salvini bruzzese

“BRUZZESE AVEVA CHIESTO GIÀ DA PIÙ DI DUE ANNI E MEZZO DI USCIRE DAL SISTEMA DI PROTEZIONE”, SALVINI PARLA DELL’OMICIDIO DI PESARO E POI INCONTRA LA SORELLA DELLA VUTTUNA – SI RIAPRE LA QUESTIONE DEI COLLABORATORI DELLO STATO CHE, SPESSO, FANNO DI TUTTO PER RESTARE ANCORATI ALLA VECCHIA VITA

1 - «LA VITTIMA NON VOLEVA PIÙ LA PROTEZIONE»

salvini

Giorgio Guidelli per “il Giorno”

 

Quel tanfo di vendetta trasversale. Quell' odore acre d' avvertimento infame, che non pungeva le narici marchigiane da decenni, da quando un altro parente di pentito, Roberto Peci, fratello di Patrizio, fu ucciso a sangue freddo.

Fu l' inizio della fine della stella a cinque punte. Delle Br. E, ieri, all' arrivo a Pesaro del leader dell' Interno, qualcuno ha spiattellato quel ricordo a Matteo Salvini, proprio all' ingresso della prefettura, poco prima del via ai lavori del Comitato per l' ordine e la sicurezza nel dopo omicidio di Marcello Bruzzese.

 

girolamo bruzzese

SALVINI, marciando circondato dai cronisti, ha risposto secco: «Vediamo che cosa non ha funzionato, però sono qui a testimoniare che le Marche e i marchigiani sono più forti di qualsiasi infiltrazione criminale». Così, all' indomani della barbara esecuzione di Natale, ribadisce: «Stiamo attenti, staremo attenti, stiamo sequestrando e confiscando beni ai mafiosi, però sono orgoglioso del lavoro che le forze dell' ordine stanno facendo».

 

Poi, la rivelazione: «Cercheremo di essere ancora più attenti, poi questo signore, a cui ovviamente va un pensiero, una preghiera, aveva chiesto già da più di due anni e mezzo di uscire dal sistema di protezione, vediamo che cosa non ha funzionato». Quindi una radiografia della piovra che «non è problema calabrese ma europeo». E un focus sulle indagini: «Conto che possa essere reso noto il prima possibile il perché e per come.

 

Sono in corso indagini e non entro nel merito». E sottolinea: «Ci tenevo ad esserci perché far passare le Marche e Pesaro come terra di 'ndrangheta, mafia e camorra è qualcosa che non meritano».

 

salvini

Salvini ha ricordato che in Italia ci sono circa «1.200 collaboratori e testimoni protetti, ampliando ai familiari si arriva a 6mila persone». Una mattinata blindato nella stanza dedicata al Comitato, poi la conferenza davanti a un emiciclo di cronisti e microfoni. Alla quale ha assistito dalla platea l' altro Matteo, il sindaco Pd di Pesaro, Ricci. «La vittima dell' agguato - ha spiegato - non era componente attivo della criminalità, ma solo protetto e lui stesso si sentiva abbastanza protetto». «Per essere chiari - ha ribadito il sindaco - non è arrivata la 'ndrangheta a Pesaro. Ma lo Stato ha portato persone a proteggersi dalla 'ndrangheta perché ritiene questo territorio più sicuro di altri». Ma l' attenzione resta altissima. Ed è Ricci a tenerla accesa: «Abbiamo chiesto una riduzione dei collaboratori di giustizia sul nostro territorio. Anche la Procura è del parere che ve ne siano tanti nelle Marche, proprio perché ritenute un territorio più sicuro rispetto ad altri».

 

UN FUORIPROGRAMMA fuori dalla prefettura. Sul piede di partenza per Catania, Salvini si è incontrato con la sorella di Bruzzese. Nessuno sa che cosa si siano detti. Il leader del Viminale ha poi lasciato il palazzo della prefettura, in piazza del Popolo, a poche centinaia di metri dal luogo dell' esecuzione. I soliti selfie. E la rassicurazione a chi certe esecuzioni, da queste parti, le ha viste solo nelle fiction: «Signora, stia tranquilla, chi ha sbagliato salterà...». Così Salvini ha risposto, uscendo dall' ex palazzo dei duchi, a una donna che poco prima gli aveva urlato: «Non si può morire in questo modo a Pesaro».

Perché qui le vendette trasversali fanno ancora più male.

 

agguato pesaro

2 - TRA DIRETTE FACEBOOK E VISITINE AL BAR, QUEI PENTITI MITOMANI DIFFICILI DA DIFENDERE

Simone Di Meo per “la Verità”

 

L' obiettivo del telefonino si mosse giusto un po', prima della messa a fuoco. Nell' inquadratura comparvero un tipo dalla faccia dura, barba sale e pepe, e cappello calato sulla fronte; e una donna dall' improbabile accento partenopeo. Alle loro spalle l' interno di un bar, e in secondo piano confezioni glamour di una boutique e di una profumeria. Era la loro prima diretta Facebook, e si notava.

