omicidio luciano arena 1991

LA MALA DI MILANO - VOLO DI PALLONCINI E PARATA DI CAPI CLAN AL FUNERALE SPETTACOLO DI MIMMO POMPEO. IN CHIESA SERBI, SKIN E LE CURVE «NERE» DELLO STADIO. DALLA SVIZZERA DUE UOMINI A BORDO DI UNA MISTERIOSA PORSCHE - 35 ANNI DI PALLOTTOLE, SOLDI E DROGA

Cesare Giuzzi per www.corriere.it - Milano

 

Venti palloncini bianchi e rossi salgono verso il cielo di via Antonini. Dalla chiesa di Santa Maria Liberatrice un applauso saluta l’uscita della bara di legno chiaro. Ad accogliere l’anima di Mimmo Pompeo, la mattina del 28 febbraio, c’è un cielo grigio e carico di pioggia. Dentro e fuori la chiesa ci sono uomini che si muovono circospetti.

 

A gruppetti di due o tre per volta. Ci si scambia un saluto veloce, ma soprattutto si osserva. Gli occhi cercano chi manca. Perché l’assenza, ai funerali come ai matrimoni, segna alleanze rotte, accordi spezzati, amici e nemici. E l’assenza a un funerale come quello di Mario Domenico Pompeo, morto a 64 anni per un tumore, prima ancora che uno sgarbo verso il morto e la sua famiglia, può valere una croce sul proprio futuro.

 

ferito gianluca ricatti marzo 2017ferito gianluca ricatti marzo 2017

Porsche e trafficanti di droga

Ci sono due tizi arrivati dalla Svizzera, cantone dei Grigioni, stretti in giacche blu troppo leggere per il cielo incerto di fine febbraio. Hanno indosso identiche scarpe Hogan, stesso colore del blazer. La Porsche Cayenne è intestata a una società di leasing, viene parcheggiata frettolosamente davanti all’ingresso della chiesa, tanto che sarà necessario spostarla poco più tardi per permettere ai mezzi delle pompe funebri di accompagnare il feretro di Mimmo verso l’ultimo viaggio.

 

I due tizi arrivati dai Grigioni hanno gli occhi lucidi. Restano in piedi sul sagrato e fissano lo sguardo oltre il portone della parrocchia lasciato aperto. Si vede l’altare e il prete che celebra le esequie davanti ai familiari in prima fila. Ma si vedono anche tizi serbi vestiti in scarpe nere e giubbotto scuro di pelle. Ci sono i ragazzi dello stadio, cresciuti a curve ed estrema destra, e con loro il capo milanese del movimento skin Domenico Bosa, quel Mimmo Hammer amico del trafficante montenegrino Milutin Tiodorovic e degli uomini del clan di Pepé Flachi.

 

Ci sono i Tallarico e i Pittella, nomi in ascesa nel quadrilatero delle vie dei fiumi di Bruzzano. Perché nonostante Mimmo Pompeo vivesse da anni in via Antonini, il suo regno è sempre stato dalla parte opposta della città. In quella Bruzzano dove ha rappresentato gli interessi della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto nel Crotonese, o a San Siro dove per trent’anni ha gestito il ferreo e inespugnabile controllo dei paninari, quelli della salamella fuori dallo stadio che senza il benestare di Pompeo non avrebbbero neppure potuto versare un bicchier d’acqua.

 

ferito alle gambe giorgio melis 2017ferito alle gambe giorgio melis 2017

C’era tutta la malavita che conta quel 28 febbraio in via Antonini, riunita per le grandi occasioni: compaesani calabresi, ma anche siciliani e slavi. Perché il potere dei Pompeo inizia negli anni Ottanta all’epoca dei catanesi di Epaminonda, affonda le sue radici nella parentela con Ginetto Di Paola, killer degli otto morti al ristorante «La strega» di via Moncucco nel ‘79, fino all’alleanza con i calabresi del boss Pepé Flachi, legato al potentissimo clan De Stefano di Reggio Calabria.

 

Lo chiamavano il letterato, il filosofo, perché aveva la casa piena di libri. Nessuno sa se li abbia letti tutti per davvero, ma dicono fosse soprattutto un uomo di pace. Di mediazione. Il collante che per anni ha tenuto in piedi le flebili alleanze tra killer cocainomani e boss della droga, ras di quartiere e piccoli padrini.

 

E ora la morte di Pompeo potrebbe riaprire vecchie ferite e lasciare campo libero alla brama dei giovani cresciuti mentre i padri marcivano in galera dopo le retate e gli ergastoli degli anni Novanta. E ridisegnare la mappa della criminalità a Milano. Perché nonostante per la politica lo spauracchio siano soprattutto stranieri e povericristi, la malavita a Milano resta potente ed effervescente.

