E SE PER SPIPPOLARE SUI SOCIAL DOVESSIMO APRIRE IL PORTAFOGLIO? MAURO MASI EVOCA LA TRASFORMAZIONE DEI SOCIAL DA PIATTAFORMA DI CONDIVISIONE A SERVIZIO: “UN ACCESSO A PAGAMENTO È SICURAMENTE PIÙ CONSAPEVOLE E ATTENTO E DOVREBBE SCORAGGIARE CHI ACCEDE AI SOCIAL IN MANIERA PATOLOGICA E, SOPRATTUTTO, ALLONTANARE I MINORI. C’È POI DA DIRE CHE, IN REALTÀ, I SOCIAL NON SONO MAI STATI DEL TUTTO GRATUITI O MEGLIO LO SONO ALL’APPARENZA PERCHÉ ESISTE UN COSTO OCCULTO, CHE È QUELLO CHE SCONTIAMO IN TERMINI DI RIDUZIONE DEL LIVELLO DELLA PRIVACY. DIFATTI FACEBOOK E SOCI SONO POCO INCENTIVATI A TRATTARE I NOSTRI DATI CON LA CAUTELA E CON IL RISPETTO DOVUTO…”
Estratto dell’articolo di Mauro Masi* per “Italia Oggi"
*delegato italiano alla Proprietà intellettuale
Ora che dopo l’Australia anche Francia e Spagna stanno varando leggi per vietare l’uso dei social ai minori di 16 anni, ci si chiede se questa è la strada più efficace per ottenere un risultato su cui c’è un amplissimo consenso. […]
Molti, e noi tra questi, pensano che il risultato possa essere più efficacemente perseguito facendo pagare l’accesso ai social.
[…] un accesso a pagamento è sicuramente un accesso più consapevole e attento e, quantomeno, dovrebbe poter scoraggiare chi accede ai social in maniera patologica e, soprattutto, allontanare i minori.
the economist sul perche i ban sui social non funzionano
C’è poi da dire che, in realtà, i social non sono mai stati del tutto gratuiti o meglio lo sono all’apparenza perché, seppure non paghiamo un prezzo esplicito per «stare» sui social, esiste, ed è sempre più evidente, un costo occulto, che è quello che scontiamo in termini di riduzione del livello della privacy. Difatti, siccome non li paghiamo direttamente, Facebook e soci sono poco incentivati a trattare i nostri dati con la cautela e con il rispetto dovuto.
L’eventuale insoddisfazione degli utenti imbufaliti è molto meno temuta dai grandi gestori delle piattaforme che non quella dei clienti veri e propri (cioè quelli che portano i soldi: le agenzie di pubblicità e similari). Al limite, garantire la totale (o comunque la più alta possibile) riservatezza dei nostri dati rappresenta un ostacolo alla redditività dei social. La cui evoluzione nel tempo ha definito un modello di business che, secondo Jaron Lanier (uno dei «grandi vecchi» del mondo della rete), ha ormai un solo vero obiettivo: «la modificazione a pagamento del comportamento di massa» […]
Lanier si spinge a sostenere che, in questo scenario, dovrebbero essere addirittura i gestori dei social a pagare gli utenti per compensarli del tempo che dedicano loro e, soprattutto, per i dati che ottengono in questo modo.
Questa proposta di Lanier, paradossale e affascinante, è chiaramente irrealizzabile; è invece realizzabile l’idea di trasformare i social in servizi offerti in abbonamento. Insomma, il dado è tratto, e la strada è quella in qualche modo ipotizzata fin dall’inizio dai «padri fondatori» di Internet e cioè della trasformazione dei social da piattaforma di condivisione a servizio.
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