PER GLI ITALIANI ANCHE IL NOBEL ERA UNA QUESTIONE DI SOLDI! LA RIVISTA DEL "PEN CLUB" PUBBLICA IL RETROSCENA DI QUANDO UN EDITORE ITALIANO IN SVEZIA CON IL CORRISPONDENTE DEL "CORRIERE DELLA SERA", FRANCESCO SAVERIO ALONZO, PROMISERO AL VENERABILE MAESTRO DELLA LOGGIA P2 CHE LO AVREBBERO AIUTATO A OTTENERE IL NOBEL PER LA LETTERATURA IN CAMBIO DI... SOLDI. ERA UNO SCHERZO, MA... GELLI AVEVA PUBBLICATO UNA RACCOLTA DI POESIE INTITOLATA "FRAMMENTI DI STELLE" MENTRE ALONZO FU IL GIORNALISTA CHE BATTE' IL RECORD DI SCRITTURA VELOCE METTENDOSI AL TAVOLINO IN GALLERIA VITTORIO EMANUELE A MILANO...
Massimo Novelli per il Fatto Quotidiano - Estratti
“C’è stato anche Licio Gelli tra i candidati ‘insospettabili’ al Premio Nobel per la Letteratura. E tra i suoi numerosi sponsor spiccano due nomi: Madre Teresa di Calcutta e Nagib Mahfuz. I particolari sono documentati nelle carte donate dal capo della loggia massonica P2 all’archivio di Stato di Pistoia”.
È Dario Fertilio a rivelare questo retroscena sulle colonne del Corriere della Sera il 17 febbraio 2006. Ma a candidare al Nobel il faccendiere e massone (1919-2015), condannato per depistaggio sulla strage di Bologna del 1980 e per la bancarotta del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, in realtà ci aveva già pensato, prima di quel 1996, il piemontese Giacomo Oreglia (1924-2007). Ma per scherzo.
Giacomo Oreglia e Mario Luzi Stefano Verdino (genova, 1982)
Singolare figura di saggista, poeta, regista teatrale e traduttore, Oreglia non desiderava certamente rendere omaggio alla prolifica – ma poco rimarchevole – attività letteraria di uno dei protagonisti delle trame italiane, dal golpe Borghese alle stragi. Tutt’altro. Si era proposto di prenderlo per i cosiddetti fondelli. Voleva “giocare un bel tiro mancino a Gelli, sostenendo di essere in grado di fargli avere il Nobel per la Letteratura in cambio di 2 miliardi di lire”.
A rivelarlo ora è lo scrittore e giornalista Sebastiano Grasso nel numero di aprile-giugno del trimestrale del P.E.N. Club Italia (Pen. Poets Essayists Novelists), di cui è direttore. Sembrerebbe “la trama di un film interpretato da Louis de Funès”, eppure, racconta l’autore, che ne fu testimone, visto lo status di Gelli, avrebbe potuto avere una conclusione non troppo comica.
LICIO GELLI FRAMMENTI DI STELLE LIBRO DI POESIE
Tutto succede a Milano, ai primi di giugno del 1987. Gli altri personaggi dell’affaire, oltre a Oreglia, sono il giornalista Francesco Saverio Alonzo, corrispondente da Stoccolma per il Corriere, e lo stesso Grasso, amico di entrambi, che registra i fatti.
Una sera che Alonzo “ha bevuto un po’ di cognac mi racconta che Oreglia gli ha proposto di giocare un tiro mancino a Gelli. ‘Maestro venerabile’ della loggia P2, e tante altre cose, ma anche poeta, autore di numerose raccolte di versi, pubblicati in diverse lingue, cinese compreso (secondo Google, egli avrebbe pubblicato, in venti anni, 2.500 poesie, raccolte in 45 libri)”.
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Che cosa pensava di fare Oreglia, che dal 1949 viveva in Svezia, dove aveva fondato “la casa editrice Italica che pubblica autori italiani in svedese e autori svedesi in italiano”? Molto semplice a dirsi, non a farsi: si trattava di gabbare il “Venerabile” sfruttando la sua passione per la poesia. Bisognava “invitare Gelli a Stoccolma”, portarlo in giro per la città.
licio gelli con il grembiulino
Gli si “mostrerà i volumi editi dall’Italica e si offrirà di pubblicare una grossa antologia di suoi versi in svedese”. Poi, grazie “ai precedenti di Quasimodo e Montale”, per i Nobel dei quali Oreglia s’era dato da fare, gli si farà capire “di avere una certa influenza sull’Accademia reale svedese e magari di un possibile intervento a suo favore per il Premio di Letteratura.
Però bisogna oliare molta gente, ‘compreso un cugino del re che vive in Toscana’ (ma esisteva un cugino del re che viveva in Toscana?). E l’olio quanto viene a costare? Non meno di 2 miliardi di lire”.
