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GRAFFITO FATALE – A MILANO WRITER 19ENNE DI ORIGINE RUSSA TRAVOLTO E UCCISO DA UN TRENO, AVEVA ACCOMPAGNATO UN AMICO A FARE UN DISEGNO (VIDEO) – LUI SE L’E’ CAVATA CON GRAVI FRATTURE: “UN TRENO LO ABBIAMO VISTO, ERAVAMO SICURI DI FARCELA. NON ABBIAMO SENTITO L’ALTRO ARRIVARE”

 

 

Cesare Giuzzi per il “Corriere della Sera”

 

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Terzo piano, reparto di Ortotraumatologia del Niguarda. Corridoio di destra, terza stanza, letto numero cinque. Gabriele Giacobbe, 21 anni, indossa una vestaglia e fissa la luce della finestra. L’altro letto è vuoto, le lenzuola bianche sono rimboccate fino al petto. Una gabbia le tiene sollevate in corrispondenza della gamba destra. Ha una frattura scomposta a tibia e perone. Nei prossimi giorni sarà operato. È imbottito di antidolorifici. Gli amici circondano il letto, lui stringe la mano alla mamma e al papà: «Non volevo, scusate. Perdonatemi».

 

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Ogni volta che i farmaci gli permettono di riprendere un po’ di lucidità torna ad afferrare i genitori. «È passato un treno. Lo abbiamo visto. Eravamo certi di farcela, dovevamo solo attraversare due binari. Non abbiamo sentito l’altro arrivare. Era alle nostre spalle. Pioveva». Il regionale 10886, partito dalla stazione Porta Garibaldi di Milano e diretto a Lecco, lo ha colpito a una gamba. Nell’impatto le ossa si sono frantumate ma Gabriele ha avuto la fortuna di cadere sulla massicciata lontano dai binari. Ha avuto, però, il tempo per vedere il corpo dell’amico Svyatoslav Naryshev, 19 anni, origini russe, volare dieci metri più avanti.

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«Slav era ancora vivo. Ho preso il cellulare, l’ho usato per fare luce, per farmi notare. Non riuscivo a muovermi. Ho gridato». Le 22.20 di mercoledì sera. Le urla vengono sentite da alcuni abitanti dei palazzi che si affacciano sui binari e sul cavalcavia di via Buozzi, al confine tra Sesto San Giovanni e Milano. Arrivano i soccorsi del 118 e i vigili del fuoco creano con le scale un passaggio oltre la recinzione. Il 19enne è immobile, in mezzo alla linea ferroviaria. Il suo cuore smette di battere dopo pochi minuti.

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Il giovane viveva a Sesto San Giovanni insieme ai genitori. La madre è russa, anche lei originaria di San Pietroburgo, il compagno italiano. Adorava lo skateboard e la palestra. Il suo profilo Facebook racconta la storia di un ragazzo felice di vivere in Italia ma molto legato alle origini russe. I pomeriggi passati con lo skate nel piazzale della stazione Centrale.

 

La passione del writing è dell’amico Gabriele. Abita poco lontano, a Cinisello Balsamo. Disegna sui muri da tempo, non è uno sprovveduto. Mercoledì sera aveva appena terminato un «pezzo» su una parete di cinta della ferrovia che corre verso la stazione di Greco Pirelli, alla periferia nord di Milano. I poliziotti del commissariato di Sesto durante i rilievi hanno trovato sulla massicciata undici bombolette. «Slav non disegnava. Era venuto a vedermi. Non l’ho costretto, ha scelto lui di venire a farmi compagnia. Non so come perdonarmelo».

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Insieme a Gabriele e Svyatoslav doveva esserci un altro ragazzo. «Gli avevo detto che sarei andato anch’io — racconta Davide, venuto a far visita all’amico Gabriele —. Pioveva e sono rimasto a casa. Mi sono salvato? Questa tragedia cambia tutto per tutti. Sai che c’è il pericolo, ma pensi che a te non succederà. Poi bastano due secondi e tutto cambia. Per sempre e per tutti».

 

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Il papà di Gabriele, scherzo del destino, lavora in un deposito delle Ferrovie Nord a Novate milanese. Nel corridoio dell’ospedale calcola con i passi la distanza tra i binari e il muro di cinta: «Sarà stato un metro...». I genitori hanno un’altra figlia, più grande, che aspetta un bambino: «Non è stato facile dirglielo». Secondo le indagini della polizia ferroviaria sembra che i ragazzi siano passati attraverso un buco nella recinzione.

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Il varco è una piccola grata di metallo. Per entrare bisogna accovacciarsi, ma il passaggio è noto nel mondo del writing milanese. «Ci sono i muri liberi, quelli del Comune — racconta la madre —, ho sempre detto a Gabriele di accontentarsi di quelli. Che era inutile rischiare la vita».

 

La donna ricorda la telefonata dei soccorritori: «Era quasi l’una, Gabriele era uscito in macchina. Mi sono alzata per chiamarlo, per sentire come mai non fosse ancora rientrato. In quel momento è arrivata la telefonata: venga, suo figlio ha avuto un incidente. Mi s’è gelato il sangue. In ospedale ci hanno detto che era morto un altro ragazzo».

 

Il corpo minuto della donna si stringe per trovare la forza di pronunciare le ultime parole: «Mi crede? Le giuro che non so cosa fare. Non so cosa dire alla famiglia di quel ragazzo: noi neppure lo conoscevamo. Gabriele dice che era un amico; ne ha tanti, noi ne conosciamo tre o quattro. Vorrei andare al funerale, ma ho paura che per i genitori sia ancora più difficile vederci. Questo peso ci sta schiacciando».

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