OGGI LA GROENLANDIA, IERI L’ALASKA - NEL 1867 IL SEGRETARIO DI STATO WILLIAM SEWARD ACQUISTÒ L’ALASKA DALLA RUSSIA PER 7,2 MILIONI DI DOLLARI. UN PREZZO D’OCCASIONE, EPPURE L’ACQUISIZIONE FU CONTROVERSA, TANTO CHE I SENATORI PIÙ SCETTICI (CHE QUASI RIUSCIRONO A RACCOGLIERE VOTI A SUFFICIENZA PER BOCCIARE IL TRATTATO) E LA STAMPA LA BOLLARONO COME LA FOLLIA DI SEWARD – IL LUNGO PERCORSO PER DIVENTARE UNO STATO FEDERALE E LA SCOPERTA, QUASI CASUALE, DEL PETROLIO NEL 1968, QUANDO VENNE SCOPERTO IL PIÙ GRANDE GIACIMENTO DEL NORD AMERICA…
Estratto da “La legge del Nord”, di Mary Thompson-Jones (ed. Luiss University Press)
mary thompson jones la legge del nord
Per essere un posto tanto poco popolato, l’Alaska ha una storia politica sorprendentemente animata, fatta di lotte tra conservatori, isolazionisti, colossi dell’industria, difensori dei diritti civili e statuali.
E tutto questo già prima del 1912. Sin dagli albori dello Stato, la presenza di una popolazione sparuta in un territorio enorme ha rappresentato un paradosso e ancora oggi il rapporto col resto del Paese ne risente.
Come quasi tutti gli americani ben sanno, nel 1867 il segretario di Stato William Seward acquistò l’Alaska dalla Russia per 7,2 milioni di dollari. Un prezzo d’occasione, eppure l’acquisizione fu controversa, tanto che i senatori più scettici (che quasi riuscirono a raccogliere voti a sufficienza per bocciare il trattato) e la stampa la bollarono come la follia di Seward.
Meno noto è però l’accidentato percorso che portò l’Alaska ad acquisire la condizione di Stato in un Paese che non sapeva che farsene. Venne infatti considerata prima un distretto militare, poi un dipartimento, fino a quando le cose cambiarono con la corsa all’oro nel Klondike negli anni Novanta dell’Ottocento, quando di punto in bianco centomila persone si riversarono nello Yukon canadese, un’invasione che interessò anche l’Alaska.
I discendenti di quei primi arrivati si definiscono pionieri e ci tengono a distinguersi dai nuovi venuti, con un certo divertimento dei nativi. L’atmosfera da selvaggio West della corsa all’oro e la possibile presenza di altri minerali attrasse l’industria.
Non c’erano restrizioni: le ricchezze dell’Alaska erano a disposizione. Industriali come Simon Guggenheim, J.P. Morgan e molti altri saccheggiarono la natura – rame, carbone, pesce – e si opposero strenuamente a ogni cambiamento di status dell’Alaska.
Nel 1912, il Congresso, spinto dagli scandali politici avvenuti a Washington e finalmente deciso a porre un freno alla rapacità dell’industria, sancì lo status di territorio federale dell’Alaska. Ci vollero però cinque decenni di tira-e-molla politici prima che l’Alaska divenisse un vero e proprio Stato.
Ma se al Congresso il progetto era malvisto, anche gran parte dei pionieri alaskani da par suo non faceva salti di gioia.
I pionieri erano diffidenti verso il governo federale proprio come un tempo gli abitanti delle tredici colonie nei confronti dell’Inghilterra, e più o meno per lo stesso motivo.
[…] Fino al 1959, fu il presidente degli Stati Uniti a nominare il governatore dell’Alaska. Serpeggiava un risentimento tanto forte che gli alaskani avrebbero preferito l’autogoverno, l’autonomia o addirittura l’indipendenza. Solo nel 1946 un referendum sulla condizione di Stato dell’Alaska ottenne la maggioranza dei voti. I pionieri temevano che l’Alaska, riempiendosi di persone, sarebbe irrimediabilmente cambiata, e per molto tempo avrebbero continuato a pensarlo.
Quando nel 1974 l’Alaska con un referendum decise che Juneau non sarebbe più stata la capitale dello Stato, il comitato incaricato di individuare il nuovo sito rimase sbigottito di fronte alla veemenza delle reazioni “Nimby” [“not in my backyard”: qualunque cosa vogliate fare, non fatelo qui da noi! n.d.t.]: “La nuova capitale dovrebbe essere Fairbanks o Anchorage, tanto sono già rovinate”.
Gli alaskani di qualunque appartenenza politica continuano a guardare il governo con sospetto, uniti nella convinzione che quegli incapaci burocrati di Washington capiscono poco o niente della loro realtà. La struttura demografica dell’Alaska è gradualmente cambiata e la percentuale di non nativi è aumentata seguendo una serie di ondate: dalla corsa all’oro ai programmi per dare nuove terre agli agricoltori degli Stati Uniti continentali dopo la grande Depressione e le tempeste di sabbia, fino alla Seconda guerra mondiale e alle battaglie delle isole Aleutine, che portarono più di 150mila soldati sul territorio alaskano.