Rievoca oggi il direttore di P.E.N.: “Ascolto incredulo il racconto di Alonzo. Il giorno dopo, riprendo il discorso per rendermi conto se si sia trattato di uno scherzo del cognac o, piuttosto, di un’idea strampalata. Anche se ancora tutto in nuce, Saverio mi conferma che Oreglia aveva parlato sul serio. ‘Ricordate la fine di Calvi sotto il ponte di Londra?’ dico. ‘Cioè?’.
Alla fine della mia lunga spiegazione, mi accorgo che Saverio è preoccupato”.Non è noto se Oreglia avesse preso contatto con Gelli. L’unica certezza è che il “tiro mancino” non decollò. Alonzo, “dopo qualche giorno, rientra in Svezia”, “comunica a Oreglia il nostro colloquio e si tira indietro. Rimasto solo, Giacomo rinuncia al progetto (magari è contento di tirarsene fuori...).
Ma fa lo stesso una telefonata (‘a carico del destinatario’ come scriveva il critico letterario Giuseppe Marcenaro). ‘Ma tu – mi dice – perché non ti fai i cazzi tuoi!’”. Già. Forse il piemontese emigrato a Stoccolma non aveva ancora rinunciato all’idea, bella e clamorosa, di bidonare il “Grande Bidonista” della P2.
TENTATO BIDONE A LICIO GELLI POETA: DUE MILIARDI DI LIRE PER AVERE IL NOBEL
Sebastiano Grasso per “PEN”
Sembra la trama di un film interpretato da Louis De Funès. Un editore italiano di Stoccolma convince un giornalista a giocare insieme un tiro mancino a Licio Gelli, sostenendo di essere in grado di fargli avere il Premio Nobel di Letteratura in cambio di due miliardi di lire. Il giornalista si confida con un collega di Milano, il quale lo convince a desistere e a dissociarsi.
Furioso, l’editore telefona al secondo giornalista: «Ma perché non ti fai i cazzi tuoi?». I personaggi: Giacomo Oreglia, Francesco Saverio Alonzo e il sottoscritto. Milano, giugno 1987. Alonzo, 53 anni, decide di entrare nel “Guinnes dei primati” scrivendo un romanzo, in pubblico, in soli sei giorni. Per l’avvenimento sceglie la Galleria Vittorio Emanuele di Milano e piazza un tavolo tra l’Ufficio Informazioni del Comune e la Libreria Rizzoli. Alonzo è il corrispondente da Stoccolma del Corriere della Sera.
Che all’avvenimento, domenica 7 giugno, dedica una grande foto e un articolo a quattro colonne a firma di Gianfranco Ravasi. «Alonzo – scrive Ravasi – con una macchina per scrivere elettronica, un monitor, quattro “dischi” firmati da un notaio, una mazzetta di inviti a prenotare il romanzo (che sarà stampato chissà da chi: sono in lizza diversi editori), una buona dose di coraggio e di capacità di concentrazione, si è messo al lavoro il primo giugno. In questi giorni ha dormito circa venti ore, il resto del tempo l’ha dedicato alle sue duecento pagine del “thriller” che, come aveva preannunciato agli amici, avrebbe avuto come scenario la zona di via Solferino (ora ne ha rivelato anche il titolo, enigmatico quanto allusivo: Correre di sera) […].
Alonzo ha raccolto tremila prenotazioni e oggi sarà ancora in Galleria, dalla 10 a mezzanotte, per raccoglierne altre: regalerà una sua litografia firmata a chi sottoscriverà l’ordinazione». Correre di sera uscirà l’anno dopo da Sugarco, avrà molto successo ed entrerà nel “Guinnes dei primati”. La carriera giornalistica di Alonzo comincia nel 1957. Italo Pietra, allora direttore de Il Resto del Carlino, lo manda come corrispondente a Stoccolma. Nel ’74 il Corriere lo chiama a Milano dove rimane sino al ’78.
montale quasimodo ungaretti 11
Problemi con la scuola dei figli, nati in Svezia, lo costringono a tornare in Scandinavia, dove resta come corrispondente sino al 1998, quando va in pensione. Successivamente collabora con La Stampa e Avvenire. In letteratura esordisce con quattro raccolte di versi. Nel ’64 Rizzoli pubblica il suo romanzo La corta estate.
Seguiranno altri libri di narrativa. Nel 1958 conosce Giacomo Oreglia – che nel 1949, a 42 anni, dal Piemonte s’è trasferito a Stoccolma – il quale, lo stesso anno, fonda la casa editrice Italica che pubblica autori italiani in svedese e autori svedesi in italiano. Per lui Alonzo traduce autori come Harry Martinsson, Lars Gyllensten, Pär Lagerkvist e Lars Gustavsson. Personaggio talvolta controverso, Oreglia – che era anche saggista, poeta, regista teatrale, traduttore – pubblica diversi poeti, tra cui Saba, Ungaretti, Quasimodo, Montale e Luzi, tradotti in svedese dall’italianista Anders Österling, allora segretario generale permanente dell’Accademia reale di Svezia.
