big pon

ITALIA PON PON - L’UNIONE EUROPEA HA VERSATO ALL’ITALIA BEN 7 MILIARDI IN 7 ANNI PER FINANZIARE I PROGETTI “PON”. DOVREBBERO SERVIRE A RIDURRE IL DIVARIO TRA REGIONI RICCHE E POVERE, MA NESSUNO SA CON PRECISIONE DOVE SONO FINITI. E SPUNTANO BIRRIFICI E SARTORIE

Silvia Bencivelli per “la Repubblica

 

GIORGIO PARISIGIORGIO PARISI

Sette miliardi in sette anni. È un fiume di soldi arrivato in Italia dall’Unione europea per alimentare “ricerca e competitività” delle regioni del nostro Sud nel periodo 2007-2013, e poi suddiviso in migliaia di misteriosi rivoli secondo i cosiddetti progetti Pon (Programma operativo nazionale). Si tratta di finanziamenti assegnati dal Consiglio dell’Unione ai diversi Stati, che li dovrebbero usare per ridurre il divario tra regioni ricche e povere, e nel nostro caso sono stati affidati in gestione al Miur insieme col Mise (Ministero dello sviluppo economico).

 

GIORGIO PARISI 2GIORGIO PARISI 2

Oggi però è difficile seguirne la storia: la rendicontazione è ancora in corso, ha spiegato il Miur, quindi non si commenta né si rilasciano interviste. Così quello che si può fare per capire dove siano finiti quei sette miliardi di euro, riferiti a un settennato teoricamente conclusosi tre anni fa, è seguire il fiume di denaro dalla sorgente in poi, in una giungla di numeri e burocrazie. Lo abbiamo fatto per il numero di settembre di Le Scienze (in edicola oggi), ed ecco la sorpresa.

 

Molti di questi soldi sono finiti ad abbeverare “ricerca e competitività” di aziende produttrici di materassi, imballaggi o scocche per automobili. Ci sono due case di riposo, cinque autolavaggi, trentadue negozi di abbigliamento, sette impianti sportivi, cinque negozi di abiti da sposa. E poi ancora, birrifici, bed & breakfast e campi di beach volley, pastifici, panifici e oleifici, iniziative di bike sharing e social network per il turismo. A volte, gli enti beneficiari hanno nomi a cui non corrisponde un sito internet, o indirizzi ai quali Google maps ti fa vedere una strada provinciale polverosa e deserta.

GAETANO SALINAGAETANO SALINA

 

In altri casi si tratta di università ed enti di ricerca, di consorzi e start up ad alta tecnologia. O di industrie grandi, molto grandi, piccole e piccolissime. Comunque a volte sono fluiti solo in parte, perché i finanziamenti si sono interrotti in più circostanze. Come nel dicembre scorso, in seguito agli interventi della magistratura che ha cominciato a chiedersi se in tutta questa irrigazione per “ricerca e competitività” non ci fosse qualcosa di strano.

 

E qualcosa di strano ci deve essere davvero tanto che districarsi in questa storia ha richiesto un paio di mesi di lavoro e l’aiuto di Gaetano Salina, fisico dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, che si è dedicato a una certosina operazione di data mining scavando nei quasi 4mila progetti finiti sotto l’etichetta Pon. Tutti i numeri e i dati che la riguardano, infatti, si trovano liberamente in rete sul portale OpenCoesione istituito dal governo Monti nel 2012. Non per questo però la loro lettura è priva di insidie giuridiche, semantiche, tecnologiche.

cnr - consiglio nazionale ricerchecnr - consiglio nazionale ricerche

 

Avere le risposte del Miur avrebbe aiutato. Restano perciò aperte le domande. Per esempio: la targa di “ricerca e competitività” è così generica che può non essere sbagliato riferirvi anche interventi di miglioramento industriale o turistico o comunque di sviluppo di un territorio disagiato. Ma il problema è più ampio. Lo sottolinea il fisico teorico Giorgio Parisi. Cioè «non si sa come siano stati scelti i progetti ammessi al finanziamento, secondo quale idea generale ».

 

FONDI EUROPEIFONDI EUROPEI

Insomma, c’è un problema strutturale, che se non configura un reato comunque non fa dormire tranquilli: «Il sospetto è che una gran parte di questi soldi sia stata buttata via». Quanta? Quale? «Può darsi che non lo sapremo mai».

 

Non si tratta quindi soltanto di investigare sulla miriade di piccoli rivoli, quelli da dieci o cinquantamila euro per imprese minuscole e difficilmente controllabili. Ma più in generale di chiedersi che Paese vogliamo. E dopo esserselo chiesto, capire se è così che possiamo costruirlo.

 

Fondi Europei per il mezzogiornoFondi Europei per il mezzogiorno

Anche perché i grandi beneficiari dei finanziamenti Pon sono in prima battuta i ministeri stessi: Miur e Mise, e loro agenzie, che, si legge, hanno a loro volta usato quei soldi per altri progetti di sviluppo e innovazione. Poi ci sono il Cnr e le università di Puglia, Sicilia, Calabria, Campania, che con questi soldi hanno pagato corsi e docenze, laboratori e strumenti. Poco sotto, gli enti di ricerca come Enea, Infn, Ingv e così via.

 

Sembra che molto di questo fiume di soldi sia stato quindi effettivamente destinato a università ed enti di ricerca, ed è plausibile che sia stato impiegato in maniera opportuna. Ma chi controlla? Il caveat, prosegue Parisi, «è sempre il solito. Cioè la cosiddetta

PADRE PIO SAN GIOVANNI ROTONDO jpegPADRE PIO SAN GIOVANNI ROTONDO jpeg

accountability che in Italia non esiste. Chi è responsabile di come vengono spesi i soldi? Nell’università italiana sembra che non lo sia mai nessuno. Non ci sono vere valutazioni a valle, nessuno va mai a vedere come funzionano le cose».

 

Perciò se c’è poca chiarezza sui criteri a monte, e nessuna verifica a valle, il fiume di denaro non può far altro che scorrere senza una direzione precisa. La questione precede i Pon. «Anzi, è una vecchissima tradizione — racconta Parisi — anni fa ci fu una ditta che propose anche a me di accedere insieme a un finanziamento pubblico. Ci saremmo divisi i soldi, tanto nessuno avrebbe controllato».

 

PADRE PIO SAN GIOVANNI ROTONDO PADRE PIO SAN GIOVANNI ROTONDO

In più, però, nella storia dei Pon c’è da mandare giù il confronto coi finanziamenti ordinari alla ricerca pubblica. È la conclusione di Parisi, che osserva come «a leggere quei numeri si scopre che l’ospedale privato di San Giovanni Rotondo ha ricevuto 12 milioni di euro. Cioè più o meno quanto il Miur dà, in un anno, a tutta la ricerca in biologia. Beh, con quei soldi è stata fatta davvero ricerca di qualità?». 

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