jason stanley

“LA CRITICA AGLI ORRORI PERPETRATI DA ISRAELE NELLA STRISCIA DI GAZA NON È ANTISEMITISMO” - LA RIVOLTA IN UNA SINAGOGA DI FRANCOFORTE PER IL DISCORSO DELLO STUDIOSO EBREO JASON STANLEY CHE SI È PERMESSO DI CRITICARE ISRAELE, CONDANNANDO L’ATTEGGIAMENTO OMERTOSO DELLA GERMANIA NEI CONFRONTI DEL MASSACRO A GAZA: “HANNAH ARENDT, CHE CRITICÒ IL MODO ‘INGIUSTO’ IN CUI VENIVANO TRATTATI I PALESTINESI, NON POTREBBE PIÙ PARLARE NELLA GERMANIA DI OGGI. STESSA COSA ALBERT EINSTEIN, CHE SI DICHIARÒ A FAVORE DI UNA SOLUZIONE DEI DUE STATI” - IN SINAGOGA È ESPLOSO IL CAOS, STANLEY NON HA POTUTO FINIRE IL DISCORSO E…

Estratto dell’articolo di Tonia Mastrobuoni per "la Repubblica"

 

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A marzo Jason Stanley è emigrato in Canada. Il filosofo di Yale, grande studioso di fascismi, nipote di ebrei tedeschi emigrati da Berlino durante il Terzo Reich, si sentiva minacciato dalla repressione di Trump. «Questo è fascismo», aveva dichiarato allora, prima di accettare una cattedra a Toronto.

 

Ma il 9 novembre, in occasione della rimembranza del pogrom del 1938, Stanley è stato invitato nel Paese di origine della sua famiglia per tenere un discorso nella sinagoga di Francoforte. Il filosofo non è riuscito neanche a concluderlo: è stato invitato dagli stessi organizzatori ad abbandonare il tempio tra urla e contestazioni. La sua colpa: aver criticato Israele e soprattutto l'atteggiamento omertoso della Germania nei confronti del massacro di Gaza.

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Nel suo discorso, Stanley aveva ricordato la storia della sua famiglia, costretta nel 1939 a fuggire a New York. […] Il filosofo aveva criticato la destra odierna come l'Afd che distingue tra tedeschi e ‘tedeschi da passaporto', ossia i migranti naturalizzati. «La costruzione di una nazione basata sulla scelta di un nemico di razza, etnico, religioso o sessuale è la quintessenza del fascismo», aveva sottolineato. Il discorso era un manifesto in difesa del liberalismo, che i nazisti avevano sempre odiato - anzitutto il giurista principe di Hitler, Carl Schmitt - e considerato un'invenzione degli ebrei.

 

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Ma le prime contestazioni nella sinagoga di Francoforte sono arrivate durante i passaggi in cui Stanley ha cominciato a parlare di Israele. Suo padre - aveva ricordato il professore - rifiutava l'idea di uno Stato basato sulla religione, si sentiva solidale con i palestinesi «che avevano vissuto negli espropri e nelle perdite qualcosa di simile alla sua famiglia». Il filosofo aveva condannato il massacro del 7 ottobre e l'orribile antisemitismo che si è diffuso da allora. Ma aveva detto: «La critica agli orrori perpetrati da Israele nella Striscia di Gaza non è antisemitismo».

 

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Lo studioso aveva tirato una bordata alla Germania, rea di voler ascoltare «solo le voci di chi sostiene incondizionatamente Israele».

Poi l'affondo: «Di fatto i tedeschi pretendono di decidere chi è ebreo e chi non lo è», cioè chi può criticare Israele e chi no. Per Stanley un fatto «offensivo», anzi: «da piccolo ho imparato che l'antisemitismo è questo». Tanto più insopportabile se proviene dai non ebrei «e in particolare dai tedeschi», aveva aggiunto.

 

Secondo Stanley, Hannah Arendt, che criticò a più riprese il modo «ingiusto» in cui venivano trattati i palestinesi, «non potrebbe più parlare nella Germania di oggi».

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Idem Albert Einstein, che si dichiarò a favore di una soluzione dei due Stati. E il filosofo aveva rievocato il caso della scrittrice ebrea di origine russa Masha Gessen, cui è stato negato a dicembre del 2023 un premio in Germania perché in un articolo sul New Yorker aveva paragonato Gaza al ghetto di Varsavia e aveva condannato il feticismo, la burocrazia del culto della memoria dei tedeschi.

 

In Germania vige il dogma dell'irripetibilità della Shoah: l'idea che nulla possa essere paragonabile al genocidio degli ebrei. Ma il "mai più" del 1945 significa anche, questo il senso dell'articolo di Gessen, che i tedeschi dovrebbero essere i primi a capire quando determinate atrocità rischiano di ripetersi.

 

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Stanley non è mai riuscito a finire il suo discorso alla comunità ebraica: le urla e le proteste sono diventate insostenibili, tanto che il rabbino lo ha pregato di concludere. Il filosofo ha lasciato precipitosamente la sinagoga, ha detto alla Taz di essere "scioccato" dal trattamento riservatogli anche dagli organizzatori. Ma ha potuto pubblicare il suo discorso integrale sul quotidiano della città, la Frankfurter Allgemeine Zeitung.

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[…]

La civilissima Germania, sul fronte del dibattito su Gaza non ha mostrato il suo volto migliore.

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