Con gli autori italiani, Oreglia pattuisce che, in caso di vincita del Nobel, gli riconosceranno un contributo. Quasimodo tiene fede alla parola e, nel ’59, gli dà 20 milioni; Montale, invece, che ne ha promessi 50, nel ’75 si limita a chiedergli se in Svezia il Premio viene tassato dallo Stato. Luzi, più volte nella rosa del Nobel, d’un tratto viene escluso definitivamente dai membri dell’Accademia, sicuramente per colpa di Oreglia. Infatti Giacomo, che insegna Letteratura italiana e Storia del teatro all’Istituto italiano di Cultura, quando la Farnesina decide di sistemare giuridicamente il personale precario estero e a Stoccolma arriva come ambasciatore Sergio Romano, deve scegliere se fare il docente o l’editore. Qualcuno gli suggerisce una soluzione «tecnica»: intestare l’Italica alla figlia. Oreglia non solo rifiuta, ma attacca l’ambasciatore Romano sui giornali svedesi e italiani, facendo la vittima (ruolo che certo non gli si addice), urlando che, senza l’Italica, Quasimodo e Montale non avrebbero avuto il Nobel.
Nell’operazione coinvolge la natura generosa di Luzi, che sposa le sue ragioni e interviene a suo favore. Le polemiche, però, non piacciono agli Accademici, che accantonano definitivamente il nome del poeta toscano. Credo che il ritratto più veritiero di Oreglia l’abbia fatto, nel 2008, Giuseppe Marcenaro su Il Secolo XIX di Genova: «Ogni anno, in estate, Oreglia tornava in Italia e, nel corso di sontuose colazioni e cene dov’era ospite illustre, dispensava “strane promesse”. I suoi occhi, celati da boscose sopracciglia, emettevano lampi d’intesa che alludevano… In questo curioso personaggio, un po’ Chévalier de Balibari e un po’ illusionista, che telefonava dalla Svezia a carico del destinatario, Luzi doveva aver creduto fermamente». A proposito delle «strane promesse» cui accennava Marcenaro, viene in mente un altro episodio. Oreglia pubblica anche Bevilacqua e raccontavano che, «all’Alberto, risparmiatore che non ti offriva manco un caffè», egli fosse riuscito a spillare una decina di milioni di lire per la traduzione di un suo libro (traduzione curata da una sua intima amica). Pare anche che su input di Oreglia, Bevilacqua abbia affittato un appartamentino a Stoccolma, dove andava spesso portandosi dietro l’attestato di un medico romano che certificava come lui fosse malato di cuore... Certificato che spesso veniva esibito se l’interlocutore era un membro dell’Accademia svedese. Appartamentino subito abbandonato quando la notizia viene pubblicata da Luciano Simonelli su La Domenica del Corriere.
Ma torniamo a Milano, alla prima settimana di giugno 1987. Durante i sei giorni che Saverio scrive il suo Correre di sera in Galleria, spesso, nelle pause, viene su da me – che vivevo in un appartamentino che dava sulla sua improvvisata scrivania – a prendere un caffè, a mangiare qualcosa, a riposarsi una mezz’oretta.
Una sera, che ha bevuto un po’ di cognac, mi racconta che Oreglia gli ha proposto di giocare un tiro mancino a Licio Gelli. «Maestro venerabile» della loggia massonica P2, e tante altre cose, ma anche poeta, autore di numerose raccolte di versi, pubblicati in diverse lingue, cinese compreso (sulla home page di Gelli, su Google, è scritto che egli in venti anni ha pubblicato 2.500 poesie, raccolte in 45 libri (alcuni dei quali pubblicati addirittura da Laterza), e che è riuscito a farsi candidare per il Nobel di letteratura, «con 59 lettere autorevoli di supporto, tra cui Madre Teresa di Calcutta»).
Oreglia vuole invitare Gelli a Stoccolma. Lo porterà in giro per la città, gli mostrerà i volumi editi dall’Italica e si offrirà di pubblicare una grossa antologia di suoi versi in svedese e, coi precedenti di Quasimodo e Montale e contorcimenti vari, gli farà capire di avere una certa influenza sull’Accademia reale svedese e magari di un possibile intervento a suo favore per il Nobel di letteratura. Però bisogna oliare molta gente, «compreso un cugino del re che vive in Toscana» (ma esisteva un cugino del re che viveva in Toscana?). E l’olio quanto viene a costare? Non meno di due miliardi di lire. Ascolto incredulo il racconto di Alonzo.
Il giorno dopo, riprendo il discorso per rendermi conto se si sia trattato di uno scherzo del cognac o, piuttosto, di un’idea strampalata. Anche se ancora tutto in nuce, Saverio mi conferma che Oreglia aveva parlato sul serio.
«Ricordate la fine di Roberto Calvi sotto il ponte di Londra?» dico. «Cioè?». Alla fine della mia lunga spiegazione, mi accorgo che Saverio è preoccupato. Dopo qualche giorno rientra in Svezia, comunica ad Oreglia il nostro colloquio e si tira indietro. Rimasto solo, Giacomo rinuncia al progetto (magari è contento di tirarsene fuori). Ma fa lo stesso una telefonata («a carico del destinatario» come scriveva Marcenaro). «Ma tu – mi dice – perché non ti fai i cazzi tuoi!».
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