugoslavia? Una mappatura aggiornata. Dell’ex Jugoslavia. E lì era un casino vero. Negli ultimi due anni era cambiata almeno quattro volte, c’erano degli Stati che sparivano e risorgevano come funghi in ottobre, poi con nomi complicati: ma in geografia ero bravo. Me la cavai in qualche modo, anche se mi nominarono due staterelli che non avevo mai sentito. Vabbè.
Terza domanda: può farci una mappatura aggiornata dell’ex Unione Sovietica? E qui compresi che volevano fottermi e basta. Lo slittino. L’ex Jugoslavia. La prossima sarebbe stata la Via Lattea.
L’ex Unione Sovietica era difficile per davvero. Cominciai dai più facili, ma non mi venivano. Dei cinque Stati che finivano per «istan» ne ricordavo solo due. Loro intanto mantenevano un’espressione seriosa e pensai che forse non la conoscevano neanche loro, la mappatura; non ci credevo che fossero tutti in grado di mappare l’ex Unione Sovietica come se fossero le regioni d’Italia. Le facce contegnose.
Mi volevano bocciare.
Aggiunsi un altro paio di Stati, ma chissà quanti ne mancavano. Silenzi crescenti. Pensai che l’unica possibilità fosse provare a rovesciare il banco partendo non dalle cose più facili, ma dalle poche particolari e difficili che conoscevo e che dovevo giocarmi. «Oblast’ di Kaliningrad», dissi.
Vidi espressioni perplesse e cominciai a pensare che poteva funzionare.
«Kaliningrad è una città», disse un tizio con i baffi, quello che sembrava il più anziano, sulla settantina. Due commissarie cominciarono a parlottare; «Sì», risposi, «Kaliningrad è la capitale... scusi, no, è il capoluogo dell’Oblast’ di Kaliningrad». Quattro o cinque secondi di silenzio.
«Ma non è ex Unione Sovietica», disse quello con i baffi, forse l’unico che sapeva di che cosa stessimo parlando, «è tra Lituania e Polonia, e non è uno Stato, l’ha detto lei, è un Oblast’».
Allora io: «È uno Stato, si parla russo, si entra con passaporto russo. Poi ecco, non l’avevo detto, l’ha detto lei: la Lituania». «È un Oblast’, non è ex Unione Sovietica», insisteva lui, «non è uno Stato, non confina con l’Unione Sovietica».
E io: «Appartiene alla Russia, ex Unione Sovietica, poi voi mi avete chiesto una mappatura, non l’elenco degli Stati. E scusi, che c’entrano i confini? Le Hawaii allora non sono Stati Uniti? L’Alaska non è Stati Uniti?».
«Basta!», intervenne la presidente, la magistrata, «ne dica un altro paio che poi cambiamo argomento».
Quelli che intanto assistevano alle mie spalle erano in un silenzio tombale: l’orale in genere durava quindici minuti, e io sbirciai l’orologio, stavo per superare l’ora. «Allora», dissi, «Transnistria». «Eh?», rise una commissaria; «Non è riconosciuta dall’Onu», obiettò il baffuto che quasi rideva anche lui. «Allora Bologna», e qui il baffuto sorrise proprio.
«Basta!», intervenne incazzata la presidente, «passiamo al diritto». E lì seguirono dieci minuti di quelli brutti.
Non ricordo neanche bene tutto quello mi chiese, sarebbe come ricordare delle parole di una lingua che non conosci; a un certo punto mi domandò che cos’era un incidente probatorio e io mi sentii sollevato perché lo sapevo, o credevo di saperlo; invece no, ogni risposta o spiegazione che davo la presidente me la contestava leziosamente, diceva che stavo sbagliando. Ormai era tutto surreale.
«Che differenza c’è», mi chiese, «tra la 354, il 41bis e il 4bis?».
E qui m’incazzai: «Scusi, però che c’entra, che c’entrano tra loro? La 354 non c’è più, allora potrei dire che il 41bis l’ha sostituita, ma lei direbbe che sbaglio; la 4bis poi è tutta un’altra cosa perché riguarda i i benefici di legge, è come chiedere che differenza c’è tra una pera e un cavallo». Ricordo di preciso: dissi una pera e un cavallo.
Borbottii, brusii, quello con i baffi si toccava i baffi, era chiarissimo che la maggior parte dei commissari non capiva assolutamente niente di che cosa stessimo dicendo, insomma non finì bene.
Il mio esame terminò dopo un’ora e un quarto. Quando mi alzai e passai tra la gli esaminandi, quelli che erano in piedi, si aprirono come al passaggio di un eletto o di un appestato.
Andai ad aspettare in un corridoio dove si poteva fumare.
Anche la camera di consiglio si protrasse per un’ora secca rispetto al quarto d’ora medio.
Lo slittino. L’Oblast’. La Transnistria. Una sigaretta. Due sigarette.
Molte sigarette.
Finalmente dopo un bel po’ mi raggiunse un commissario concitato, camminava a gambe larghe, era quello con i baffi ed era più alto di me, non l’avrei detto, mi diede una forte pacca sulla spalla e mi disse: «Ce l’abbiamo fatta».
Disse così: «Ce l’abbiamo».
Mi fece capire che si erano scannati e che lui mi aveva difeso per tutto il tempo, che la presidente voleva bocciarmi ma che lui le aveva detto che tutte quelle cose di diritto non le sapeva neanche lui, non le sapeva nessuno, che io avevo fatto uno scritto superlativo su un tema tra diritto e politica, e che degli Stati russi forse ne sapevo più di loro, e insomma, era chiaro che ce l’avevano con me solo per la tesina, e insomma», disse, «io lavoravo agli esteri dell’“Avanti!” con direttore Ugo Intini, vaffanculo», e mi diede un’altra pacca, si girò e se ne andò, le gambe larghe, e mi spiace ancora oggi, pazzescamente,
di non avergli neanche chiesto come si chiamava.
Ricordo solo che mi guardavo le gambe perché mi tremavano come non avevo mai visto.
Poi uscii e mi affacciai sul Tevere, avevo nausea di me stesso e agognavo la massima normalità possibile per tutto, per ogni cosa, da giornalista normale, anzi professionista normale, con una vita normale.










