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LA STORIA DELLE BORSE TAROCCHE REGALATE A FRANCESCA PASCALE POTREBBE COSTARE CARA A DANIELA SANTANCHÈ – SE LA MINISTRA FOSSE STATA CONSAPEVOLE DEL “FALSO”, CON LA CESSIONE (ANCHE SE GRATUITA) ALL’AMICA, AVREBBE POTUTO INCORRERE NEL REATO DI RICETTAZIONE CHE TUTTAVIA ALLA DATA ODIERNA SAREBBE PRESCRITTO. LA MINISTRA, IN OGNI CASO, AVREBBE DOVUTO DENUNCIARE: IN QUANTO PUBBLICO UFFICIALE, È OBBLIGATA A FARLO QUANDO HA “NOTIZIA DI UN REATO PERSEGUIBILE D’UFFICIO”. PER ORA, L’UNICA DENUNCIA CHE HA PRESENTATO È QUELLA CONTRO “IL FATTO QUOTIDIANO”, CHE HA RIVELATO LA VICENDA (PER LEI SI TRATTA DI UN “FALSO”. LA NOTIZIA, NON LE BORSE…)

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SANTANCHÈ, PASCALE E LE BORSETTE DELLA DISCORDIA

Estratto dell’articolo di Maria Corbi per “La Stampa”

 

DANIELA SANTANCHE CON UN VU CUMPRA

Quando una borsa costa come l'acconto per un appartamento, o come l'appartamento stesso, comprarne una "tarocca" può essere un atto di protesta, ma se sei ministro di un governo sovranista, implacabile nel condannare qualsiasi forma di contraffazione in nome della tutela del made in Italy, l'accusa di alimentare il mercato dei falsi di lusso non è cosa da poco.

 

[…] Certo è che la "Santa" non ha mai nascosto la sua fascinazione per il mercato dei falsi, soprattutto quando è a Forte dei Marmi, dove questo smercio è famoso e fiorente, con dei "vu cumprà", come venivano chiamati, che sono diventati legenda, come Mosè, il primo a dotarsi anche di Pos visto che la sua merce costava carissima anche se tarocca.

 

daniela santanche con borsa hermes 8

E qualche estate fa la ministra del turismo venne immortalata mentre si dilettava a guardare la merce griffatissima, serenamente sdraiata sotto la sua tenda al Twiga.

La giustificazione fu: «Guardare e non toccare». Insomma non è peccato ammirare le borsette falsissime, se poi non si comprano.

 

L'ipotesi di denunciare nemmeno presa in considerazione. «Un conto è guardare e anche apprezzare qualcosa, un conto è comprarlo. E io non ho comprato mai niente. […]».

 

Alla luce di tutto questo chi ha avuto la fortuna di entrare nell'antro delle meraviglie di casa Santanchè, ossia il suo guardaroba, non può che farsi venire un dubbio su quella distesa di Birkin di tutti i colori e di tutti i pellami, dal giallo al fucsia, anzi "framboise" come da denominazione della maison, passando per i neutri e carissimi colori naturali dei rettili. Ma dalla proprietaria niente lacrime di coccodrillo, solo borsette.

 

HERMÈS FALSE: SANTANCHÈ RISCHIA SE NON FA DENUNCIA

Estratto dell’articolo di Vincenzo Bisbiglia per “il Fatto quotidiano”

 

DANIELA SANTANCHE QUERELA SELVAGGIA LUCARELLI VIA INSTAGRAM

[…] Una figuraccia? forse. Ma non è solo questo. Il tema è serio. Come spiegano al Fatto fonti investigative che si occupano ogni giorno di merce contraffatta, se Santanchè fosse stata consapevole del “falso”, con la cessione (pure gratuita) all’amica avrebbe potuto incorrere nel reato di ricettazione che tuttavia alla data odierna sarebbe prescritto (l’estinzione interviene entro massimo 8 anni dai fatti).

 

E sarebbe prescritto anche l’eventuale reato di incauto acquisto, rinvenibile all’articolo 712 del codice penale, che punisce con l’arresto fino a 6 mesi chiunque effettui acquisti di cose di sospetta provenienza. Acquistare un accessorio di tale valore, infatti, in un mercato rionale (caso limite, ma non impossibile), da un broker non accreditato o fuori dai circuiti ufficiali o a prezzi eccessivamente scontati, deve infatti spingere l’acquirente a sospettare della provenienza del bene.

 

daniela santanche con borsa hermes 9

In questo caso Santanchè non ha ancora rivelato dove ha acquistato le borse. C’è però un tema giuridico molto più attuale. Dalla ricostruzione emerge che Pascale, dopo la disavventura in via Montenapoleone, aveva avuto modo di far notare a Santanchè quanto riferitole nel negozio Hermès. Non risulta però che abbia denunciato la presunta truffa. Ora che la vicenda è diventata di dominio pubblico potrebbe – anzi dovrebbe – rimediare.

 

Perché, spiegano gli stessi investigatori, la ministra oggi è un pubblico ufficiale e, in base all’articolo 331 del codice di procedura penale, quando questi sono “nell’esercizio o a causa delle loro funzioni o del loro servizio” e “hanno notizia di un reato perseguibile di ufficio”, devono “farne denuncia per iscritto, anche quando non sia individuata la persona alla quale il reato è attribuito”. Si dirà che Santanchè non era nell’esercizio delle proprie funzioni, ma gli stessi investigatori spiegano che il ruolo di pubblico ufficiale impone comunque l’obbligo di denunciare.

 

Al momento però Santanchè non ha nemmeno confermato la ricostruzione dei fatti. Anzi, ha affermato, in una nota, che in questa vicenda “l’unico falso è la notizia” e che denuncerà il nostro giornale. Il Fatto ha provato a contattare Santanchè, chiedendole se ha intenzione di querelare anche Pascale – che ha confermato in toto la storia – ma la ministra non ha risposto, attenendosi al contenuto del comunicato stampa.

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“La verità sarà molto facile per me da dimostrare”, ha aggiunto Santanchè […]. Interessante a questo punto sarebbe capire la provenienza delle borse. In generale, ogni anno la Guardia di Finanza sequestra in tutta Italia prodotti griffati, anche di estremo valore, “non contraffatti” ma “non registrati”. Cosa significa? Spesso oggetti del genere, nella filiera della produzione, vengono materialmente realizzati […] da lavoratori extracomunitari (in gran parte cinesi) che ne producono in soprannumero: i pezzi in eccesso, in tutto e per tutto considerati “veri”, vengono immessi senza numero di registro in un mercato parallelo. Sarà stato questo il caso?

 

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