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“LIVE AID”: IL CONCERTO CHE CAMBIÒ LA STORIA DEL ROCK - 16 ORE DI DIRETTA TV, DUE MILIARDI E MEZZO DI TELESPETTATORI E DIVI STELLARI: LA MUSICA SI CONVINSE DI POTER AIUTARE LA GENTE MA QUEL “CONCERTO GLOBALE” FU ANCHE IL CANTO DEL CIGNO DELL’UTOPIA...

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Marinella Venegoni per “la Stampa”

 

Le rockstar? Bambinoni sospesi nell’iperuranio dell’Ego. Li pensavano così, ora che gli Ottanta correvano: con l’aria del dancefloor stavano cambiando i gusti, e gli umori avevano ormai la faccia di Madonna e degli yuppies invece che di Bob Dylan.

 

Nessuno però aveva ancora fatto i conti con un testone irlandese che badava poco alla musica (il suo gruppo, i Boomtown Rats, aveva sfornato come unico successo I Don’t Like Mondays) ma guardava molto a come andava il mondo.

 

Nel 1985 Bob Geldof era solo una mezza star di 34 anni, ma da un po’ coltivava una vera ossessione per una delle tante stragi silenziose alle quali ci saremmo a poco a poco purtroppo abituati.

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Una grandissima siccità e carestia nella remota Etiopia decimava la popolazione, che veniva trasferita in modo coatto dal regime militare peggiorando la situazione. Si contavano 8 milioni di vittime, e un milione di morti. Nell’84 un documentario sulla Bbc rivelò all’Occidente la tragedia.

 

Geldof ne rimase sconvolto e si mise a scrivere con Midge Ure degli Ultravox: incisero nel novembre ‘84 la loro Do They Know it’s Christmas sotto il nome di Band Aid, riunirono colleghi come Sting e Simon Le Bon. Gli incassi furono una goccia nel mare dei bisogni, finché 45 star yankee piombarono sul tema con Usa for Africa, di Michael Jackson e Lionel Richie. Bellissima: «Let’s start giving», cantavano la vocetta di Michaelino, il vocione di Springsteen o l’ugola di Tina Turner. 

 

Cento Paesi collegati

Fu così, a suon di canzoni e cori, che il mondo intero si accorse della tragedia, aprendo la strada alla più grande kermesse musical-benefica di tutti i tempi.  Il 13 luglio dell’85 la solita Bbc, a mezzogiorno in punto, si aprì su 16 ore di Live Aid con l’ingresso di Carlo e Diana e l’inno nazionale.

 

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Come per l’allunaggio del ’69, non c’è appassionato che non ricordi dove si trovasse, in quel giorno che cambiò per sempre non le sorti dell’Etiopia ma la storia del rock, riportandolo a galla nel momento in cui trionfava la dance.

 

Live Aid fu la prova felice della convinzione che la musica poteva aiutare la gente: ma fu, contemporaneamente, il canto del cigno dell’utopia, con tanti divi stellari o appena nati che sculettavano per generosità sui quattro palchi che Geldof era riuscito a far innalzare nel mondo.
 

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In qualche modo, molti avrebbero poi utilizzato per propri scopi e furbizie ciò che avevano imparato (cantando, organizzando o soltanto guardando) in quella diretta infinita fra vari continenti, da Londra a Filadelfia, da Sydney a Mosca. La più estesa audience tv di tutti i tempi, diretta in 100 paesi con due miliardi e mezzo di persone sintonizzate anche con il portafoglio: 150 milioni di dollari raccolti, alla fine, nel mondo. Mai era successo prima, e mai dopo, a quei livelli.

 

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Ma ancora la Bbc si preoccupò anni dopo, nel 2010, di guastare la festa all’ormai baronetto Geldof, sostenendo che i soldi erano finiti nelle mani dei guerriglieri: armi, invece di grano e prime necessità; mesi dopo, arrivarono su tutti i canali del network le scuse all’infuriato promotore: «È stata una caduta di stile per i nostri standard». E finì per sempre lì.

Collins eroe dei due mondi
Sui quattro palchi, la line-up della kermesse fu di qualità stellare. Ovviamente i divi del momento, Duran e Spandau e Paul Young, e Adam Ant da Melbourne. Ma soprattutto i grandi del rock di sempre, in alcune performance indimenticabili, di quelle che guardi YouTube e ancora ti viene da piangere trent’anni dopo.

 

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Numero uno assoluto Freddie Mercury in canotta bianca da camionista, con i Queen, sette canzoni a partire da Bohemian Rhapsody. Il duetto David Bowie-Mick Jagger nel video gay-friendly Dancing in the Street, che suscitò mille pettegolezzi. Per Bowie solo non fu che ammirazione.

 

Gli Who introdotti dal Jfk Stadium da Jack Nicholson. Black Sabbath. I nascenti U2 non solo con Satellite of love: per Bono fu uno shock tale, che non ha più smesso di occuparsi del prossimo. Sting inarrestabile. Brian Ferry duettò con David Gilmour. Dire Straits. Elton John, anche con George Michael. Phil Collins fu l’eroe dei due mondi, con l’idea di cantare prima a Wembley per poi scappare sul mitico aereo dell’epoca, il defunto Concorde, sul palco di Philadelphia a fare il bis.
 

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E poi venne «Let It Be»
Paul McCartney cantò Let It Be, prima che la scena passasse a Philadelphia con l’infilata, tra gli altri, di Tom Petty, Neil Young, Eric Clapton, una irriconoscibile vestitissima Madonna che muoveva i primi passi da star. Beach Boys. Robert Plant, Jimmy Page & Jones degli Zeppelin salirono le scale verso il paradiso con Phil Collins. Crosby, Stills, Nash & Young in piena formazione folk.

 

Mick Jagger con Tina Turner, Keith Richards da lui separato e invece con Dylan e Ron Wood. Erano le 9 di sera a Filadelfia, e ormai le 4 del mattino a Londra. Io scrivevo la cronaca per La Stampa; come tanti altri nel mondo, non avevo mai staccato gli occhi dal televisore e non mi sentivo nemmeno stanca.

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