PERCHÉ SULLE FOIBE È CALATO PER TANTI ANNI IL SILENZIO? – OGGI È LA “GIORNATA DEL RICORDO”, LA COMMEMORAZIONE DELLA STRAGE DI SEIMILA ITALIANI, ELIMINATI DALL'ESERCITO JUGOSLAVO NEL 1945 – LO STORICO GIANNI OLIVA: “LA SPIEGAZIONE DI QUESTA MEMORIA A LUNGO NEGATA RINVIA A TRE SILENZI. IL PRIMO È QUELLO INTERNAZIONALE: NEL 1948, QUANDO STALIN ROMPE I RAPPORTI CON TITO, LA JUGOSLAVIA DIVENTA PER L'OCCIDENTE UN INTERLOCUTORE E NON VA DISTURBATA. IL SECONDO È IL SILENZIO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO. E IL TERZO È IL SILENZIO DI STATO: APRIRE I CONTI CON IL PASSATO SIGNIFICA RISCHIARE RIVISITAZIONI DAGLI ESITI IMPREVEDIBILI E INDIVIDUARE LE CORRESPONSABILITÀ DI TROPPI…”
Estratto dell’articolo di Gianni Oliva per “la Stampa”
Anche se il voto quasi unanime con cui nel 2004 il Parlamento ha istituito la "giornata del ricordo" ha contribuito a sottrarre il tema dal cono d'ombra dell'"indicibile", la vicenda del confine nordorientale resta una pagina ancora parzialmente irrisolta, stretta tra l'ignoranza dei molti (troppi) che continuano a non sapere di che cosa si tratta, i retropensieri dei negazionisti e dei riduzionisti, le esasperazioni opposte di chi parla di genocidio e di pulizia etnica.
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La storiografia più avveduta ha fatto chiarezza da tempo: nella primavera 1945 nelle foibe (le fenditure naturali tipiche del paesaggio carsico) stati gettati i cadaveri di cinque/seimila cittadini italiani eliminati dall'esercito partigiano jugoslavo.
Le spiegazioni del fenomeno riconducono ad una duplice realtà: da un lato, gli antagonismi nazionali alimentati dall'italianizzazione forzata perseguita dal fascismo ed esasperati dalle violenze dell'occupazione militare italo-tedesca del 1941-'43, quando il Regio Esercito si rese responsabile di esecuzioni sommarie, deportazioni di cittadini slavi, incendi di villaggi;
dall'altro, la politica espansionistica del nazionalcomunismo di Tito e il progetto di annettere alla nuova Jugoslavia comunista le terre mistilingue dell'Istria e della Venezia Giulia.
Nel maggio-giugno 1945, quando le forze titoiste arrivano per prime a Trieste, si scatena una repressione brutale nella quale si mescolano risentimenti nazionali e volontà epurativa politica. Perché al tavolo delle trattative di pace venga riconosciuta la sovranità di Belgrado su tutto il territorio giuliano, bisogna infatti eliminare le persone che possono difenderne l'italianità, impedire l'affermarsi di autorità antifasciste capaci di legittimarsi agli occhi degli Alleati, sopprimere le personalità di orientamento moderato o anticomunista.
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E da qui il fenomeno successivo: l'esodo di circa 300mila italiani dalle regioni che il trattato di pace del 10 febbraio 1947 ha assegnato al controllo jugoslavo, cittadini che lasciano le loro terre d'origine e raggiungono la penisola, ospitati in 109 campi di raccolta sparpagliati in tutte le regioni.
Perché per tanti decenni non si è parlato di tutto questo? La spiegazione di questa memoria negata rinvia a tre silenzi, pesanti come macigni. Il primo è il silenzio internazionale.
foibe - soldati dell esercito italiano che fucilano degli ostaggi Sloveni di Dane LoSka Dolina
Nel 1948, quando Stalin rompe i rapporti con Tito accusandolo di deviazionismo, la Jugoslavia diventa per l'Occidente un interlocutore e la prima regola della diplomazia è che gli interlocutori non si mettono in difficoltà con domande imbarazzanti: da quel momento, non c'è più interesse a far chiarezza né sugli infoibati, né sulle ragioni dell'esodo dall'Istria e dalla Dalmazia.
Il secondo è il silenzio di partito. Per il Partito comunista parlare di foibe significherebbe esplicitare la posizione di Togliatti sulla questione di Trieste e mettere in evidenza le contraddizioni di un movimento che in Parlamento opera come partito nazionale, ma in politica estera conserva la visione internazionalista e la subalternità alle indicazioni di Mosca.
Il terzo è il silenzio di Stato. L'Italia fascista ha scatenato la seconda guerra mondiale insieme alla Germania nazista e l'ha persa, ma la nuova Italia del 1945 si sforza di autorappresentarsi come Paese vincitore e utilizza l'esperienza della Resistenza partigiana (nobile e determinante per il futuro del Paese, ma minoritaria) come alibi per autoassolversi e cancellare in un colpo il periodo 1922-1943.
Questa rielaborazione rassicurante del passato, che scarica le colpe della dittatura e della guerra esclusivamente su Mussolini e sul Re, giova tanto alla sinistra comunista (che nella Resistenza trova la propria legittimazione) quanto alle forze moderate, che puntano alla normalizzazione dello Stato e alla continuità della classe dirigente.
Aprire i conti con il passato significa rischiare rivisitazioni dagli esiti imprevedibili e individuare le corresponsabilità di troppi, pregiudicando gli equilibri del Paese: meglio fingersi vincitori e garantire a tutti una ritrovata verginità politica e morale. Perché questa autorappresentazione possa funzionare, occorre però rimuovere dalla memoria collettiva ciò che ricorda la sconfitta. Nascono così i silenzi.
"Indicibili" sono i prigionieri di guerra perché rinviano all'idea della sconfitta; "indicibili" sono i crimini di guerra italiani e i presunti criminali di cui si nega l'estradizione; "indicibili", soprattutto, sono le foibe e l'esodo, perché nessun Paese vincitore subisce, dopo la fine del conflitto, la strage di migliaia di cittadini e l'esodo di centinaia di migliaia di altri.
La "giornata del ricordo" è stata una scelta politica (tardiva ma importante) per trasformare la tragedia del confine nordorientale in coscienza collettiva: dopo oltre vent'anni dalla sua istituzione, è però evidente che la strada da percorrere è ancora lunga. Sarà percorsa solo il giorno in cui si riconoscerà che gli infoibati e gli esuli non sono né di destra né di sinistra, ma solo cittadini italiani, vittime estreme di quella follia nazionale che fu la guerra 1940-'45.
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MANIFESTAZIONE DI FORZA NUOVA SULLE FOIBE



