donald trump groenlandia

LA GROENLANDIA, CHE OSSESSIONE! TRUMP NON È IL PRIMO PRESIDENTE USA A VOLERE L’ISOLA CHE E’ NEL MIRINO DI WASHINGTON DA OLTRE 200 ANNI - DA MADISON NEL 1814, A JOHNSON NEL 1876, DA TAFT NEL 1910 A FORD NEGLI ANNI 70: ALTRI PRESIDENTI USA HANNO PROVATO AD ANNETTERE IL TERRITORIO DANESE. LE MOTIVAZIONI DI “THE DONALD” SONO LE STESSE DEGLI ALTRI: UNA QUESTIONE DI SICUREZZA GEOPOLITICA E UN INDISPENSABILE ACCESSO A RISORSE NATURALI ESSENZIALI PER LA SICUREZZA ECONOMICA - LA GROENLANDIA ERA GIÀ PASSATA SOTTO IL CONTROLLO AMERICANO DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE...

 

Mario Platero per corriere.it - Estratti

 

 

Donald Trump non è stato il primo presidente americano a volere la Groenlandia. Quest’isola gigante, desolata e ghiacciata è un’ossessione a Washington da oltre 200 anni, più volte oggetto di negoziati, spesso segreti. Ma sapevate che quando l’isola era ancora sotto il controllo congiunto della Danimarca e della Norvegia nei possedimenti c’era anche l’Islanda? E che anche lei era oggetto delle attenzioni americane?

donald trump - groenlandia

 

Trump, almeno per ora, non sembra interessarsi ad occupare anche Rejkvik. Sappiamo anche che in circostanze avventurose la Groenlandia era già passata sotto il controllo americano durante la Seconda Guerra Mondiale.

 

La storia ci dice che le motivazioni di Trump sono le stesse di questi altri presidenti americani: una questione di sicurezza geopolitica e un indispensabile accesso a risorse naturali essenziali per la sicurezza economica. Così, a partire da James Madison nel 1814, per arrivare a Andrew Johnson nel 1876, poi, nel 1910, a William Taft, fino appunto a Franklin Delano Roosevelt e negli anni Settanta a Gerald Ford, consigliato dal suo vice presidente Nelson Rockefeller, da Washington si manifestò un insistente interesse per l’acquisto o il controllo della Groenlandia, al quale la Danimarca rispose sempre di no.

ARTICO E GROENLANDIA - LE RISORSE NATURALI

 

Ci fu anche, fra il 1953 e il 1959 un progetto impegnativo, di nuovo segreto e non secondario attorno all’isola utile a comprendere la portata dei rapporti Washington Copenaghen attorno all’isola. In questo caso, con l’avvio della guerra Fredda, il presidente Dwight Eisenhower, l’ex generale che vinse la Seconda guerra Mondiale, organizzò l’operazione Blue Jay, con una base aerea a Thule una regione del Nord dell’isola, con l’aggiunta, anni dopo, di un comando NORAD (Comando antiatomico aereo e spaziale).

 

BASI MILITARI E ROTTE DI NAVIGAZIONE SULL ARTICO

C’era anche un progetto chiamato «IceWorm», mai realizzato, per installare sotto i ghiacciai della Groenlandia 600 missili Minuteman, missili intercontinentali a testata nucleare. A Thule (il nome fu dato a quella regione dall’esploratore Knud Rasmussen, ispirato dalla mitologia classica) lavoravano 1.000 cittadini della Groenlandia e ben 10.000 americani. Poi la base fu ridimensionata e cambiò nome. Ma qui emerge un punto importante: l’America non aveva bisogno di essere formalmente proprietaria dell’Isola per farne quel che voleva. Aspetto, questo della concessione, che in un negoziato normale poteva essere ricordato al momento di siglare un accordo a lunghissima scadenza, quanto meno per salvare le apparenza. Ma non con Donald Trump.

