È IL GIORNALISMO, BELLEZZA! – IL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA HA RIGETTATO LA RICHIESTA DI RISARCIMENTO DANNI, DI 300 MILA EURO COMPLESSIVI, AVANZATA DA VITTORIO SGARBI CONTRO IL “FATTO QUOTIDIANO” E CONTRO DAGOSPIA PER LE INCHIESTE DEL QUOTIDIANO DIRETTO DA TRAVAGLIO SULLE ATTIVITÀ PRIVATE E SUL COMMERCIO DI OPERE D’ARTE DELL’EX SOTTOSEGRETARIO ALLA CULTURA – PER IL GIUDICE “GLI ARTICOLI OGGETTO DI CAUSA RIPORTAVANO FATTI VERI, NEPPURE PUNTUALMENTE CONTESTATI DALL’ATTORE E CORRISPONDENTI AGLI ATTI PROCESSUALI” – ORA IL CRITICO D’URTO DOVRÀ PAGARE P 20MILA EURO DI SPESE LEGALI
Estratto dell’articolo di Thomas Mackinson per “il Fatto Quotidiano”
“Gli articoli oggetto di causa riportavano fatti veri, neppure puntualmente contestati dall’attore e corrispondenti agli atti processuali”. Indagine dopo indagine, tribunale dopo tribunale, la verità dei fatti emerge con forza dirompente.
Quanto il Fatto Quotidiano ha scritto sul “caso Sgarbi” non è mai stato falso, non è mai stato manipolato e non è mai stato diffamatorio. Era giornalismo d’inchiesta.
Il Tribunale civile di Roma, nella persona del giudice Francesco Frettoni, ha rigettato in toto la monumentale richiesta di risarcimento danni, ben 300 mila euro complessivi, avanzata da Vittorio Sgarbi contro il direttore del Fatto Marco Travaglio e il giornalista autore dell’inchiesta.
LA CANDELA AGGIUNTA NEL DIPINTO LA CATTURA DI SAN PIETRO - DI RUTILIO MANETTI
Sgarbi si è dovuto dimettere da sottosegretario al ministero della Cultura a febbraio del 2024 per gli incarichi a pagamento in conflitto di interessi rivelati proprio dal Fatto in una serie di articoli a partire da dicembre 2023. L’Agcom certificò infatti che quelle attività erano effettivamente incompatibili con l’incarico ministeriale da lui svolto.
Il Fatto poi, in collaborazione con Report, rivelò anche altre condotte potenzialmente illecite dello Sgarbi-collezionista: esportazione illecita e riciclaggio di beni culturali. Nel primo caso si tratta del Concerto con bevitore attribuito a Valentine de Boulogne. Per Sgarbi, la compagna Sabrina Colle e l’impresario Gianni Filippini, la Procura di Imperia il 2 aprile scorso ha chiesto il rinvio a giudizio e si attende la fissazione dell’udienza preliminare.
vittorio sgarbi a cinque minuti
Il Fatto porta poi a galla la più nota vicenda del quadro di Rutilio Manetti, La Cattura di San Pietro. Rubato al castello di Buriasco nel 2013, era riapparso in una mostra a Lucca dieci anni dopo come opera di proprietà di Sgarbi, identica all’altra salvo un dettaglio: la candela in alto a sinistra che si scoprirà essere stata aggiunta in seguito da Lino Frongia su sua richiesta.
[...] Il 16 febbraio scorso, il Tribunale di Reggio Emilia lo ha assolto dall’accusa di riciclaggio per cui rischiava 3 anni e 4 mesi. Non per non aver commesso il fatto, ma perché il fatto “non costituisce reato”.
concerto con bevitore di Valentin de Boulougne
Nel bel mezzo dell’inchiesta, Sgarbi aveva bollato come “falsità” quanto riportato in oltre 30 articoli del Fatto. Aveva sporto una denuncia penale, presto archiviata, ma in sede civile aveva ventilato richieste di danni milionarie. In realtà le sue pretese erano poi scese a 200mila euro per il Fatto, 100mila euro per Dagospia per aver ripreso i nostri articoli.
“Tali articoli – si legge nella sentenza – hanno avuto tutti fondamento, come documentato dalle difese dei convenuti, in fatti e situazioni corrispondenti ad accertamenti giudiziari dell’epoca o comunque in fatti e situazioni confermati nella loro oggettività dalle persone che vi erano state in vario modo coinvolte”.
sabrina colle con vittorio sgarbi
E l’autore e il direttore del Fatto hanno dunque esercitato il legittimo diritto di cronaca e di critica. Rigettando tutte le richieste di risarcimento formulate da Sgarbi, il giudice lo ha pure condannato a rimborsare 13 mila euro di spese legali a noi e 7 mila a Dagospia.
Sgarbi lamentava un “accanimento” per la quantità di articoli a lui dedicati. Il giudice rileva semmai che quella è la cifra giornalistica degli articoli e la dimensione della legittima critica politica, visto che all’epoca Sgarbi “rivestiva un incarico politico di governo quale sottosegretario di Stato al ministero della Cultura” ed era un personaggio pubblico.
E ciò – evidenzia il giudice – “in un sistema di democrazia pluralista e di libertà costituzionali non può costituire certamente un’anomalia o una patologia e che, anzi, viene salvaguardato dall’ordinamento giuridico attraverso, appunto, l’attitudine a entrare in bilanciamento e a prevalere rispetto alla tutela del diritto all’onore e alla reputazione”. [...]


