IL DIAVOLO VESTE PRADA E VA IN PARADISO

Maria Luisa Agnese per "Il Corriere della Sera"

E così Anna Wintour, la terribile, bella e potente direttrice di Vogue America, senza la cui presenza in prima fila non comincia nessuna sfilata nel mondo, raddoppia. Allarga ancora il suo potere nell'editoria diventando direttore artistico per tutti i giornali del gruppo Condé Nast, il tutto rimanendo direttore di Vogue e di Teen Vogue. E mettendo fine alle voci, ricorrentemente fatte filtrare da chi non la amava, di un suo declino o di un suo abbandono.

Addirittura questa sarebbe più che una promozione per Anna, perché andrebbe addirittura a ricoprire in parte ruoli che finora erano stati di S.I. Newhouse, leggendario editore del gruppo (oltre a Vogue Vanity Fair, The New Yorker, Gq, Architectural Digest) che ora, a 85 anni, vuol rallentare almeno in parte il suo impegno in azienda, scendendo anche simbolicamente dall'undicesimo al sesto piano.

Di sicuro Anna dovrà portare idee nuove e nuovi talenti in Condé Nast, anche se lei, accorta, ridimensiona preventivamente il suo ruolo, nel timore di resistenze fra i direttori del gruppo: «Sarò una centralina di suggerimenti, è quello che faccio di continuo a Vogue, do consigli a tutti: vi assicuro, vedo questo nuovo incarico come un'estensione di quello che già faccio, su scala più ampia».

Di sicuro i suoi consigli varranno: in piena controtendenza con quello che avviene perlopiù nel mondo, una signora di 63 anni che per un quarto di secolo è stata con acuta dedizione professionale fedele al suo ruolo non viene messa da parte (o è meglio dire «rottamata»?) al culmine della sua acquisita esperienza ma, come nelle società più equilibrate di un tempo, se ne reclamano i consigli.

Anzi, addirittura ci si appella alla sua autorevolezza e alla sua creatività per catturare nuove leve nel mondo da indirizzare in un momento di crisi, che potrebbe diventare anche di crescita e di rilancio di un autorevole brand di carta stampata che negli ultimi tempi ha aperto parecchio alla Rete.

Tranquilli, dunque, il celeberrimo caschetto castano di Anna, i suoi perenni occhiali scuri e i tacchettini dell'inseparabile sandalo beige continueranno a dominare negli uffici del grattacielo di 48 piani a Times Square, sede del gruppo. E probabilmente continueranno a nascere nuove leggende metropolitane sulla signora dell'editoria, sui suoi gusti, le sue manie, i presunti capricci. Dalla magrezza coltivata a bistecche alla preferenza per i cappuccini bollenti con tanta schiuma. Piccoli tic e debolezze a cui doviziosamente si alludeva nel film Il diavolo veste Prada, protagonista la direttrice-despota Miranda/Meryl Streep che, con le continue vessazioni verso i collaboratori, molti avevano visto ricalcata proprio sulla britannica direttrice di Vogue.

O ancora più veritieramente la sua inflessibilità veniva raccontata nel documentario September Issue, firmato dal regista R.J. Cutler, e girato nel 2007 dietro le quinte della preparazione del numero pubblicitariamente più poderoso dell'anno, 840 pagine, quello della ripresa autunnale, appunto. E dove si raccontava il lavoro frenetico della redazione devotamente pendente dalle labbra di Anna che spesso decide con scarse parole, a volte solo un illuminante cenno di testa, se un'idea va bene oppure no, ma dove tutte - eccetto una, la rossa direttrice creativa Grace Coddington - correvano entusiaste e impaurite nell'ansia di soddisfare il volere della testarda Anna.

Tre mesi fa questa donna, abile e indefessa tessitrice di rapporti professionali e istituzionali, amica di Barack e Michelle Obama, era in predicato per diventare ambasciatrice in Europa, forse a Londra, dove è nata, forse a Parigi. Ma per ora la diplomazia dovrà attendere. L'editoria ha ancora bisogno dei suoi consigli.

 

ANNA WINTOURAnna Wintour

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