QUANTI ADOLESCENTI DOVRANNO SUICIDARSI PRIMA CHE SI MUOVA UN DITO CONTRO IL DIGITAL-BULLISMO?

Alessandra Rizzo per "La Stampa"

«Se muori nessuno se ne accorgerà», le avevano scritto sul social network ask.fm. Invece la morte di Hannah Smith, ragazza di 14 anni che si è tolta la vita dopo essere rimasta vittima di cyber-bullismo, ha sconvolto la Gran Bretagna.

Hannah era una ragazza come tante, abituata a stare su internet e a passare tempo sui social network. «Vivace, allegra, molto espressiva. Era solo una teenager ed era molto, molto contenta» ha raccontato il padre. Ma la giovane, di Lutterworth, nel Leicestershire, era diventata oggetto di insulti, abusi e perfino minacce online. Sopraffatta, venerdì scorso Hannah si è impiccata.

Solo il giorno prima, aveva postato una fotografia che era quasi una disperata richiesta di aiuto: «Pensi di voler morire, ma vuoi solo essere salvata». Un'amica della ragazza ha spiegato come gli insulti spesso riguardassero la sua famiglia o l'aspetto della giovane. «Sapevo cosa stava succedendo, ma lei insisteva che non le dava fastidio» ha raccontato Georgia Clarke.

Ask.fm è un sito di domande e risposte molto usato dai teenagers poiché consente agli utenti di inviare messaggi senza svelare l'dentità. È stato il papà di Hannah a scoprire gli insulti sulla pagina della figlia. Adesso chiede risposte al governo. «Quanti altri adolescenti dovranno suicidarsi a causa degli abusi online, prima che venga fatto qualcosa?».

«Ask.fm e altri siti simili guadagnano milioni sulla miseria delle persone. Faccio appello a David Cameron, come primo ministro e come padre, affinché si assicuri che questi siti siano regolamentati così da evitare che il bullismo possa colpire persone vulnerabili come mia figlia».

Ask.fr, che conta circa 60 milioni di utenti ed ha base in Lettonia, ha parlato di «autentica tragedia» e si è detto pronto a collaborare con l'indagine.

Quello di Hannah è solo l'ultimo caso a scuotere la Gran Bretagna. In autunno due studentesse irlandesi, di 15 e 13 anni, si suicidarono dopo essere rimaste vittime di bullismo sullo stesso sito. E in Italia, è ancora vivo il ricordo di Carolina la quindicenne di Novara che si è uccisa dopo essere stata oggetto di cyberbullismo sul web.

2 - "ANCHE MIA FIGLIA NON HA RETTO A QUELLA PRESSIONE CONTINUA"
Barbara Cottavoz per "La Stampa"

«Nessuno mi ridarà mia figlia ma bisogna fare qualcosa per fermare questo massacro»: il suicidio della ragazzina inglese perseguitata su un social network l'ha fatto ripiombare al 5 gennaio. Paolo Picchio è il papà di Carolina, la 14enne novarese che si gettò dal balcone di casa dopo mesi di insulti on line.

Sei ragazzini tra i 13 e i 15 anni che avrebbero postato immagini imbarazzanti sono sotto inchiesta: violenza sessuale, diffusione di materiale pedopornografico e morte come conseguenza di un altro reato. Picchio ha accettato l'invito della senatrice Pd Elena Ferrara, insegnante di «Caro», di collaborare con lei in un progetto contro il cyberbullismo.

Che cosa si può fare?
«Aumentare i controlli sui social network: non sono ammissibili l'anonimato e l'insulto. Poi bisogna educare. Ad esempio utilizzare l'ora di religione o di educazione civica per insegnare ai ragazzi come usare i social network».

Uno strumento che gli adolescenti spesso sottovalutano.
«Infatti. Ora i ragazzini che insultavano mia figlia dicono "Ma io non pensavo di fare così male". Se nessuno glielo spiega non capiranno mai»

Come si spiega il loro comportamento?
«Ancora adesso mi sto chiedendo perché dei ragazzi abbiano il solo obiettivo di insultare. Probabilmente i social network sono il paravento che fa esplodere le frustrazioni di chi mai, di persona, avrebbe il coraggio di dire certe cose».

Aveva avuto sentore di quanto stava succedendo a Carolina?
«Nessuno di noi in famiglia sospettava nulla e nemmeno la sua migliore amica. Mai avrei immaginato che mia figlia sarebbe arrivata a un gesto simile: era una ragazza, espansiva, amava lo sport. Lei è arrivata alla morte. Ma chissà quanti altri stanno soffrendo per persecuzioni simili».

 

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