bertone profiti attico

ATTICI DEGLI APOSTOLI - IL TRIBUNALE VATICANO CONDANNA GIUSEPPE PROFITI A UN ANNO DI RECLUSIONE PER ABUSO D’UFFICIO PER LA RISTRUTTURAZIONE DELL’APPARTAMENTO DEL CARDINALE BERTONE   

Iacopo Scaramuzzi per www.lastampa.it

 

giuseppe profiti

Dopo aver «riqualificato il fatto oggetto di imputazione» - non peculato ma «abuso d’ufficio» - il tribunale vaticano ha condannato l’ex presidente dell’Ospedale Bambino Gesù Giuseppe Profiti alla pena di un anno di reclusione, interdizione temporanea dai pubblici uffici sempre per un anno e multa di 5000 euro, nel processo relativo ai fondi utilizzati per la ristrutturazione dell’appartamento del cardinale Tarcisio Bertone, con il «beneficio della sospensione condizionale» della condanna per cinque anni e l’ammonizione a non compiere nel frattempo un nuovo reato. L’ex tesoriere dell’ospedale di proprietà della Santa Sede è stato invece assolto «per non aver commesso il fatto». 

 

BERTONE PROFITI

In nome di papa Francesco, il giudice Paolo Papanti-Pellettier, ha letto la sentenza, dopo una camera di consiglio di un paio d’ore, secondo la quale «in base all’articolo 417 comma 1 del codice di procedura penale, riqualificato il fatto oggetto imputazione in base all’articolo 175 del codice penale relativo all’abuso d’ufficio, visto l’articolo 422 del codice di procedura penale, condanna Profiti Giuseppe alla pena di anni uno di reclusione, alla interdizione temporanea dai pubblici uffici per un periodo di uguale durata, a una multa di euro 5000, prevista la concessione delle attenuanti generiche ai sensi dell’articolo 59 del codice penale.

 

PROFITI

Visto l’articolo 423 del codice di procedura penale – ha proseguito il magistrato – concede al predetto imputato il beneficio della sospensione condizionale della condanna per cinque anni, e visto l’articolo 425 del codice di procedura penale richiama il condannato sull’importanza del beneficio concessogli e lo ammonisce che se entro il termine commettesse un nuovo reato dovrà espiare la pena a norma di legge. Visti gli articoli 39 del codice penale e 429 del codice di procedura penale lo condanna al rifacimento delle spese processuali. Infine, visto l’articolo 421 del codice di procedura penale assolve Spina Massimo per non aver commesso fatto».

 

Durante le arringhe della difesa, pronunciate questa mattina prima della camera di consiglio, oltre a chiedere l’assoluzione piena del suo assistito l’avvocato di Spina, Alfredo Ottaviani, pronipote dell’omonimo e defunto noto cardinale, ha pronunciato una sorta di difesa del cardinale Tarcisio Bertone, che ha definito «vittima del processo», e che «ha pagato di tasca sua quasi 500mila euro lui che è prossimo a compiere 83 anni» laddove «secondo l’Inps l’aspettativa di vita media è di 83 anni e otto mesi» ed il porporato pertanto non avrebbe tempo «per ammortizzare le spese». Per l’avvocato, «l’attico di Bertone non è un attico e non è di Bertone», ha detto. 

ATTICO DI TARCISIO BERTONE

 

All’origine della vicenda, quando Bertone è stato succeduto da Pietro Parolin come segretario di Stato, la «massima autorità», ossia papa Francesco, ha ordinato per telefono al porporato di lasciare l’abitazione del segretario di Stato e «occupare un certo appartamento», di proprietà del Governatorato, ma «il Santo Padre non si è subito reso conto che era un tugurio, un appartamentino», ha detto Ottaviani, non «un appartamento da satrapo orientale», dove il cardinale vive con alcune suore e ha per lui uno spazio di «soli 150 metri quadri», e dove a ogni modo si dovevano fare lavori di ristrutturazione agli impianti e ai muri, anche quelli portanti. Secondo il legale, è «fantasioso» sostenere, come ha fatto durante il processo un ingegnere del Governatorato, che non c’erano soldi per la ristrutturazione, e Bertone non poteva andare a vivere fuori dal Vaticano «perché un Segretario di Stato emerito svolge funzioni interne allo Stato». 

 

ATTICO DI TARCISIO BERTONE

In chiaro riferimento alla scelta del direttore generale dell’authority finanziaria vaticana (Aif) Tommaso di Ruzza di non rispondere alle domande dei giudici, quando è comparso come testimone al processo, opponendo il segreto di ufficio, l’avvocato Ottaviani ha peraltro detto che «Bertone sì che avrebbe potuto» opporre «il segreto di Stato, e invece ha inviato una lettera nella quale ha spiegato punto per punto quanto è successo».