 

Giuseppe Sarno e sua cognata, Patrizia Ippolito, cominciarono a lanciare baci alla camera, all' indirizzo di chi li stava seguendo da Ponticelli, rione povero ed emarginato della periferia orientale di Napoli. Il quartiere dell' uomo, quand' era uno dei boss della camorra locale. Il luogo in cui idealmente riappariva - seppur dietro lo schermo di uno smartphone - da quando aveva deciso di iniziare a collaborare con la giustizia. Pentito per la legge ma non per i suoi amici, che gli tributavano saluti deferenti e omaggi. E lui di rimando: «Tu lo sai dove sono, ti aspetto. Cercami, già sai dove sto».

pesaro omicidio

 

Se c' è un aspetto che la tragedia di Marcello Bruzzese, il fratello di un pentito della 'ndrangheta ucciso a Natale a Pesaro, rischia di lasciare nell' ombra è quello dell' impossibilità, per le strutture di protezione del Viminale, di assicurare un' adeguata tutela a quanti si sono rifugiati tra le braccia dello Stato. Milleduecento pentiti (ma il numero è in continua crescita) a cui aggiungere cinquemila familiari.

 

Una impossibilità dettata pure dall' inutile protagonismo o dalle disattenzioni di chi non si rende conto di dover cambiare vita. Bruzzese aveva il proprio nome sulla targhetta della cassetta postale, e da due anni e mezzo -ha specificato il ministro dell' Interno, Matteo Salvini, ieri nella cittadina marchigiana per presiedere il Comitato per l' ordine e la sicurezza -aveva chiesto di uscire dal programma di protezione.

 

Durante la diretta Facebook, Sarno aveva invece fatto nomi e cognomi dei parenti che conoscevano il suo nuovo indirizzo esponendoli al rischio di vendette trasversali. Lo stesso è successo a un ex affiliato a Cosa nostra, Giuseppe Tantillo, che pure ha ceduto al fascino della diretta social. In una decina di minuti di registrazione online, ha bersagliato di insulti e minacce volti noti e meno noti dell' onorata società palermitana svelandone tradimenti (anche coniugali), miserie umane e ricatti.

matteo salvini guarda la partita del milan

 

«È una pulsione incontrollabile quella che provano, dichiara un investigatore alla Verità. Vogliono uscire allo scoperto, spiegare, mostrarsi per quello che sono. I pentiti non rinunciano mai del tutto a quella che era la loro esistenza precedente». Soprattutto se maneggiano un cellulare. Un pentito, un tempo ai vertici della Nuova famiglia, il maxi cartello criminale che sconfisse Raffaele Cutolo, è tuttora su Facebook con il suo vero nome. È uscito dai ranghi del servizio centrale di protezione, e per un periodo è tornato a vivere nel suo paesello, nel Vesuviano. «Non avevo altro posto in cui andare», spiega alla Verità, oggi, «è stato un rischio, lo so. Non sono uscito di casa tanto spesso». Che cosa sarebbe successo se avesse incrociato quelli che aveva accusato?

 

Il figlio di Luigi Giuliano, l' ex capo dei capi della camorra di Forcella, famoso per l' amicizia con Diego Maradona e per la vita da film tra belle donne e fiumi di champagne, qualche mese fa è riapparso a Napoli, nell' ex feudo di famiglia.

 

Nunzio Giuliano non aveva più soldi, e si era ridotto a dormire in un' auto o in un garage. Dopo qualche giorno, è rimasto vittima di una spedizione punitiva di un clan rivale. Il fratello Giovanni era stato ammazzato, nel 2006, proprio in circostanze simili.

pesaro omicidio

Anche suo cugino, Salvatore Giuliano, di vent' anni appena, figlio di un altro pentito della cosca, quasi nello stesso periodo è stato picchiato e accoltellato per vendetta. La madre, in preda all' ira, pubblicò la foto del presunto aggressore minacciandolo in un post: «Mio marito è pentito, ma è un uomo. Ho detto ai carabinieri che ti uccido. Vedrai, devi sentire il dolore e il sangue che devi buttare. Tua mamma piangerà tanto. Mi chiamano la pazza, non te lo scordare. Ti perseguiterò a vita».

 

Un collaboratore di giustizia, un tempo fedelissimo del boss stragista casalese Giuseppe Setola, inviò una lettera a un giornalista per chiedergli di scrivere un libro insieme mentre era ancora sotto protezione. Oreste Spagnuolo, questo il suo nome, anticipò di che cosa avrebbe voluto parlare, malgrado la legge al riguardo sia particolarmente rigida: un collaboratore di giustizia non può in alcun modo svelare informazioni riversate nei verbali consegnati all' autorità giudiziaria. I libri di confessioni e le interviste sono l' ambizione massima per i pentiti in cerca di pubblicità.

pesaro omicidio

 

Il figlio di un boss imprenditore, uno degli uomini più spregiudicati e ricchi di Marano (un paesone ad alta densità mafiosa in provincia di Napoli), una volta uscito dal programma di protezione, provò a pubblicare un memoir ma i pm antimafia glielo impedirono. Non è sempre però possibile prevenire in tempo tutte le improvvide iniziative dei collaboratori e dei loro familiari. Le notizie corrono molto più velocemente nel mondo della malavita che in quello della società civile. L' ultimo colpo di testa è di un ferocissimo padrino che da anni ormai è un collaboratore tra i più importanti della storia della malavita campana. Qualcuno giura di averlo visto, in un bar di Napoli, qualche settimana fa, addentare una sfogliatella e bere un caffè caldissimo. Amaro.

pesaro omicidio

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