aurelio picca

AURELIO PICCA PICCHIA DURO: “NON VOGLIO ESSERE IL SOLITO SCRITTORUCOLO DI MERDA” – "MI VIENE DA RIDERE QUANDO SI ASSOCIA ROMA ALLA GRANDE BELLEZZA. QUESTA È SOPRATTUTTO UNA CITTÀ ERMAFRODITA, TOLLERANTE E FEROCE, MITO PAGANO E ARZIGOGOLO CATTOLICO” – ''PASOLINI? SOTTO SOTTO, AL DI LÀ DEI TORMENTI ESIBITI, COME TUTTI CERCAVA IL SUCCESSO” - LA BIGA ABBANDONATA DI BEN HUR SULL’ARDEATINA - ''SCHIFANO? UN PUMA CON LA VOCETTA MIAGOLANTE” - LA VILLETTA “ABUSIVA” A PRIMAVALLE DI FRANCO CALIFANO: "VESTIVA SPESSO DI BIANCO. BIANCO COME LA COCA CHE GLI AVEVA RIDOTTO IL NASO COME QUELLO DI UN CUCCIOLO DI BULLDOG”

Antonio Gnoli per “Robinson – la Repubblica” - Estratti

aurelio picca

 

(…) «Non voglio essere il solito scrittorucolo di merda», leggo dal suo nuovo romanzo, Roma mia, non morirò più (edito da La nave di Teseo). E cosa vorresti essere, gli chiedo. «Tutto, tranne quella roba lì», risponde, come se la voce giungesse dal ventre stesso di una città ciclotimica, addomesticata dalla depressione e dal cinismo lieve.

 

La Roma di Picca, foscoliano dichiarato, allinea le sue tombe mentali e disegna una costellazione spenta di astri criminali, chiudendo così una trilogia romanzesca. Eterna nel suo decadere, Roma è la città degli scarti temporali: «Se giro oggi per i quartieri estremi mi pare di rivedere il volto triste di Coriolano che non può più salvare la sua città». 

antonio gnoli foto di bacco

 

Una città che nonostante tutto continui ad amare. 

«Laura Betti diceva che Roma ha una mente barbarica. È una città che ti invade. Soprattutto nell'infanzia l'ho vissuta con stupore. La vedevo nella sua nudità. Nude la plebe e la borghesia, nudi il giorno e la notte». 

 

Quando dici nudità a cosa pensi esattamente? 

«A una città emancipata dal peso della storia, libera dai pregiudizi. Un corpaccione che è restato nudo almeno fino agli anni Novanta, quando la città cambia e si stratifica. Prima era un luogo per pochi, dove tutti si conoscevano, dopo è cominciata la trasformazione». 

aurelio picca cover libro roma mia non morirò più

 

C'è una data? 

«Gli anni Ottanta, preceduti dall'"Estate romana", e poi qualcosa cambia nello stile di vita: nasce il "sabato sera", sempre meno davanti alla televisione e sempre più nei ritrovi notturni: le prime grandi discoteche, le prime movida, il boom gonfiato dalle prime grosse speculazioni finanziarie, le mignotte che diventano escort, nasce la parola gay. Prima chi la usava? E tutto questo ha preparato il Duemila e i venticinque anni che ne sono venuti». 

 

Cos'era l'estate a Roma prima dell'"Estate romana"? 

«Un bellissimo cimitero. Il povero Enzo Golino mi disse che l'estate di quegli anni favoriva la fratellanza perché nel vuoto della calura romana si coagulavano i sopravvissuti. Ricordo un luglio degli anni Sessanta il poeta Valentino Zeichen attraversare il deserto romano con un paio di pantaloni blu, lisi e sfatti, tenuti in vita da uno spago. Pura metafisica alla de Chirico». 

 

aurelio picca - disegno di riccardo mannelli

Tu racconti questo ultimo quarto di secolo, come un cronista che scrive a "sangue caldo". 

«Certi luoghi che visitavo, certe periferie estreme e confinanti con il nulla, mi eccitavano al solo sguardo». 

