ken follett

“LA GENTE NON SA QUANTO FOSSE DIFFICILE VIVERE SOTTO IL FASCISMO? SONO STUPITO. QUESTA PERDITA DI MEMORIA È PERICOLOSA” - KEN FOLLETT, AUTORE DI THRILLER STORICI CHE HA VENDUTO OLTRE DUECENTO MILIONI DI COPIE, SI RACCONTA: LA MADRE E IL PADRE CRISTIANI INTEGRALISTI ("MI VIETARONO IL CINEMA COSÌ SCELSI LE BIBLIOTECHE"), CHATGPT (“È OTTIMO PER FARE RICERCHE. MA UNA VOLTA GLI HO CHIESTO DI SCRIVERE IL PRIMO CAPITOLO DI UN MIO ROMANZO ED ERA DAVVERO PESSIMO, UNA SCRITTURA SENZA SUSPENSE, PIENA DI CLICHÉ”) - NON HO ALCUNA INTENZIONE DI SMETTERE, E NON MI PIACE IL GOLF" 

 

Articolo di Jean-Claude Vantroyen per “Le Soir” pubblicato da “la Repubblica” - Estratti

 

ken follett

Con i capelli bianchi, il sorriso negli occhi, il volto affabile, Ken Follett, 76 anni, è seduto su una poltrona in stile Chesterfield nel bar del George V a Parigi. Si sforza di parlare francese, perché ama questa lingua, ma ogni tanto gli sfuggono alcune parole e allora chiede: «Accurate, è francese?». 

 

 

(…)

Non sarebbe diventato quello che è se... 

«Se non mi avessero letto tante storie quando ero bambino. I miei genitori, i miei nonni, gli zii e le zie leggevano e io ne chiedevo ancora e ancora, ma loro dicevano di no, che bastava così.  Allora ho voluto imparare a leggere da solo. Mia madre me lo ha insegnato prima che cominciassi ad andare a scuola e da allora non ho mai smesso di leggere, soprattutto romanzi. 

 

Altri scrittori che conosco mi hanno detto che per loro è stato lo stesso. Quando si arriva all'età di 25 anni e si decide di scrivere un romanzo, si sa già molto: come dividere un testo in capitoli e paragrafi, come scrivere dialoghi, come descrivere una stanza, un paesaggio, un personaggio. Non si sa tutto, ma non si parte da zero». 

 

Lei è nato a Cardiff, in Galles. 

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«Sì. Avevo 10 anni quando i miei genitori si sono trasferiti a Londra. Ma sono tornato a Cardiff per il mio primo lavoro, per il quotidiano del pomeriggio South Wales Echo. Da bambino ero circondato da familiari e parenti in Galles. Oggi sono rimasti solo alcuni cugini. Ma ho i ricordi di chi è cresciuto in una grande famiglia». 

 

I suoi genitori erano cristiani piuttosto rigoristi. Non poteva guardare la televisione né ascoltare la radio. Le leggevano la Bibbia. Questo ha influito sulla sua formazione? 

«Molto. Leggevamo la Bibbia ogni giorno. Nella versione della King James Bible, una traduzione del Diciassettesimo secolo, credo. 

Era scritta molto bene, in una lingua molto bella, e quella lingua e quelle storie mi piacevano. Il sabato mattina non potevo andare al cinema con i miei amici, i film di cowboy, le astronavi, tutte quelle cose lì, io non potevo guardarle, era proibito. Allora andavo in biblioteca. A 7 anni sono diventato socio. E per me era come Natale. Potevo prendere in prestito un libro ogni settimana, anche due o più». 

 

Prova risentimento verso i suoi genitori? 

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«No, affatto. Anche se intorno ai 15 anni ho messo in discussione le loro convinzioni religiose. Ho opposto loro lunghe argomentazioni. Mio padre e io discutevamo, e non erano conversazioni amichevoli. Lui credeva a tutto ciò che diceva la Bibbia, per lui ogni parola era vera, era la rivelazione. "Ma come fai a saperlo?", gli chiedevo. Non ero affatto convinto e questo era un problema per loro». 

 

Per loro Dio era ovunque. 

Assolutamente sì. Vede tutto, bisogna obbedirgli. Dopo la scuola, ho studiato filosofia. 

Credo di averla scelta perché speravo mi aiutasse a vedere più chiaramente le questioni religiose. E sono diventato ateo. È quindi un po' ironico che il mio libro più popolare, il mio bestseller I pilastri della Terra, si occupi della costruzione delle cattedrali». 

 

Il giornalismo ha influenzato il suo modo di scrivere? 

«Sono diventato giornalista dopo l'università. Ma dopo alcuni anni ho capito che preferivo scrivere romanzi. E ho iniziato a scriverne ogni sera. Il mio primo libro è uscito nel 1974. Poi ne sono seguiti altri. Per molto tempo senza grande successo. Solo con l'undicesimo ho avuto successo. Ma il giornalismo mi ha dato molto. Innanzitutto mi ha permesso di scrivere ogni giorno, ed è importante farlo, qualsiasi tipo di testo si scriva». 

 

 

KEN FOLLETT

E poi ha iniziato una grande carriera di scrittore di romanzi storici. 

«Mi chiedo sempre come siamo arrivati alla nostra epoca. Mille anni fa, nel mondo, nessuno era libero. La libertà non era nemmeno concepibile. Tutti avevano un re, uno scià o un imperatore. Ma l'idea che un uomo o una donna avessero il diritto di decidere o almeno di partecipare alla decisione non esisteva. Come ci siamo arrivati? 

