dario fo fascista

ALLA FINE DEGLI ANNI SETTANTA, QUANDO VENNE FUORI IL SUO PASSATO DA FASCISTA, DARIO FO PRIMA NEGO’ TUTTO POI SOSTENNE D’ESSER STATO UNA SORTA DI INFILTRATO DELLA RESISTENZA - I GIUDICI SOSTENNERO CHE ERA LEGITTIMO DEFINIRLO “REPUBBLICHINO” E “RASTRELLATORE” - POI LE SVOLTE A SINISTRA FINO ALL’INFATUAZIONE GRILLINA

Piero Colaprico per “la Repubblica”

 

DARIO FO CON ALTRI GIOVANI FASCISTIDARIO FO CON ALTRI GIOVANI FASCISTI

Stare con le minoranze, muoversi dentro le avanguardie, ed essere stato, per dirla con il poeta Roberto Roversi, «un generale della pattuglia dei non dormienti». In una vita lunga, sveglia e creativa come quella di Dario Fo hanno convissuto — potrebbe essere diversamente, specie per un artista? — luci e ombre, idee contrastanti, compagni di viaggio diversi e, nel bene nel male, una sola città nel cuore e sotto le scarpe grosse del camminatore inesauribile: Milano. La prima minoranza — tale è quando ci entra — è la Rsi, l’ultimo baluardo fascista di Salò.

 

Di Dario Fo partito volontario con gli ultimi mussoliniani aveva un ricordo nitido un altro vecchio milanese, Giorgio Muggiani, rimasto fascista e capo del Comitato Tricolore nelle ribollenti piazze degli anni Settanta: «Da ragazzi a Salò io e Dario abbiamo passato qualche sera insieme. Mio padre era un pittore, aveva fatto il marchio dell’Inter, e anche Dario faceva ritratti, fumetti, caricature.

DARIO FO E IL PASSATO FASCISTADARIO FO E IL PASSATO FASCISTA

 

Avevamo tutti e due meno di diciott’anni, c’era il senso dell’onore, di non tradire il duce, di combattere i rossi. E quando poi l’ho rivisto con i rossi, non ci potevo credere. Da qualche parte ho una foto di noi giovani camerati, tutti insieme».

 

Di foto di Fo in divisa nera ce ne sono altre. A ricordare per primo il suo passato fu Giorgo Pisanò, nella metà degli anni Sessanta, ma nessuno volle approfondire lo scoop di un infrequentabile fascista-giornalista. Bisbigliato, ma mai archiviato, il lato nero della biografia rossa dell’autore-attore torna a galla grazie a un piccolo giornale di Novara e a un settimanale.

 

Siamo alla fine degli anni Settanta, Fo è molto famoso, è un’icona della sinistra extraparlamentare, e querela. Gli va male. Viene duramente smentito da un capo partigiano. Rovesciando la narrazione con un colpo di scena, Fo aveva spiegato di essere stato una sorta di infiltrato della Resistenza tra le brigate nere.

 

SENTENZA SU DARIO FOSENTENZA SU DARIO FO

Ma «uno di quelli che cita lui, è morto mesi prima, quindi non può avergli dato l’ordine», replicava il comandante, reduce delle battaglie contro il nazifascismo. «È legittima dunque per Dario Fo non solo la definizione di repubblichino, ma anche quella di rastrellatore», si legge nella sentenza, che l’inventore del grammelot a teatro non appella più.

 

Il fatto è che troppe stagioni si sono succedute frenetiche dal tempo di guerra. Dopo essere stato censurato e cacciato dalla popolarissima trasmissione Rai Canzonissima e aver vissuto da quarantenne un’altra avanguardia, quella dei giovani del ’68, Fo si ritrova impegnatissimo. Politicamente, insieme con la moglie Franca Rame, si batte per la sinistra estrema ed è tra i fondatori di “Soccorso rosso”, un gruppo che sostiene detenuti politici e comuni. E teatralmente, scrive e interpreta testi irriverenti e “mangiapreti”, come Mistero buffo, che stravolge i Vangeli.

 

DARIO FO E IL SUO PASSATO FASCISTADARIO FO E IL SUO PASSATO FASCISTA

O incendiari, come Morte accidentale di un anarchico, in cui, grazie all’artificio del “matto”, non nomina esplicitamente il commissario Luigi Calabresi, che poi sarà ucciso da Lotta Continua nel 1972, e lo accusa della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, avvenuta in questura all’indomani della strage di piazza Fontana, 12 dicembre 1969.

 

In quegli anni di violenza quotidiana, la compagnia teatrale subisce non pochi attentati e attacchi: nel ’73 Franca Rame viene aggredita e violentata da un gruppo di fascisti. Forse non è un caso, ma quando gli anni di piombo si posano, lasciando un dolente cimitero, anche Dario Fo smette di scrivere testi divisivi.

 

Arte e politica non s’intrecciano, non più come prima. E così, tra quadri e libri, ormai ottantenne, laureato dal Nobel, Fo s’incammina: verso l’autunno? No, “dentro” la politica attiva. Nel 2006, invocato come un salvatore dalla sinistra e dai centri sociali, si candida a sindaco “pop”. Ci resta male quando i pragmatici milanesi gli danno poco più del 2 per cento dei voti.

DARIO FO DARIO FO

 

Apprezza (con discrezione) Giuliano Pisapia, ma è l’ultima avanguardia, quella partorita dall’eretico Gianroberto Casaleggio, che lo innamora. Tra testimonianze, interviste, dichiarazioni di voto, il suo appoggio ai 5 Stelle si fa di mese in mese più palpitante. E i grillini, osannandolo via blog, lo ricambiano, offrendo a Fo, almeno per chi ha vissuto i suoi sberleffi anni ’70, l’inosabile. L’alto scranno di presidente della Repubblica.

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