mario lavezzi

E LA FIGA BUSSO'! MARIO LAVEZZI RACCONTA I SUOI 5 ANNI DI “AMORE E DELIRIO” CON LOREDANA BERTE’: “ERAVAMO ENTRAMBI LIBERTINI, ENTRAMBI IMBEVUTI DELLA CULTURA HIPPIE. LA PARTE PROFESSIONALE, INVECE, DIEDE OTTIMI RISULTATI" (SEI ALBUM INSIEME E LAVEZZI COMPOSE PER LA BERTE' ANCHE 'E LA LUNA BUSSO') – LE NAVI SU CUI VOMITAVANO TUTTI TRANNE LUI, BATTISTI, LA SCOMPARSA DI ORNELLA VANONI (“AVREMMO DOVUTO REGISTRARE IN STUDIO UNA CANZONE CHE GINO PAOLI LE AVEVA APPENA MANDATO MA NON ABBIAMO FATTO IN TEMPO”) E LA MUSICA OGGI: “A METÀ ANNI 90 È COMINCIATO IL DECLINO. LA VELOCITÀ CON CUI OGGI SI CONSUMA TUTTO NON HA AIUTATO…” - VIDEO

 

Filippo Maria Battaglia per la Stampa - Estratti

 

berte tozzi lavezzi

La pagina più spoglia dell'agenda di quest'anno di Mario Lavezzi risale al 27 novembre. Una manciata di parole, un solo nome - Ornella - che come accade per gli affetti più cari non ha bisogno di postille e cognomi. 

 

«Quel giorno avremmo dovuto registrare in studio una canzone, bellissima, che Gino Paoli le aveva appena mandato, ma non abbiamo fatto in tempo», racconta il cantautore e produttore seduto nello studio di casa, a Milano, prima di ricordare che con Vanoni cominciò «a collaborare nel '91, siamo andati avanti fino all'altro ieri.

 

All'inizio, quando la incrociavo, era sempre molto distaccata: salutava con uno "ciao" quasi aristocratico. Poi, a poco a poco, quella distanza si è annullata grazie a un confronto familiare fatto di dischi e canzoni, certo, ma anche di cene con risotti e bolliti e telefonate quotidiane: non riesco a capacitarmi della sua assenza». 

 

LAVEZZI BERTE 78

Con «Orni» - come la chiama lui, sempre al presente - Lavezzi ha trascorso una parte non trascurabile della sua ultrasessantennale storia musicale, iniziata da adolescente con una chitarra. «Se la comprò mia sorella come regalo dopo il diploma alle Magistrali.

 

Mi disse: "Guai a te se la tocchi". E guardi un po', è ancora qui», dice alzando lo sguardo verso una parete di casa. Da quella disobbedienza è nata la sua vita artistica: decine di canzoni scritte e interpretate, centinaia prodotte per molte voci che hanno definito la musica italiana contemporanea. 

 

Imparò da autodidatta? 

mario lavezzi ornella vanoni

«Erano gli Anni '60, quelli dei Beatles e dei Rolling Stones; a Milano Gaber cantava La ballata del Cerutti Gino. In piazza Napoli, dove abitavo, ci si trovava con altri ragazzi. La prima scuola fu quella lì». 

 

A quindici anni, fondò il primo gruppo: I Trappers. 

«Con Bruno Longhi, il futuro telecronista, Tonino Cripezzi, Mimmo Seccia e Gianfranco Longo. Suonavamo il sabato e la domenica pomeriggio, nei cosiddetti matinée. Finimmo anche sulle navi da crociera». 

Proprio a La Stampa Longhi raccontava che su quelle navi vomitavano tutti, tranne lei. 

«Mai sofferto il mal di mare. In crociera ebbi invece la prima infatuazione: una giovane bellissima, bionda. Ma non ci fu niente, ero poco più che un ragazzino». 

 

Cosa suonavate? 

«Le cover dei gruppi stranieri, i Beatles su tutti. Quando, nel '65, li andammo a vedere dal vivo a Genova, le loro chitarre erano collegate direttamente all'amplificatore. Tutto grezzo, senza mixer: ma fu comunque un colpo di fulmine». 