Pian piano, gli alaskani cominciarono a essere favorevoli alla condizione di Stato, fino alla costituente di Fairbanks del 1955 per convincere Congresso e opinione pubblica americana ad appoggiare il loro ingresso nell’Unione. Il Congresso però si tirò indietro, facendo rimbalzare da una Camera all’altra i disegni di legge per conferire la condizione di Stato. Spesso erano i democratici del Sud a bloccarli, timorosi che l’arrivo in Parlamento di nuovi rappresentanti dell’Alaska avrebbe rafforzato le lotte per i diritti civili. Chi era conservatore sul piano fiscale temeva che l’Alaska, con la sua scarsa popolazione, un settore privato poco sviluppato e un numero esiguo di contribuenti, avrebbe pesato sul welfare.
Col senno di poi, era un grosso errore di valutazione: da sempre l’Alaska è uno degli Stati più ricchi. Molti volti noti salirono sul carro di chi si batteva per l’attribuzione della condizione di Stato. Il palazzo di ghiaccio di Edna Ferber, pubblicato nel 1958, raccontava le lotte per la statehood in forma di romanzo; tra gli altri fautori c’erano la scrittrice Pearl Buck, molti attori di Hollywood ed Eleanor Roosevelt.
Gli alaskani riuscirono infine a ottenere quel che volevano, ma fu una vittoria fortemente limitata. L’Alaskan Statehood Act del 1959 stabiliva che più di 910mila km quadrati di territorio dell’Alaska (il 60%) dovessero restare federali, e alcuni di essi dovessero restare aperti allo sviluppo.
Sanciva inoltre che il governo federale avrebbe dovuto girare allo Stato il 90% dei profitti delle concessioni. Il nuovo Stato avrebbe avuto un territorio di 420mila km quadrati (il 28%); quali non era specificato: lo Stato avrebbe avuto la possibilità di sceglierli. L’intento del Congresso era garantire introiti allo Stato, una considerazione importante, tenuto conto che meno dell’1% dei terreni erano di proprietà privata. Il restante 12% delle terre, dopo lunghe lotte, è oggi di proprietà dei nativi.
[…] Poi, con un tempismo incredibile, le compagnie che avevano quasi rinunciato a trovare il petrolio nell’Artico fecero bingo. BP e Sinclair avevano costruito sei pozzi nella Brooks Range. Tutti vuoti. In un ultimo disperato tentativo, Arco si alleò con Humble Oil e spostò l’ultimo impianto rimasto sulla North Slope nella Prudhoe Bay. Il 12 marzo 1968 a Prudhoe Bay venne scoperto il più grande giacimento petroliferi del Nord America, con le maggiori riserve di petrolio della storia.
La scoperta del petrolio e l’impegno diretto del governo federale nelle dispute sui territori coincise con un periodo di risveglio politico dei nativi dell’Alaska, che si candidarono a varie cariche locali e statali e si prodigarono in instancabili attività di lobby per tenere a bada le mani rapaci dello Stato. William Iggiagruk Hensley, venne eletto nella legislatura del 1966, presenziò in entrambe le Camere, divenne vicegovernatore e infine arrivò a capo del partito democratico dell’Alaska, recandosi centoventi volte a Washington nei cinque anni tra la sua prima elezione, nel 1966, e la risoluzione definitiva sulle rivendicazioni delle terre da parte dei nativi, nel 1971.
Hensley e altri attivisti nativi trovarono alleati nel movimento per i diritti civili e in parlamentari e agenti del governo che condividevano le loro vedute, e come Udall erano convinti che fosse un’occasione unica per raddrizzare alcuni torti storici e riconoscere i diritti degli indigeni.
L’Alaska Native Claims Settlement Act, all’epoca il più ampio provvedimento di tutti i tempi per l’assegnazione delle terre, venne firmato dal presidente Richard Nixon nel 1971. Assegnò ai centomila nativi dello Stato 178mila km quadrati, circa il 12% del territorio dell’Alaska, e un indennizzo di quasi 1 miliardo di dollari per le terre già prese. Cosa ancor più rivoluzionaria, su pressione dell’influente organizzazione-ombrello Alaskan Federation of Natives, l’accordo creò una serie di corporation – dodici a livello regionale e duecento nelle piccole città – tutte interamente possedute da azionisti nativi dell’Alaska (con una tredicesima corporation per i nativi all’estero).
Questo approccio innovativo assegnò ai nativi un controllo senza precedenti del proprio destino, cambiando per sempre il loro rapporto con lo Stato. Per un popolo che viveva in piccole città e si dedicava ad attività di mera sussistenza, il passaggio al ruolo di manager, avvocati, contabili e Ceo di aziende internazionali non è stato facile, ma le dodici corporation regionali hanno raggiunto un livello di successo che i fondatori non avrebbero mai potuto immaginare.
Nel complesso, a loro è dovuta una porzione corposa del prodotto interno lordo dello Stato. La più grande delle dodici, la Arctic Slope Regional Corporation (Asrc) è l’impresa a proprietà e gestione locale più grande dell’Alaska. Nel 2021, era al 131° posto della classifica di Forbes delle più grandi aziende americane, con entrate per 4,7 miliardi di dollari e una rete di sessanta sussidiarie in tutti gli Stati Uniti continentali.
Altri colossi sono Bristol Bay, che dichiara 2,7 miliardi di dollari di introiti, e la Northwest Arctic Native Association, con 2,4 miliardi di dollari. Per avallare la proposta di formare cinque nuove corporation dei nativi dell’Alaska servirebbe l’autorizzazione federale.
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