SIAMO UOMINI O CAPORALI? - IN PROVINCIA DI GROSSETO, UN BRACCIANTE PACHISTANO È STATO MALMENATO DAI CAPORALI CHE CONTROLLAVANO I LAVORATORI: IL POVERETTO ERA CONSIDERATO TROPPO LENTO - DURANTE IL PESTAGGIO, GLI UOMINI GLI URLAVANO IN LINGUA URDU: "FIGLIO DI PUTTANA" - NELL'AZIENDA AGRICOLA I BRACCIANTI VENIVANO SFRUTTATI FINO A 15 ORE AL GIORNO SENZA AVERE RIPOSI SETTIMANALI - UN ALTRO CASO DI CAPORALATO IN PROVINCIA DI BRESCIA, DOVE IN UN CAPANNONE SONO STATI TROVATI ANCHE OTTO BABY-LAVORATORI DI UN'ETA' COMPRESA TRA GLI 8 E I 16 ANNI...
CAPORALATO, PICCHIATO NEL GROSSETANO BRACCIANTE 'TROPPO LENTO'
(ANSA) - GROSSETO, 13 FEB - Non solo paghe da fame, turni estenuanti e assoluta precarietà sotto ricatto continuo, ma al tribunale di Grosseto emerge la particolare vicenda di un operaio agricolo vittima di un Caporalato ancora più aggressivo: veniva picchiato con pugni e calci perché ritenuto "lento" nel lavoro.
I fatti sono del 2022 ed avvenne a Paganico. Il 16 febbraio si terrà l'udienza preliminare con i caporali e i loro complici sotto accusa. Dalle testimonianze risulta che i caporali si posizionavano ai lati opposti del campo urlando insulti in lingua urdu ('figlio di cane', 'figlio di puttana') e minacciando percosse per ogni presunta lentezza. Nessun accesso a bagni, acqua potabile o punti di ristoro.
I lavoratori erano sfruttati per mansioni di potatura, vendemmia e zappatura in vari fondi tra Grosseto, Siena e Orbetello. Venivano portati su furgoni da un posto all'altro. Tutto è emerso da una denuncia iniziale di un singolo lavoratore, uno del Pakistan, che ruppe il muro dell'omertà. Aveva subito un trauma cranico, contusione al braccio superiore destro, frattura delle ossa nasali, accusava cefalea.
La prognosi fu di 17 giorni di guarigione al pronto soccorso dell'ospedale di Grosseto. Le indagini, delegate al Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro, hanno svelato un sistema criminale di reclutamento di lavoratori pakistani in stato di bisogno, di ditte agricole intestate a prestanome ma gestite di fatto dai caporali (anch'essi pakistani), versamenti contributivi non erogati. Sempre secondo quanto emerge, i caporali chiudevano le società dopo circa due anni per eludere i controlli.
Erano minacciati di ritorsioni sui familiari rimasti in Pakistan quei braccianti che avessero osato ribellarsi a tale sistema di sfruttamento violento della manodopera agricola. Per rafforzare la minaccia di rappresaglie, venivano inviate immagini con fucili d'assalto via WhatsApp per intimorire di più. Il lavoratore che ha iniziato a stroncare il silenzio è assistito dal sindacato Flai Cgil.
Alla sua denuncia sono seguite quelle dei suoi colleghi, che hanno confermato le medesime condizioni di Caporalato. La querela è stata depositata nel settembre 2022 ai carabinieri di Grosseto, a seguito di un'aggressione fisica subita il 29 agosto 2022 fuori dall'orario di lavoro.
Il pm Mauro Lavra della procura di Grosseto ha chiesto il rinvio a giudizio per sei pakistani accusati di Caporalato e sfruttamento della manodopera. Per cinque di loro c'è anche l'accusa di lesioni causate al bracciante considerato "lento" e per questo motivo picchiato. Sono cinque le parti offese per aver subito sfruttamento lavorativo, tutti del Pakistan come i loro 'aguzzini'.
Hanno già reso testimonianze e potranno ripeterle nel prosieguo del procedimento penale. I braccianti asiatici venivano sfruttati in proprietà agricole dell'Amiata e nei comuni di Cinigiano, Montalcino, Albinia, Gavorrano oltreché a Paganico. Nell'inchiesta i carabinieri hanno scoperto che i lavoratori erano sottoposti a turni estenuanti fino a 15 ore giornaliere d'estate, dalle 5 alle 20 con una sola ora di pausa pranzo, protratti per 7 giorni su 7 senza riposi settimanali, ferie retribuite o permessi per malattia.
