dj fabo

“VOGLIO USCIRE DALLA GABBIA DEL MIO CORPO” - PRIMA DI MORIRE, DJ FABO HA DETTO AGLI AMICI: “QUANDO GUIDATE ALLACCIATE SEMPRE LE CINTURE, VI PREGO, NON POTETE FARMI FAVORE PIÙ GRANDE...” - LA CRONACA DEL SUO ULTIMO GIORNO

Giusi Fasano per il “Corriere della Sera”

 

DJ FABODJ FABO

Anche l'anziana infermiera, che pure ne ha visti tanti di malati terminali venuti fin qui a morire, ieri mattina si è commossa davanti a quel giovane uomo che diceva parole d' addio agli amici, alla madre, alla fidanzata. Era come se Fabiano Antoniani, per tutti dj Fabo, avesse paura di arrivare in ritardo all' appuntamento con la morte.

 

DJ FABODJ FABO

Aveva fretta di andare e una sola preoccupazione: non riuscire a mordere il pulsante che avrebbe avviato il conto alla rovescia della sua vita. Ma voleva morire, disperatamente. «Tornare libero, fuori dalla gabbia del mio corpo», come diceva lui. E i muscoli della sua bocca hanno obbedito. La pozione letale è passata attraverso il sondino, venti minuti dopo era tutto finito.

 

«Adesso voi magari mi prenderete per scemo», ha detto agli amici salutandoli per un' ultima volta, «ma devo dirvi una cosa molto importante: quando guidate allacciate sempre le cinture, vi prego, non potete farmi favore più grande...». I soccorritori ipotizzarono che lui non l' avesse quando lo trovarono, fuori dalla sua auto, la notte dell' incidente che lo rese cieco e tetraplegico.

DJ FABODJ FABO

 

Era il 13 giugno 2014. Da allora Fabo ha respirato, più che vissuto. Ha provato a recuperare, a tenere duro, ma niente è servito a niente e alla fine, immobile e cieco, ha supplicato il mondo intero perché lo aiutassero a realizzare il suo unico sogno, morire. Voleva farlo nel suo Paese, nella sua casa. E invece ha dovuto arrivare fin qui, in questo angolo anonimo a circa una trentina di chilometri da Zurigo, in questo cubo azzurro su due piani e senza nemmeno un' insegna, che tutti chiamano «clinica».

 

DJ FABODJ FABO

Cinque ore di viaggio in macchina con l' amico Marco Cappato, poi la camera con i divani bianchi, i cuscini colorati, la stufa di ghisa, e ciotole piene di cioccolatini e tanta luce. Valeria, la donna della sua vita, gli ha descritto ogni cosa e come sempre era lì accanto a lui ad accarezzarlo, a ridere delle sue battute, a tenergli la mano. «Vorrei che questa notte non finisse mai...», ha scritto sul suo profilo Facebook l' ultima notte del suo Fabo.

 

Ieri mattina la visita medica finale, poi colazione a base di yogurt e ancora una volta Fabiano a tenere su il morale di tutti, con le sue battute: «È più buono che da noi in Italia, se per caso non riuscissi a morire ne porto un po' a casa». E poi ore a rievocare momenti di vacanze lontane raccontati mille e mille altre volte: «Ti ricordi di quel giorno che...». Si ricorda, sì. Fabo ha sempre ricordato ogni cosa perché, a differenza del suo corpo, la sua mente non ha mai smesso di funzionare. Ha avuto quasi tre anni per pensare e ripensare alla sua vita prima dell' incidente e in tutto quel tempo, al buio e nell' immobilità, la memoria ha ripescato ricordi sepolti dalle stagioni.

DJ FABODJ FABO

 

È capitato, in questi giorni svizzeri, che qualcuno degli amici non riuscisse a trattenere le lacrime ma hanno fatto di tutto perché lui non lo sapesse. Fabo era Fabo, lui non le avrebbe volute, né avrebbe mai sopportato che qualcuno lo trattasse con compassione. Sognava di morire perché la sua esistenza era diventata soltanto un «inferno di dolore, di dolore, di dolore» per dirla con le parole registrate nel suo ultimo video.

 

DJ FABODJ FABO

Ha ringraziato chi doveva, ha salutato tutti, ha detto a Valeria parole d' amore e ha messo assieme tutta la forza che gli rimaneva per avvicinare la bocca a quel pulsante. Per avvicinare il suo dolore alla morte. «Non c' è nessuna fretta. Lei ci dica solo un' ultima volta se davvero è sicuro fino in fondo di quello che sta facendo» gli aveva chiesto l' infermiera dopo aver preparato il sondino che avrebbe portato il farmaco mortale nel suo corpo. Non ha avuto un istante di esitazione: «Sì».

 

Sul retro della clinica azzurra qualcuno ha lasciato sacchi pieni di materiale medico usato. Ce n' erano cinque, ieri pomeriggio. Ogni sacco un paziente che se n' è andato. Siamo nell' area industriale, i camion entrano ed escono dall' edificio accanto e il rumore che fanno stona con un luogo che, in un mondo perfetto, meriterebbe silenzio.

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