NON HAI L’ETÀ - PARLA L’UOMO CHE CON LA SUA DENUNCIA HA PERMESSO DI SCOPRIRE LE DUE BABY ESCORT DI VENTIMIGLIA: “SONO ANDATO ALLA POLIZIA PERCHÉ NON VOLEVO GUAI” (INVECE A ROMA, CON LE BABY MIGNOTTE DEI PARIOLI, TUTTI ZITTI)

Massimo Calandri per "la Repubblica"

«Volete la verità? Avevo paura di finire nei guai. Quando mi sono rifiutato di incontrarle, le due ragazzine hanno cominciato a telefonarmi. A mandarmi degli sms, a scrivermi su facebook, a spedire fotografie. Ho pensato: ecco, non ho fatto niente e sono pure finito in un bel casino. Hanno il mio numero, i miei messaggi: sanno chi sono, possono rovinarmi. Non ci ho dormito tre notti. E a fine gennaio - era martedì 28, me lo ricordo bene - sono andato dalla polizia a raccontare tutto».

Quarantuno anni, una piccola impresa ad Imperia. Non è sposato, parla e veste bene. Una persona seria, si direbbe a guardarlo mentre si racconta camminando nervoso sul lungomare di Ventimiglia. È il cliente che con la sua denuncia ha permesso di scoprire la storia delle due adolescenti - 14 e 15 anni - diventate baby-squillo per gioco, per emulazione delle loro coetanee dei Parioli di Roma.

«No, non sono una persona seria. Mi sono mosso solo perché non volevo guai». Non c'è proprio niente da salvare, in questa vicenda. «Vuole sapere come è cominciata? Come uno scherzo. Sono andato su quel sito perché volevo incontrare qualche ragazza della zona. Era già successo altre volte».

Bakecaincontri. com, si chiama così. «È tutto molto semplice: ti metti in contatto, cominci a chattare, stabilisci prezzo e prestazione. Quando ho letto di due diciottenni che offrivano sesso da queste parti mi sono un po' insospettito, anche perché conosco l'ambiente. Ma ci ho provato lo stesso». Un messaggio via mail, un altro. Un numero di cellulare. «Ho chiamato. Ho parlato solo con una delle due. Si capiva che era giovane.

E c'era qualcosa di strano, che non mi piaceva. Sembrava ingenua, quasi sprovveduta: "Sono una baby-squillo", mi ha detto proprio così. Strano modo di parlare. È per quello, che all'inizio ho pensato ad uno scherzo di cattivo gusto». Di cattivo gusto, testuale. Però - continua - la conversazione è andata avanti alcuni giorni. Fino all'appuntamento, nei pressi di un grande parcheggio. Il prezzo pattuito? «Trecento euro per una cosa a tre. Ho detto: va bene, però continuavo a non fidarmi. Come sarete vestite? Piumino nero e jeans, ok».

L'uomo si è nascosto, preferendo prima osservare da lontano. «Sarò stato a non più di venti metri, ma non mi hanno visto. Io invece sì. Due bambine. Voglio dire: al massimo 16 anni. Sono scappato via». Qualche ora dopo, le ragazzine gli telefonano. «Ho inventato una scusa, ho detto che ero stato trattenuto sul lavoro. Ma quanti anni avete? Quando me l'hanno detto, mi sono spaventato: siete pazze? Si sono messe a ridere. Hanno insistito: vediamoci domani. Allora ho preso tempo, ma sono cominciati ad arrivare i messaggi. Anche sulla mia pagina di facebook: mi hanno mandato delle foto. Però foto "normali", da brave ragazze ».

Brave ragazze, dice la persona seria. «Sono contrario a queste cose. Con le minorenni, mai. È sbagliato moralmente, ed è pure un reato. Gliel'ho detto, ma non mi ascoltavano». Al commissariato di via Aprosio confermano: la denuncia è stata sottoscritta il 28 gennaio scorso alle ore 9.15. Erano tre notti, che non ci dormiva. E adesso?

«Spero solo che queste ragazzine possano tornare a vivere ma per davvero. Penso al dolore dei loro genitori. Io non sono certo un santo, lo so. Ma certe cose non si fanno. Per quelli che ne hanno approfittato ci vuole la galera. Mi hanno detto che uno di loro ha una figlia della stessa età: che schifo».

Dicono che nella Riviera dei Fiori tremino in tanti altri ancora, che ci siano diverse agendine sequestrate con molti numeri da decifrare, e poi i tabulati telefonici. Intanto a Genova la procura ha cominciato ad occuparsi di un altro caso, quello di una sedicenne del Ponente cittadino - una famiglia in gravi difficoltà economiche alle spalle - che si prostituiva per pagarsi lo smartphone, i jeans firmati e le sere in discoteca. Anche lei contattava su internet i clienti, chiedendo 300 euro a prestazione: ne avrebbe incontrato una mezza dozzina, poi vinta dal tormento si è confessata con la compagna di banco ed in suo aiuto è intervenuta una insegnante.

Le due ragazzine di Ventimiglia sono tornate a scuola dall'inizio della settimana. Studiano in istituti diversi della provincia di Imperia, nessuno sa di loro. Hanno iniziato un percorso con due psicologhe che assistono anche i genitori. «Sembrano loro, quelli che oggi hanno più bisogno di aiuto», dicono gli investigatori. Famiglie semplici, come tante: i padri che lavorano (uno è impiegato, l'altro commerciante), le madri casalinghe.

«Vogliamo capire dove abbiamo sbagliato, come è stato possibile non accorgersi di nulla», ripetono. Don Julio Alvarez, parroco nella cittadina rivierasca, ha offerto la sua solidarietà e l'appoggio di tutta la comunità cattolica. «Non riesco ad immaginare il dolore che stanno provando queste persone», dice, poi invita ad una riflessione: «Non possiamo permettere ai nostri figli, soprattutto i più giovani, di andare liberamente su internet. Ci sono pericoli, trappole da cui dobbiamo proteggerli».

 

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