IL MOSTRO DELLA SALARIA – LA STORIA DI ERNESTO PICCHIONI, IL PRIMO VERO SERIAL KILLER DELL'ITALIA REPUBBLICANA. VIVEVA IN UN CASALE ISOLATO SULLA SALARIA, NEI PRESSI DI NEROLA, E COLPIVA CHI VIAGGIAVA DA SOLO - IL NUMERO DELLE VITTIME ATTRIBUITE A PICCHIONI RESTA INCERTO. NEL TERRENO INTORNO ALLA CASA VENNERO ALLA LUCE QUATTRO CORPI, DI CUI SOLO DUE IDENTITÀ (L’AVVOCATO ROMANO MONNI E L’IMPIEGATO DEL MINISTERO DELLA DIFESA DADDI) RISULTANO CERTE – LE MINACCE AL FIGLIO: “DENTRO A QUESTA FOSSA CI FINIRETE TU E TUA MADRE E I TUOI FRATELLI E QUELLA VECCHIACCIA DI TUA NONNA, SE DIRETE UNA SOLA PAROLA DI QUELLO CHE SAPETE" - IL TOTALE DEGLI OMICIDI POTREBBE ESSERE MOLTO PIÙ ELEVATO (DA SEI FINO A SEDICI) - IL LIBRO
Da “Manuale dei serial killer italiani”, di Matteo Curtoni, Elisabetta Montanari e Maura Parolini, ed. Mimesis
manuale dei serial killer italiani. di matteo curtoni, elisabetta montanari e maura parolini
ERNESTO PICCHIONI, IL MOSTRO DELLA SALARIA
Modo di uccidere: armi bianche, armi da fuoco
Vittime accertate: 4
Periodo di attività: 1944-47
Territorio d’azione: Nerola
Nato il 3 maggio 1906 ad Ascrea, piccolo borgo in provincia di Rieti, che oggi si affaccia sul lago del Turano, Ernesto Picchioni cresce in una realtà familiare di modestissime condizioni economiche.
I genitori sono verosimilmente contadini o braccianti, come la maggior parte della popolazione locale dell'epoca. Il paese è isolato, arroccato tra i monti; le strade sono poco più che mulattiere, fangose d'inverno e polverose d'estate, e i collegamenti con Rieti e Roma sono spesso difficoltosi.
È un contesto rurale in cui abbondano povertà e analfabetismo. Picchioni apprende presto l'arte di arrangiarsi con lavori stagionali e piccoli furti, e con gli anni matura una reputazione di uomo scontroso e violento.
Durante la guerra si sposta spesso tra i paesi della zona trafficando, pare, un po' di tutto: attrezzi agricoli, generi alimentari razziati nei casolari, oggetti abbandonati da sfollati e militari.
Nel 1944, mentre l'Italia è ancora occupata a macchia di leopardo dalle forze alleate e nazifasciste, si trasferisce con la moglie Angela Lucarelli e i figli in una casa di pietra fatiscente al km 47 della via Salaria, nel territorio di Nerola. Occupa abusivamente il podere, recinta alla bell'e meglio il terreno, e pianta un orto che servirà da copertura per ben altro.
Ai carabinieri che gli chiedono di che cosa viva, Picchioni risponde che vende lumache raccolte nei campi; qualcuno lo vede trafficare con legna, carbone, piccoli commerci in nero.
Basso, tarchiato, con grosse mani da bracciante e gli occhi piccoli sovrastati da sopracciglia folte, in paese la gente è intimorita da lui. Durante quell'anno, il fronte di combattimento attraversa il Lazio, le forze dell'Asse sono in ritirata e due soldati tedeschi scompaiono sulla Salaria; alcuni testimoni racconteranno, anni dopo, di aver sentito colpi d'arma da fuoco proprio nei pressi del casale di Picchioni, e una delle figlie riferirà che il padre aveva portato a casa fucili e oggetti militari.
Sempre nel 1944, in luglio, scompare lungo la Salaria l'avvocato romano Pietro Monni, partito in bicicletta e mai più rientrato a casa: di lui si perdono le tracce proprio nella zona del km 47.
Nel 1946 Picchioni viene arrestato per aver aggredito con una pietra il proprietario del terreno che occupa abusivamente: lo colpisce alla testa e lo lascia riverso a terra; la vittima sopravvive, lui sconta pochi mesi di carcere e torna alla casa del km 47, più ostile e diffidente che mai.