 

È appurato da tempo che a mettergli la pulce nell’orecchio sull’importanza strategica della Groenlandia fu, già durante il primo mandato, il suo vecchio amico Ronald Lauder, repubblicano Doc vecchio stile, ex ambasciatore a Vienna negli anni di Ronald Reagan ed erede dalla fortuna dell’omonima casa di prodotti di bellezza. Lauder però non puntò solo sulla questione strategica, ma conoscendo il suo amico, lo stuzzicò dicendo che nessun Presidente prima di lui, da Madison a Johnson a Taft a Roosevelt a Truman a Ford era riuscito a conquistare questo obiettivo, strategico per gli Usa. Se lui ci fosse riuscito avrebbe fatto storia affermandosi al di sopra di alcuni dei più grandi presidenti americani. È questo aspetto a rendere imprevedibile l’esito del negoziato in quanto, al di là di effettivi interessi strategici americani, entra di prepotenza la componente volatile legata all’ego di questo Presidente deciso ad eccellere costi quello che costi. Persino al costo di una guerra, di una rottura dell’Alleanza Atlantica ( come ha detto in un’intervista al New York Times) o di una guerra commerciale con l’Unione Europea.

 

KATIE MILLER E LA FOTO DELLA GROENLANDIA CON LA BANDIERA STATUNITENSE

Detto questo, una cosa è certa: a Trump, con il suo atteggiamento minaccioso, mai conciliatorio, imperioso, prepotente occorre dire di no. Ha fatto bene l’Unione Europea a minacciare ritorsioni, a invocare il «Bazooka» economico e a tenere una linea dura: dietro questa partita c’è anche il rischio di invogliare la Russia ad estendere le sue mire territoriali, e una Unione Europea passiva e succube della Washington Trumpiana, potrebbe rafforzare le mire di Mosca.

 

Tuttavia Trump stesso potrebbe commettere lo stesso errore di Putin quando cercò di invadere l’Ucraina: sottovalutare quella che potrà essere la reazione determinata di un’Europa stretta alle corde e il costo per la sua presidenza. Ma vediamo alcuni aspetti dei precedenti negoziati per capire che cosa si potrebbe o non potrebbe fare da qui a giugno, la prossima scadenza fissata da Trump prima di procedere con aumenti tariffari del 25% su alcuni paesi europei  «complici» della Danimarca.

 

(…)

Susannah Meyers con jd vance e usha vance in groenlandia

Al di là di quel scrive su Truth e delle continue dichiarazioni, il pensiero di Trump è cristallizzato in un’intervista concessa il 6 gennaio scorso al New York Times in cui dice che, dovendo scegliere, la Groenlandia potrebbe essere più importante della Nato. Quando gli è stato chiesto perché insistere su un acquisto quando altri presidenti hanno scelto altre strade ha detto:  «Forse un altro presidente la penserebbe diversamente, ma finora ho avuto ragione su tutto». Per poi aggiungere: «faremo qualcosa in Groenlandia, che piaccia o no, perché se non lo facciamo, lo faranno la Russia o la Cina».

 

Poi spiega meglio perché un trattato è meno solido di un titolo di proprietà:  «La proprietà è più solida di un contratto di locazione o di un trattato», poco importa che i danesi abbiano in mano lo stesso contratto firmato con l’America. È pronto a calpestarlo, negando di fatto la sacralità dei contratti. E poco dopo chiarendo a chi non lo avesse ancora capito che non ha «bisogno del diritto internazionale» ha definito l’unica morale valida, la sua morale, quella che sente dentro.

 

E tornando sul diritto ha chiarito: «Non sto cercando di fare del male alle persone». Poi, contraddicendo se stesso, ha chiarito che intendeva rispettare il diritto internazionale, precisando che «dipende da quale sia la tua definizione di diritto internazionale». La sua è certamente diversa da quella di tutti presidenti americani che lo hanno preceduto.

GROENLANDIA CONTRO TRUMPSusannah Meyers con jd vance e usha vance in groenlandiaTRUMP GROENLANDIA BY ALTAN jd vance e la moglie usha in groenlandia3camp century in groenlandia 2

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