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IL CINEMA DEI GIUSTI - MAURIZIO BATTISTA ARRIVA AL CINEMA CON "UNO, ANZI DUE", UNA COMMEDIA ROMANA E POPOLARE COME NON SE NE VEDEVANO DA TEMPO E AGGIORNATA A OGGI: PIAZZA VITTORIO, IL PADRE CHE SCHIOPPA COL VIAGRA, I BUFFI, I CINESI CHE COMPRANO IL BAR

Marco Giusti per Dagospia

 

Uno, anzi due di Francesco Pavolini

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“Ahò, buongiorno. Se state qui vuole dì che tante cose mica ce le avete daffa’!”. Maurizio Battista si presenta così, distruggendo la sacralità delle anteprime, di fronte ai critici convenuti mezzo addormentati alla Casa del Cinema di Roma alle dieci di mattina per la proiezione del suo primo film da protagonista, Uno, anzi due, diretto dal Francesco Pavolini, opera prima, già regista di molte puntate dei “Cesaroni” in tv. Vaglielo a dì a Battista, che nessun attore o regista, a Roma e altrove, si è mai palesato di fronte ai critici prima dell’inizio del film.

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Forse Nanni Moretti per controllare che ci fossero tutti, ma senza aprire bocca prima.”Do’ sta il mago Silvan?”, chiede al pubblico lo scatenato Battista. E Silvan, dall’alto della sala si palesa, come fosse lo spirito di Fellini. Momento meraviglioso. “In realtà”, chiude Battista, mentre la povera ufficio stampa cerca di portarlo via dalla sala, “so’ venuto qui per non stare a casa co’ mi’ moje”.

 

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Perfetto. Come da copione. Si può iniziare. Il film, prodotto da Maurizio De Angelis assieme a The Space Movies, distribuito dalla Universal come fosse un Die Hard o un Ispettore Callaghan qualsiasi, scritto dallo stesso protagonista con Riccardo Graziosi, Paolo Logli, Alessandro Pondi, si apre sulla Roma della Grande bellezza,  con il Tevere e i suoi ponti mentre sentiamo il “Cha-Cha-Cha della segretaria” eseguito da Michelino e il suo complesso. Altro che Alxander Desplat e Paolo Sorrentino. Qua, Roma torna la Roma di Claudio Villa e di Marino Girolami.

 

Siamo nel pieno recupero della piccolissima, ma proprio piccolissima borghesia romana di Piazza Vittorio, dove appunto abita Maurizio Battista, professione barista, con la moglie Paola Tiziana Cruciani, il vecchio padre donnaiolo Ninetto Davoli, un figlio playstationdipendente con fidanzata incinta (ma il padre non lo sa ancora). Sotto troviamo l’aiutante cinese al bar, l’amico fruttarolo Sergio Di Pinto, reduce dei film del Monnezza. Insomma, un cast che distrugge totalmente l’immagine radicalchic e snobissima che si era costruita con gli anni Piazza Vittorio grazie all’Oscar di Sorrentino e ai tanti registi e giornalisti che si sono trasferiti da poco in zona con grande spreco di birignao. Mortacci.

 

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Dopo l’arrivo di Battista e il superflop del film di Muccino, ambientato proprio nello stesso palazzo, Piazza Vittorio torna il quartiere popolar-coatto di sempre. Abbassate i prezzi, va’… Insomma, come racconta lo stesso Battista, che vediamo pronto a buttarsi nel Tevere dal ponte di Castel Sant’Angelo prima che venga bloccato da una folla di volti popolari, ci sono anche Nadia Rinaldi, Riccardo Graziosi e Lallo Circosta a sentirlo, tutto il suo dramma è partito proprio il giorno che suo padre, il grande Ninetto, vestito di tutto punto, al ritmo del “Cha-Cha-Cha della segretaria”, c’è rimasto secco dopo un appuntamento con la moldava del piano di sotto.

 

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Un po’ se l’è cercata, visto che erano due mesi, tutti i giorni, che il padre andava al piano di sotto pieno di viagra. “Quello è uno sport estremo”, sostiene Battista. Comunque sia, con la morte del vecchio, e il suo funerale con tanto di benedizione del prete Silvan (“Guarda quel prete come assomigja a Silvan”), la sua vita diventa un inferno. Perché scopre che l’eredità paterna ammonta a 180 mila euro di buffi, al punto che dovrà vendere il suo bar al cinese che lavorava da lui, e deve al padrone di casa, il losco Ernesto Mahieux con due dita di meno, la bellezza di dieci mesi d’affitto.

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Ovviamente non dice nulla alla moglie, che pensa, poverina, che dalla vendita del bar siano diventati ora più ricchi, e possa quindi comprare schifezze dalle vendite in tv del diabolico Massimo Marino, sì è proprio lui, grandioso. Per rafforzarla in questa idea sbagliata, Battista la porta a cena in un ristorante elegante, dove i due si comporteranno da cafoni d’altri tempi con il raffinato cameriere, il grosso Vincenzo Failla.

 

Vuole anche i tortellini con la triade, panna, piselli e pancetta. Insomma, ogni giorno che passa, Battista si inguaia sempre di più, al punto di stare sul punto di perdere oltre al bar e al lavoro anche la casa, e in tutto ciò non trova il coraggio per dirlo alla moglie. Malgrado qualche ingenuità, un titolo incomprensibile, e una serie di battute che non sempre vanno a segno (o che forse vanno a segno proprio perché sono così trash), tipo “Ho fatto un selfie al lago”-“Ma come hai fatto il surf al lago?”, o “n’existe pas”-“ah, se non esiste il pane io me ne vado”, il film trova in Battista un protagonista da commedia italiana, anzi romana, come non se ne vedevano dagli anni di Mario e Memmo Carotenuto.

 

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Con calzoncini e camiciole impossibile che sembrano rimasugli di Mas, le croc ai piedi, qualcosa che nessun costumista di Hollywood saprebbe ricreare. Un protagonista, inoltre, che lascia grande spazio a tutti gli attori, soprattutto alle attrici, le strepitose Paola Tiziana Cruciani e Claudia Pandolfi, che fa la sorella un po’ svitata che sbaglia tutti i fidanzati e vive al Nord.

 

La sceneggiatura è un po’ sempliciotta, ma permette a Battista di muoversi a suo agio con gli attori che conosce meglio, i duetti con la moglie e la sorella sono molto divertenti, mentre la regia si adatta alla situazione ma è più che decorosa. Diciamo che c’è un momento di stanca nella parte centrale, ma alla fine non solo il film funziona comicamente, ma non deluderà i superfan di Battista.

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Fenomeno difficile da definire, visto che non è proprio né un comico alla moda né una star del web, ma un a sorta di archetipo del romano popolare un po’ cafone e non più giovanissimo che non possiamo non amare, Battista è in scena dall’inizio alla fine e si muove con una sicurezza che probabilmente un film più complesso e una regia più rigorosa non gli avrebbe permesso.

 

Certo, le gag più volgari, come quella della vecchia scorreggiona, la zia Elvira, la avremmo preferito meno nascoste e più evidente, se la fai la fai bene, ma nel complesso neanche noi amanti della commedia popolare possiamo dirci delusi, anzi. Un film più fine non avrebbe avuto senso. E poi la battuta sulla polenta comprata a agosto per far bella figura con i nordici di Prati e Roma Nord non è male… In sala dal 9 aprile.

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