 

La coop e Mafia capitale

Lo confermano gli ultimi due agguati avvenuti a Bruzzano e a Quarto Oggiaro, che con gli uomini dei Pompeo hanno più di un legame. E lo indicano le ultime analisi degli investigatori che si occupano di droga e criminalità organizzata: «A Milano nonostante qualcuno forse può pensare il contrario — riflette un inquirente — coca e mafia vanno di pari passo. Si pensa molto al riciclaggio e alle infiltrazioni finanziarie, ma la mafia povera, quella delle estorsioni e della droga sta risalendo indisturbata» In mezzo ci sono traffici, vecchi nomi (sempre gli stessi) ma anche affari, che somigliano agli scenari evocati da Mafia capitale.

boss di milano le uccisioni ordinate da angelo epaminonda 1981boss di milano le uccisioni ordinate da angelo epaminonda 1981

 

Con una cooperativa che dà lavoro ai detenuti semiliberi e che ottiene appalti pubblici in affidamento diretto e d’urgenza grazie ai contatti con le istituzioni e la politica. Un caso che riguarda in particolare un comune dell’hinterland di Milano. Motore (e ideatore) della cooperativa un ex detenuto per concorso in omicidio, un nome pesantissimo della mala degli anni Novanta. Con lui, proprio grazie al lavoro all’interno della cooperativa, anche un ex killer (fine pena 2030) ancora molto influente sulla mala della zona. E subito tornato a interessarsi di droga ed estorsioni.

 

Altra storia, altri scenari. Sui quali gli accertamenti sono appena partiti ma che vedrebbero insieme malavitosi e complicità politiche locali, in particolare con esponenti cresciuti nelle file del Partito democratico. «Un caso di scuola», raccontano gli investigatori. Di come la mafia è tornata a riprendersi il terreno lasciato dopo le retate degli anni Novanta. Del resto, lo dicevamo, i nomi sono sempre gli stessi. E questo è importante per due motivi: una garanzia di «serietà» nell’ambiente criminale, e la certezza che nessuno avrà bisogno di farsi altre domande di fronte a nomi che da più di trent’anni segnano la presenza criminale nell’hinterland di Milano.

 

Pallottole ed equilibri mancati

Ma torniamo a quel 28 febbraio e alle esequie del fu Mimmo Pompeo. In chiesa insieme ai parenti c’erano anche uomini della famiglia Pittella. Anche loro sono originari del Crotonese e come i Pompeo vivono da una vita a Bruzzano. Qui, in via del Danubio, i poliziotti del commissariato Comasina hanno arrestato il 13 marzo Paolo Pittella, 37 anni, una lunga lista di precedenti sulle spalle. Stava per salire su una Porsche Panamera e sparire verso la Calabria.

 

Un mese prima, la sera del 15 febbraio, aveva avuto una discussione in strada con un uomo di 57 anni, titolare di una lavanderia di via Achille Fontanelli, Giorgio Melis. Gli aveva sparato un colpo di pistola a una gamba. Nell’ambiente si pronuncia una parola a bassa voce: estorsione. E anche se gli investigatori per il momento vanno molto cauti, sono anni che si parla del ritorno del racket nelle zone della Comasina e di Bruzzano. Del resto lo hanno confermato anche le inchieste antimafia Redux e Caposaldo, che sei anni fa hanno riportato dietro le sbarre gli uomini di Pepé Flachi.

 

Paolo Pittella, in passato, è stato fermato dalle forze dell’ordine insieme a Gino Pompeo, nipote di Mimmo, e dal quale si dice abbia ereditato il controllo del business dei paninari. Con Pittella viene controllato anche un altro pregiudicato per «rapina, sequestro di persona, armi e droga». Si chiama Salvatore Geraci, ed è legato ai Pompeo e ai Tallarico. Tre giorni dopo il funerale di Mimmo, a Milano si torna a sparare. E questa circostanza, secondo gli investigatori, potrebbe non essere casuale. Ma anzi un segnale che qualcosa nei delicati equilibri della mala rischia di rompersi.

 

omicidio luciano arena 1991omicidio luciano arena 1991

È il pomeriggio del 3 marzo e davanti a un bar di via Longarone, a Quarto Oggiaro, viene ferito a una gamba Gianluca Ricatti, 27 anni, qualche precedente legato allo spaccio. Suo padre Giuseppe ha un lungo pedigree criminale, soprattutto per rapina.

 

Per gli investigatori dietro all’agguato c’è un regolamento di conti legato a un debito di droga. Pompeo, Pittella, Tallarico, Flachi, Scirocco, Toscano, nomi che tornano anche in un’altra storia che ruota intorno ad un’officina della zona nord di Milano.

 

Stavolta insieme alla droga si parla di traffico d’armi e di doppifondi ricavati in auto sportive. Affari che servono a mantenere intere famiglie e che ingrassano i clan della droga che dalla periferia cittadina si stanno trasferendo verso l’hinterland dove il presidio delle forze dell’ordine è inferiore e dove, tra capannoni, aree dismesse e villette identiche, si confondono senza attirare l’attenzione. Nella geografia criminale ci sono luoghi che resistono.

 

Come la Comasina, lo stesso Quarto Oggiaro, Bruzzano, ma anche l’intramontabile piazza Prealpi, regno del clan Serraino-Di Giovine. I Serraino sono stati spazzati via dalla seconda guerra di mafia in Calabria a metà degli anni Ottanta. Ai Di Giovine è toccato invece in dote il pentito Emilio, che grazie alla sua collaborazione negli anni Novanta ha portato a un centinaio di arresti.

 

 Oggi ci sono quelli che allora erano solo bambini. E il traffico di droga è ripreso. Completamente. Ma il clan di piazza Prealpi potrebbe cadere ancora a causa di un collaboratore. Un narcos catturato di recente in Spagna che dal carcere sta raccontando affari e anche il (presunto) progetto di un attentato a un uomo delle istituzioni.

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