 

Avevi Pasolini in quello sguardo? 

«Conservava gelosamente il mito della borgata che è un luogo diverso dalla periferia. Contrariamente a lui, a me non interessava trovare i compagnacci che sarebbero diventati attori o amanti. Anche perché non credo all'esistenza di un sottoproletariato romano. È una parola che non spiega Roma, perché Roma non ha quasi mai avuto un'industria seria e quindi un proletariato. Ha avuto i palazzinari. E poi la plebe, i piccolo borghesi, gli artigiani e l'aristocrazia. Nelle borgate invece c'erano i "cannibali"». 

 

anna magnani pier paolo pasolini

I diversi? 

«Il tribalismo che Pasolini scoprì arrivando a Roma negli anni Cinquanta: borgatari col maglioncino a V e la catenina della prima comunione al collo. Non sapevano neppure che il pollo non aveva quattro zampe ma due. Mangiavano i gatti e vivevano nelle baracche attaccate all'acquedotto». 

 

Questo lo raccontava Sergio Citti. 

«È vero e lo disse anche a me. Io più che alle persone ero interessato ai luoghi, a cosa fosse questa Roma spinta ai margini: Tor Bella Monaca, San Basilio, l'Infernetto, Tor di Valle, perfino Ostia che è l'ultima propaggine dove i romani vanno a "morire". Mi viene da ridere quando si associa Roma alla grande bellezza. Vabbè è anche questo ma soprattutto è una città ermafrodita». 

 

 

Ossia? 

«È contemporaneamente tollerante e feroce. È mito pagano e arzigogolo cattolico. Il corpo a corpo con questo ermafrodito se prima era seduzione e amore incondizionato è diventato bisogno di conoscenza. Da questo nasce il mio viaggio nella Roma degli ultimi 25 anni». 

pasolini

 

Accennavi a Ostia. 

«La prima volta mi apparve come un posto meraviglioso per la luce». 

 

Eri attratto anche dalla criminalità? 

«Meno epica, mi piaceva l'architettura degli anni Trenta, e poi la "Dolce Vita" che non si esauriva a via Veneto ma è stata vissuta in quegli anni a Ostia come a Fregene. Quel passato si è fatto mito, come Romolo e Remo». 

aurelio picca

 

Un mito come la biga di Ben Hur nella quale ti imbatti. 

«Alla Cecchignoletta sull'Ardeatina, ritrovo di cavallari che lavoravano con Cinecittà, scoprii che conservavano nei pressi di un castello la biga su cui Charlton Heston girò la scena della corsa delle bighe. Sembrava il Palio di Siena». 

 

picca e Zeichen

A parte le borgate, cosa vedeva Pasolini in Roma? 

«Una specie di sacro popolare che a me non dispiace. Gli sarebbe piaciuta tantissimo la croce di 15 metri che lo scultore Ceroli realizzò per la chiesa di Tor Bella Monaca». 

 

 

Perché? 

«La croce fu per lui il simbolo costante e ossessivo di tutto il suo lavoro: dalla poesia sulla crocifissione alla scena de La ricotta dove Stracci muore in croce. 

 

Accattone esala l'ultimo respiro come fosse la deposizione dalla croce, il figlio di Mamma Roma muore in un letto di contenzione straziato con le braccia aperte in croce, Nel Vangelo secondo Matteo domina la croce. E per me quei 15 metri di Ceroli somigliano all'ultima crocifissione pasoliniana». 

 

Anche la sua morte fa pensare allo strazio della croce. 

«È stata vissuta, soprattutto dagli amici, come una crocifissione». 

 

Cosa ti piace di Pasolini? 

 

pasolini sergio citti

«Non sono pasoliniano. Sotto sotto, al di là dei tormenti esibiti, come tutti cercava il successo. Detestava il consumismo ma si vestiva con i capetti acquistati a piazza di Spagna. La sua morte straziante si è trasformata in un macabro spettacolo tra il martirio e il complotto». 

 

Accennavi a Sergio Citti: lo hai conosciuto? 