In questo avamposto isolato lungo la consolare, Picchioni affina la sua metodologia: sparge sulla carreggiata chiodi piegati a mano pronti a forare le gomme di biciclette e bicimotori, e quando i malcapitati si fermano a chiedere aiuto, si mostra dapprima disponibile, offre olio e mastice per riparare i mezzi, ma anche cibo e un giaciglio per la notte se ha l'impressione che si tratti di persone abbienti.
Così colpisce le sue vittime a tradimento con un corpo contundente o con un colpo di fucile alla nuca, poi le finisce con il coltello. Spogliati di ogni cosa, i corpi dei malcapitati vengono trascinati nell'orto davanti alla casa, dove l'uomo scava fosse poco profonde o, secondo alcune testimonianze, dà i resti in pasto ai maiali.
la tribuna illustrata sul mostro della salaria, 9 novembre 1957
Tre anni dopo, il 3 maggio 1947, giorno del suo quarantunesimo compleanno, a cadere nella trappola di Picchioni è Alessandro Daddi, impiegato del Ministero della Difesa, che viaggia con un bicimotore Ducati "Cucciolo" alla volta di Contigliano. Il mezzo si ferma nei pressi del casale, per un guasto o forse per un chiodo nella gomma. L'uomo chiede aiuto, entra in casa, accetta olio e attrezzi per riparare il motore.
Mentre è chinato sul mezzo, Picchioni lo colpisce alle spalle tramortendolo e poi lo sgozza. Il corpo viene seppellito nell'orto, il "Cucciolo" resta all’assassino, che comincia a farsi vedere in giro con un veicolo troppo appariscente perché possa passare inosservato.
La scomparsa di Daddi desta allarme a Roma; e ben presto i sospetti degli inquirenti li conducono al casale del km 47. Nell'ottobre di quell'anno, Picchioni viene arrestato una prima volta per ricettazione ma nega ogni addebito. Sono le testimonianze della moglie e dei figli, interrogati separatamente, a metterlo con le spalle al muro: la donna, stremata da anni di violenze, racconta di aver visto il marito tornare a casa con i vestiti insanguinati, di aver udito spari e urla nella notte, di aver assistito all'occultamento di corpi nell'orto.
Una volta, Picchioni avrebbe addirittura fatto scavare al figlio maggiore una grande fossa, minacciandolo poi così: "Qui dentro ci finirete tu e tua madre e i tuoi fratelli e quella vecchiaccia di tua nonna, se direte una sola parola di quello che sapete".
I figli parlano di "uomini che non escono più", indicano ai militari i punti esatti dove il padre ha scavato. Con zappe e badili vengono portati alla luce resti umani, ossa, teschi, brandelli di vestiti, oggetti personali, un orologio riconosciuto come appartenuto a Monni, parti dello scheletro di Daddi.
Davanti ai giudici l'imputato dapprima nega ogni responsabilità, poi, messo alle strette dalle prove e dalle confessioni dei familiari, ammette gli omicidi, attribuendo loro però un significato politico: militante comunista sosteneva di aver commesso i delitti perché le vittime volevano obbligarlo a entrare nel Partito d'Azione.
Il numero delle vittime attribuite a Picchioni resta incerto. Nel terreno intorno alla casa vennero alla luce quattro corpi, di cui solo due identità (Monni e Daddi) risultano certe.
Secondo quanto riferito dalla moglie e dai figli, il totale degli omicidi potrebbe essere molto più elevato, e alcune sintesi narrative indicano un numero variabile da sei fino a sedici, basato sulle sparizioni lungo la Salaria e sui resti non identificati.
Tuttavia, episodi come l'uccisione di due soldati tedeschi non sono stati giudiziariamente accertati.
Nel processo che si tiene a Roma alla fine degli anni Quaranta, la figura di Picchioni assume i contorni del primo vero serial killer dell'Italia repubblicana: un uomo ai margini, capace di sfruttare l'isolamento di un casale e la fragilità di chi viaggia solo per colpire in serie. Viene condannato a due ergastoli più ventisei anni di reclusione, con isolamento e interdizione perpetua dai diritti civili, e rinchiuso prima nel carcere di Civitavecchia, poi in altri penitenziari. In cella continua a proclamarsi vittima di complotti, scrive esposti e lettere, chiede revisioni di processo che non otterrà mai.
Nel 1967 viene trasferito al carcere di Porto Azzurro, sull'isola d'Elba, dove muore il 9 settembre per una malattia improvvisa, forse un collasso cardiaco