Anche nei casi di 'colpi di sole', circostanza non rara nella campagna assolata d'estate, erano costretti a lavorare sotto minaccia in un clima di terrore costante per le minacciate rappresaglie ai familiari in Pakistan. In inverno le ore si riducevano a 8 al giorno ma sempre senza riposo domenicale. Risulta che venivano pagati in nero 5 euro l'ora senza contratto, formazione sulla sicurezza, visite mediche pre-assunzione o assicurazione Inail. Il controllo a vista era costante, lavoravano sotto stretta sorveglianza. Per alloggiare i lavoratori erano ammassati in tre appartamenti gestiti sempre dalla rete di sfruttamento.
A Paganico erano costretti a pagare ai caporali un affitto di 140-150 euro mensili a testa senza contratto, con circa 20-21 persone per appartamento in stanze da letto minuscole (otto posti letto ciascuna), cucina e due bagni condivisi. Sopralluoghi dei Carabinieri e dell'Asl Toscana Sud Est hanno rilevato sovraffollamento illegale (le superfici sono per un massimo di quattro persone), carenze igienico-sanitarie (muffe, incrostazioni), impianti fatiscenti (cavi elettrici scoperti, riscaldamento non funzionante, bombola del gas vicino al camino, termosifoni arrugginiti), degrado strutturale con rischio incendio. L'inabitabilità è formalmente dichiarata dal Comune di Civitella Paganico. Il vitto era a carico dei lavoratori.
CAPORALATO NEL BRESCIANO, IN UN CAPANNONE AL LAVORO ANCHE BIMBI DI 8 ANNI
(ANSA) - BRESCIA, 13 FEB - Ventitré lavoratori irregolari, tra cui otto minori tra gli 8 e i 16 anni, sono stati trovati all'interno di un capannone industriale a Palazzolo sull'Oglio, in provincia di Brescia, al termine di un'operazione contro il Caporalato e lo sfruttamento della manodopera clandestina condotta dai carabinieri. Il blitz è stato eseguito dai militari della compagnia di Palazzolo e del Nucleo Ispettorato del Lavoro oltre che dalla Polizia locale in uno stabile di via Malogno.
L'immobile risultava formalmente sede di una ditta individuale riconducibile a una cittadina romena di 23 anni, attiva sulla carta nella produzione di guarnizioni e nella lavorazione di materie plastiche. All'interno della struttura sono stati identificati 23 moldavi, tutti senza permesso di soggiorno.
Tra questi gli 8 minorenni, trovati nei locali produttivi. Un moldavo di 30 anni è stato arrestato per reintroduzione illegale in Italia essendo già destinatario di un precedente provvedimento di espulsione. La titolare della ditta è stata denunciata per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.
Nel corso dei controlli sono state contestate anche violazioni al Testo unico sulla sicurezza, con sanzioni per oltre 100mila euro e la sospensione immediata dell'attività. L'intero capannone è stato posto sotto sequestro preventivo. I minori e i rispettivi genitori sono stati presi in carico dai servizi sociali del Comune di Palazzolo per l'assistenza e l'inserimento in strutture protette.
Per gli altri cittadini irregolari sono state avviate in Questura le procedure per la regolarizzazione o l'allontanamento dal territorio nazionale. Sulla vicenda è intervenuto il sindaco di Palazzolo, Gianmarco Cossandi, che ha parlato di "un risultato importante sul piano della legalità". Le indagini, ha rivendicato, sono partite da accertamenti del Comune sulla "gestione dei rifiuti" che "hanno consentito di ricostruire un quadro ben più ampio, fino all'intervento conclusivo delle autorità competenti".
"Una situazione emersa grazie all'attività di verifica e monitoraggio avviata sul territorio dalla Polizia locale - ha aggiunto - , che ha avuto un ruolo attivo nel percorso che ha portato allo smantellamento dell'attività irregolare, in sinergia con i carabinieri e con l'Ispettorato nazionale del Lavoro. Questa operazione dimostra che la rete di vigilanza funziona, che le segnalazioni vengono approfondite e che quando emergono situazioni di illegalità si interviene con determinazione e con le opportune tempistiche (nessuna informazione è stata diffusa prima per non interferire con le indagini)".










