AL QAEDA TRA NOI – NEL NEGOZIO DI OLBIA DI SULTAN WALI KHAN, ARRESTATO L’ALTRO GIORNO, TROVATO IL GIURAMENTO DEI KAMIKAZE: “IL CORPO È PRONTO, È L’ARMA” – L’IPOTESI CHE INSIEME AGLI ALTRI FERMATI VOLESSE PREPARARE UN ATTENTATO AL G8 POI SPOSTATO ALL’AQUILA

Fabio Tonacci per “la Repubblica

 

ARRESTI AL QAEDAARRESTI AL QAEDA

C’era un pezzo di carta scritto in farsi, sulla scrivania di Sultan Wali Khan quando due poliziotti per la prima volta entrarono nel suo “Mondo Bazar” ad Olbia, nel 2005. Era scritto a penna, su un foglio bianco. «Il corpo è pronto, è l’arma. Il telo (funerario) è pronto. Allah è uno... Allah è uno... Allah è uno». Non una frase qualunque. Sono le parole che le milizie talebane scrivono sui vessilli e sulle bende che tengono attorno alla testa. È un voto al martirio. Tutta l’inchiesta della procura di Cagliari, che ha portato all’arresto finora di dieci tra pachistani e afgani accusati di strage, immigrazione clandestina e terrorismo, è nata da questo pezzo di carta.

 

La perquisizione del negozio di Sultan Wali, uomo dalle molteplici vite (commerciante, piccolo imprenditore che ha lavorato pure al G8 della Maddalena e capo della comunità islamica gallurese), era stata disposta da Mario Carta della Digos di Sassari perché al porto avevano trovato nell’automobile di Muhammad Zulkifal, l’imam di Zingonia anche lui arrestato, tracce di nitroglicerina. Gli agenti risalgono fino a Sultan Wali, a cui Zulkifal aveva consegnato 20.000 euro in contanti, frutto delle collette tra i pachistani della Lombardia.

 

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Fotocopiano tutto quello che aveva sulla scrivania nel retrobottega, tra cui appunto il pizzino. «Una sorta di voto dei kamikaze talebani», spiegarono in seguito i traduttori. Era agosto, un mese prima c’erano stati gli attentati suicidi alla metropolitana di Londra. Quell’invocazione scritta a penna non passò inosservata.

 

Nel proseguo dell’indagine, condotta dal pm di Cagliari Danilo Troncia, ne sono saltati fuori altri di pezzi di carta. Uno riporta questa sorta di giuramento. «Nel nome di Allah clemente e misericordioso, a tutti coloro, che aspirano a diventare martiri sulla via di Allah, a tutti coloro che ambiscono a incontrare il Profeta di Allah in Paradiso, a coloro che vogliono riscattare la gloria della Nazione Islamica, a coloro che vogliono far trionfare la parola di Allah, offriamo l’elenco di martiri».

 

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Sultan Wali, nato a Peshawar nel 1976, non è un uomo qualunque. La procura lo accusa dell’attentato dinamitardo al mercato di Meena Bazar nella sua città, nel 2009, quando morirono 101 persone. Lui, quel giorno, è a Peshawar, come dimostrano le intercettazioni telefoniche. Non solo. Nel 2001, subito dopo l’attentato alle Torri Gemelle, il suo nome finisce in un dispaccio del Federal Bureau of Investigation, inviato anche alle autorità italiane. Segnalato come persona «vicina ai vertici di Al Qaeda». Non è specificato altro.

 

Ma bastava, e avanzava, per mettere i telefoni sotto controllo, a lui e agli altri del gruppo di Olbia che gravitano attorno al negozio e alla casa di via Spensatello. Il gip di Cagliari Giorgio Altieri ribadisce, nella ordinanza di custodia, che Sultan Wali aveva «contatti di primo livello con il fondatore di Al Qaeda, Osama Bin Laden».

 

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Accuse che il pachistano rigetta. «Sono sconcertato, non sono un estremista, anzi sono sempre stato filogovernativo», ha detto ieri al suo avvocato, Luca Tamponi, che è andato a trovarlo nel carcere di Nuchis a Tempio Pausania, dove si trova con altri due arrestati. «Due dei miei figli li sto facendo studiare in Pakistan in una scuola militare, non in una madrassa. E gli altri sono cittadini italiani. Non so niente di attentati, né a Peshawar né in Italia».

 

Tra le centinaia di migliaia di intercettazioni agli atti dell’inchiesta, però, ce ne sono alcune che raccontano di un suo interesse per il G8 alla Maddalena. Sultan Wali conosce bene i cantieri dell’isola. Per un certo periodo è stato titolare della Anwar Costruzioni Srl, che ha lavorato al Main Conference e all’hotel dove avrebbe dovuto dormire il presidente degli Stati Uniti. La Digos di Sassari, nella primavera del 2009, ha trovato il suo nome sul registro visitatori del cantiere nell’ex ospedale militare, fuori dall’area dove operava la Anwar. Cosa ci faceva da quelle parti?

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Nelle informative di polizia sono riportate telefonate omissate, segno che l’ipotesi di un progetto di attentato al G8 non è stata del tutto scartata. Diceva Sultan Khan ad alcuni connazionali: «In Sardegna siamo messi male (...omissis...) per la causa del G8 (...omissis...) Comunque, sarà come sarà, noi alla Maddalena abbiamo finito i lavori... Anche quello è quasi finito, tu lo sai bene, che quanti controlli ci sono, credimi… ogni operaio che entrava doveva entrare mezz’ora prima perché gli facevano accertamenti, le foto ogni giorno, perché stavamo lavorando nell’hotel dove verrà Obama e tutti gli altri (...omissis...). Stavamo lavorando lì (...omissis...). I controlli sono severi, Dio ci aiuterà, quello che è il destino, chiunque avrà il suo destino, è ovvio anche se in questo loro non c’entrano niente. (...omissis...) è tutto nelle mani di Dio...».

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Nel maggio del 2009, il G8 viene spostato all’Aquila. E la cosa scontenta Sultan Wali, nonostante i lavori alla Maddalena li avesse già fatti. «Tutti cambiati i programmi del G8! (...omissis...) Quel programma è stato lasciato così come era, e non si può recuperare adesso. Dobbiamo correre».

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