 

In tale missiva, ha riferito sempre l’avvocato, Bertone dice di essere stato «pressantemente» invitato a contribuire alle spese, ed «erano poche le persone che potessero esercitare una simile pressione sull’ex segretario di Stato», ha chiosato Ottaviani, «tolti “rocket man”, Trump e Putin?», ha proseguito con una battuta.

 

Tarcisio Bertone

A questo punto, secondo l’avvocato, «troppe persone alzano il telefono» e, in una girandola di chiamate con le imprese appaltatrici e subappaltatrici, si crea «un corto circuito» che, secondo Ottaviani, sarebbe la sola spiegazione della vicenda contestata dall’accusa. 

 

Quanto al suo assistito, Massimo Spina «non ha fatto che eseguire gli ordini» e per questo, secondo il suo legale, andrebbe assolto, non, come lo stesso promotore di giustizia aveva chiesto nella sua arringa finale, per insufficienza di prove (ascoltati i testimoni «non ne trovo neanche una di prova», ha detto), ma assoluzione piena «perché il fatto non sussiste e non costituisce reato».

CARDINAL BERTONE PORTA AI MALATI DEL BAMBIN GESU IL RELIQUIARIO CON IL SANGUE DI GIOVANNI PAOLO II

 

L’avvocato di Profiti, Antonello Blasi, aveva chiesto per il suo assistito l’assoluzione «perché il fatto non sussiste» oltre a tornare a denunciare il «difetto di giurisdizione» del Tribunale vaticano perché l’Ospedale pediatrico di proprietà della Santa Sede sarebbe comunque sottoposto a giurisdizione italiana. Secondo il legale, che ha peraltro contestato l’esistenza di una doppia fatturazione, non è vero, come denunciato del promotore di giustizia in premessa della sua arringa, che la vicenda fa emergere «opacità e silenzi» nella gestione del denaro pubblico vaticano. L’ex manager del Bambino Gesù, secondo il suo difensore, «non è un pubblico ufficiale» e «quello che ha fatto è un investimento e non una spesa». 

 

TARCISIO BERTONE

L’avvocato di Profiti ha accennato a un parallelo tra il suo assistito e san Vincenzo de’ Paoli, la cui «Famiglia vincenziana» oggi il Papa ha ricevuto in piazza San Pietro , affermando che anch’egli nel Seicento ottenne finanziamenti dalla sua benefattrice, la futura regina di Polonia Luisa Maria Gonzaga, e cento anni dopo è stato canonizzato.

 

Concluse le arringhe della difesa, il vice-promotore di Giustizia, Roberto Zannotti, che aveva pronunciato l’arringa dell’accusa, ha ribadito interamente le richieste di una condanna per Profiti a tre anni di reclusione, 5000 euro di multa e interdizione perpetua dai pubblici uffici, sottolineando che una Fondazione di Diritto canonico «non è un’impresa e non può investire, come può fare un’impresa che investe in banca», e pertanto il «denaro pubblico utilizzato in un investimento non è un illecito amministrativo ma un reato». 

 

BERTONE CON BEPPE GRILLO

Da ultimo è intervenuto nuovamente tanto Giuseppe Profiti in persona quanto il suo avvocato, quest’ultimo, contestando quanto dichiarato nell’ultima udienza dalla presidente attuale del Bambino Gesù, Mariella Enoc, per affermare – e mostrare fisicamente le carte alla giuria – che «la Fondazione ha sempre avuto un protocollo e tutto è stato fatto alla luce del sole», e Profiti per rivendicare il suo operato.

 

I bilanci erano certificati da PriceWaterhouseCoopers e la perdita registrata nel 2015 non era relativa alla ristrutturazione dell’appartamento di Bertone ma alla mancata donazione promessa dall’imprenditore Gianantonio Bandera che aveva l’incarico di tali lavori, ha detto Profiti, che ha poi sottolineato che la raccolta fondi della Fondazione Bambino Gesù nel suo triennio è aumentata «con una media annua del 50,2%» mentre dal 2015 essa è calata, «effetto del nuovo stile di fund raising adottato dalla nuova amministrazione».

fotomontaggi su tarcisio bertone by spinoza

 

Il processo è iniziato il 18 luglio scorso nel Tribunale vaticano. Il giudice Paolo Papanti-Pellettier ha presieduto il processo al posto del presidente del Tribunale, Giuseppe Dalla Torre, che si è astenuto in quanto membro del consiglio di amministrazione del Bambino Gesù.

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