 

(…)

L'anno dopo lei entrò nei Camaleonti. 

mario lavezzi ornella vanoni

«Mi cercarono mentre ero nella casa estiva dei miei, in Valganna, attraverso l'unico telefono disponibile in paese: quello dello spaccio alimentare. Dovevano sostituire il frontman, Riki Maiocchi. Partii così per Roma con un maggiolino comprato qualche mese prima grazie alle cambiali firmate da papà. In tasca avevo solo ventimila lire, prestate da mia sorella». 

 

Come andò? 

«Alloggiavo in una pensione di via Rasella: due stanzoni senza porte, divisi solo da tende. Il mattino dopo il mio arrivo sentii strani rumori: Sergio Di Martino, il bassista dei Giganti, stava facendo l'amore con una ragazza. Chiamai il manager, gli dissi: "Voglio andare via"». 

 

Restò poi due anni e mezzo. 

«I dischi, le interviste, le copertine. Poi, però, arrivò la cartolina della leva. Ero disperato, ma quel tormento si trasformò in uno stimolo alla creatività: nacque così Primo giorno di primavera, scritta con Cristiano Minellono». 

Fu un successo: prima in classifica, un milione di copie. 

mario lavezzi ornella vanoni

«All'inizio volevamo chiamarla Giovedì 19. La proponemmo a Mogol: la ascoltò, riscrisse l'avvio del ritornello e una strofa, ci disse: "Ragazzi, è già uscita 29 settembre, così facciamo il calendario". Cambiò così anche il titolo. La demmo ai Dik Dik. Sbancò». 

 

E lei entrò nella Numero uno, l'etichetta di Mogol e Battisti. 

«Quella con Lucio fu un'amicizia vera. Quando uscì Blow-up di Antonioni, facevamo a gara per chi scattava le migliori fotografie. Pensi che lui si costruì a casa anche una camera oscura!». 

 

Battisti era competitivo anche negli hobby? 

«Meticoloso al massimo. Ci sono cantanti che cercano di dimostrare quanto sono bravi nel canto, lui invece era l'opposto: interpretava il testo, scegliendo la tonalità più adatta per cantarlo. Sempre concentrato, sempre sul pezzo. 

Tutto il mio contrario: ero molto più distratto, anche dalle ragazze». 

 

In quegli anni ebbe una storia con Loredana Bertè. 

mario lavezzi mogol

«Aveva appena pubblicato Streaking, vidi un manifesto in cui appariva bellissima. Mi dissi: "La devo conoscere". La incontrai una sera in un ristorante: era insieme a Marcella Bella, le proposi di accompagnarla in macchina.  Nel tragitto, ascoltammo una mia canzone, ci scambiammo i numeri. Iniziò così». 

 

Quanto durò? 

«Cinque anni. Sulla parte sentimentale, un delirio: entrambi libertini, entrambi imbevuti della cultura hippie. La parte professionale, invece, diede ottimi risultati». 

 

Sei album insieme: con Bertè lei iniziò a fare il produttore. 

«Fino ad allora scrivevo per divertirmi in totale libertà. Quando invece produci un artista, cambia tutto: devi fare i conti con la responsabilità metterla al servizio della creatività». 

 

Ho letto che fu Bertè a presentarle sua moglie Mimosa. 

«No, ma fu lei a prevedere che me la sarei sposata. Tornata da un viaggio a Ponza, mi disse: "Ho conosciuto una che, se la vedi, te la sposi".  Quando, due anni dopo, conobbi Mimosa sentii subito uno scatto. Le feci una corte serrata, dopo mesi capitolò». 

 

mario lavezzi

Oggi, con la musica, come siamo messi? 

«Temevo questa domanda». 

 

Perché? 

«Mi costringe a fare un paragone impietoso. Quello del dopoguerra è stato un vero miracolo, un'esplosione di creatività in tutti i settori: cinema, teatro, tv, moda. La musica era la colonna sonora di ciò che viveva la società, e lo è stata anche nei decenni successivi. Fino a metà Anni 90, quando è cominciato il declino». 

 

Come mai? 

«Non c'è mai una sola ragione. Certo, la velocità con cui oggi si consuma tutto non ha aiutato». 

 

C'entra solo la velocità? 

«Anche la decadenza: la musica è sempre il riflesso di ciò che siamo e come viviamo». 

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