È questo viaggio che mi interessa, questi cambiamenti, questa evoluzione. Spesso i giovani dicono che non amano la politica perché non cambia nulla. Ma non è vero. Guardate la vita dei vostri nonni, 50 o 100 anni fa, era completamente diversa». 

 

 

Il filo conduttore di molti suoi romanzi è che una comunità può unirsi in un progetto comune, la costruzione di un ponte, una cattedrale, un cerchio di pietre (come Stonehenge, ndt). E che le donne svolgono un ruolo importante. 

«L'importanza delle donne nella Storia è reale. Ma poiché è stata scritta dagli uomini, viene dimenticato. Si dice che le donne rimanevano a casa, si occupavano dei figli e facevano le pulizie. 

 

Alcune hanno seguito questo modello, ovviamente, ma altre hanno dovuto lavorare per sfamare i propri figli. Il Medioevo ha visto molte donne potenti, regine, contesse, castellane che governavano mentre i loro uomini erano in guerra. Anche nei conventi, le badesse dovevano gestire i proventi di centinaia di ettari di terra e quindi molto denaro. Una donna non poteva dirigere un'azienda, ma molte lo fecero, perché le corporazioni non volevano pagare la pensione alla vedova e preferivano lasciare che continuasse il lavoro del defunto. Dando un posto di rilievo alle donne nei miei romanzi ho ristabilito la verità».

ken follett

 

Anche nei suoi libri si ha la sensazione che la Storia si ripeta, che non impariamo mai le sue lezioni. 

«Ha ragione. Oggi abbiamo partiti di estrema destra in Europa, nei nostri Paesi, e mi chiedo... La gente non sa come erano gli anni '30 e '40? Una guerra terribile, città devastate, come oggi a Gaza? La gente non sa quanto fosse difficile vivere sotto il fascismo? Sono profondamente stupito. Questa perdita di memoria è davvero pericolosa». 

 

A cosa attribuisce il suo successo? 

«Il lettore o la lettrice condivide le emozioni dei personaggi della storia, soffre, spera e ama con loro, si arrabbia con loro. Quando il lettore pensa come il personaggio, allora l'ho conquistato». 

 

La popolarità la fa sentire responsabile nei confronti dei lettori? 

«Certamente. Per me è fondamentale che il romanzo rispetti la Storia. I veri libri di Storia si vendono a migliaia, i romanzi storici a milioni. Quindi è importante che ciò che scrivo sia autentico, almeno per quanto riguarda gli ambienti e la società». 

 

Lei è diventato cittadino francese a novembre. Perché? 

«Amo molto la Francia e detesto la Brexit. È in parte una risposta alla Brexit e a quelle persone che ritengono di non voler più vivere con i propri vicini, di non averne bisogno. Io credo fermamente che, nel mondo di oggi, sia necessario andare d'accordo con i propri vicini. Questo è vero dal punto di vista economico, ma anche culturale e spirituale». 

 

KEN FOLLETT

Come lavora? Si alza ogni giorno alle 8 per sedersi davanti al computer? 

«Mi piace molto alzarmi presto la mattina. Verso le 5 o le 6. Poi scrivo per due ore. E dopo posso dedicarmi ad attività che non richiedono concentrazione. Poi continuo a lavorare fino alle 13 circa. Dopo pranzo, dormo un'ora e poi controllo le email, mi occupo dei miei piccoli affari». 

 

Fa da solo le ricerche per i suoi libri? 

«Sì, perché un ricercatore esterno non può sapere esattamente ciò di cui ho bisogno. 

Non è una ricerca normale, cerco cose che posso usare nella storia. 

Ma, dopo aver finito la prima bozza del mio romanzo, lo affido a degli storici chiedendo loro di correggermi. E li pago perché è un lavoro vero e importante». 

 

Ken Follett è una vera e propria impresa. Quante persone impiega? 

«Ventisei. Si occupano delle mie traduzioni, delle mie edizioni, dell'organizzazione dei miei colloqui e dei miei viaggi, degli aerei e degli hotel, della promozione... Ma non della scrittura: lì ci sono solo io». 

 

Scrivere, per lei, è un lavoro ma è anche un piacere? 

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«È difficile da descrivere: questo "piacere" non è come quello che può dare un bicchiere di vino o il sole che splende. Mi impegna, mi impegna totalmente. 

E non è mai facile. Devo pensare. 

Intensamente. Questa scena funziona? È emozionante? È realistica? I lettori e le lettrici gireranno la pagina, impazienti di sapere cosa ne sarà dei personaggi? No, non è facile, per me è un lavoro molto serio». 

 

Ha 76 anni. Pensa alla pensione? 

«Ah no, no! Poter scrivere questi romanzi è la cosa più interessante che mi capita nella vita. E non mi piace giocare a golf». 

 

E se chiedesse all'intelligenza artificiale di scrivere le sue storie? 

«ChatGPT è ottimo per fare ricerche. Ma una volta gli ho chiesto di scrivere il primo capitolo di un romanzo di Ken Follett. E mi ha fornito una storia con un conte in un villaggio, che riunisce gli abitanti per una riunione, con una guerra da qualche parte... Sono certamente elementi presenti in alcuni dei miei libri, ma era davvero pessimo, una scrittura senza suspense, piena di cliché. Mi sono detto che avrei potuto continuare a fare questo lavoro ancora per qualche anno». 

 

Ha anche altre attività? 

«Suono il basso in un gruppo blues chiamato Damn Right I Got the Blues, con mio fratello e alcuni amici. Mi piace molto, è importante per me, mi fa dimenticare tutto il resto». 

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