«Benissimo. Quando voleva essere elegante calzava scarpe di coccodrillo. È stato il Virgilio che ha accompagnato Pasolini nell'inferno delle borgate romane. Senza Sergio non so cosa avrebbe capito. Pasolini invece non l'ho mai visto. Chi me ne parlò a lungo fu Amelia Rosselli. Con Amelia abbiamo avuto un decennio di frequentazioni intense, senza quasi mai parlare di letteratura». 

 

 

anita pallenberg mario schifano 1

Argomento tabù? 

«Non lo so, ci saremmo infilati in quelle discussioni infinite, nevrotiche e alla fine noiose che avrebbero inquinato la nostra amicizia. La prima volta che mi vide chiese se facevo l'attore. Vedeva una somiglianza con Tyrone Power. E io mi vergognai. Fu Pasolini, mi disse, a portarla alla Garzanti. Gli era riconoscente». 

 

Su cosa si basava la vostra amicizia? 

«Sul fatto che entrambi eravamo due sconclusionati. In un libro che mi inviò ci mise la dedica: Ad Aurelio che è più pazzo di me!». 

 

Tra qualche giorno saranno trent'anni dalla sua morte. 

 

 

ben hur 2

«Ricordo che in certi momenti era molto agitata. Farfugliava di voci che la tormentavano e di fantasmi che la spiavano. Tutto quello che sapevamo della morte allora è che ci sembrava lontana e gioivamo di essa. Seppi in ritardo della sua fine. Per diverse ore saltellò come un uccello sul cornicione del palazzo che affacciava sul cortile. Poi, come un uccello, staccò il volo». 

 

Un altro che hai incontrato spesso è Valentino Zeichen. Sei stato amico? 

«Eravamo duellanti e per questo gli ho voluto bene. Ci vedemmo la sera prima del malore che lo avrebbe portato alla morte. Ci incontrammo per il compleanno di un amico comune. E alla fine lui dedicò una poesia all'amico e io, in quel momento magico, partii di poesia improvvisando un'ottava. Fu la nostra ultima tenzone». 

aurelio picca

 

(…) Mi viene in mente Franco Califano: a Primavalle si costruì la villetta, sospetto rigorosamente abusiva, simile a quelle di Torvajanica, con la calce sbruffata sui muri, la recinzione montata con i pezzi di ferro saldati e la palma rinsecchita. Un'imponente Mercedes bianca troneggiava nel giardinetto». 

 

Il bianco era il suo colore preferito. 

«Vestiva spesso di bianco. E la coca, che gli aveva ridotto il naso come quello di un cucciolo di bulldog, era bianca. Bianca come La nevicata del '56». 

franco califano nel suo ultimo concerto al sistina il 18 marzo 2013 foto di bacco (4)

 

L'ultimo struggente omaggio a una Roma sparita. 

«In quella canzone c'è l'amore cercato e mai afferrato pienamente. C'è il tempo della vita e delle stagioni consumate e disperse nei baretti. Nei ricordi delle giostre e della città tutta candida. "Er Califfo" è stato l'ultimo dei grandi artisti della solitudine». 

 

Hai raccontato molto di artisti. 

«Soprattutto romani: Pizzi Cannella, Livini, Aquilanti, Schifano». 

 

Hai scritto che Schifano era un puma timido e sensuale. 

«Era così, movenze da felino e la vocetta miagolante. 

Dipingeva a razzo, con una velocità impressionante. Ha lasciato oltre a una miriade di opere una cassaforte di ricordi». 

 

Pure tu non scherzi. 

«I miei più che ricordi sono impressioni, referti, certificati di morte. Cartoline ai vivi e ai defunti. Ho spesso passeggiato al Verano». 

 

 

Cosa ci trovavi? 

«In fondo il cimitero è stato il mio giardino dell'infanzia. 

 

festa cinese di mario schifano

 

 (…)

Scrivi per sopravvivere a te stesso? 

«La vanità del sopravvissuto a se stesso è grande. Io scrivo per erigere monumenti e subito dopo decapitarli». 

 

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silvio berlusconi franco califanofranco califano

 

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