DIO LI FA, I REALITY LI ACCOPPIANO - "L'AMORE È CIECO" È L'ULTIMO SHOW ULTRA-TRASH (IN ITALIA È IN STREAMING SU NETFLIX) IN CUI L'OBIETTIVO È FAR SPOSARE DEI SINGLE: UN UOMO E UNA DONNA SI INCONTRANO IN UNA STANZA BUIA. DOPO UNA BREVE CONVERSAZIONE, DEVONO DECIDERE SE INCONTRARE IL POTENZIALE PARTNER E SCOPRIRE COME È FATTO - A CHI DICE SÌ, VIENE REGALATO UN VIAGGIO IN MAROCCO, DOVE SPESSO LE DONNE RIMANGONO A BOCCA ASCIUTTA. SESSO? GLI UOMINI PRENDONO TEMPO: "HO BISOGNO DI INTRIGO MENTALE. MI SENTO TROPPO SOTTO PRESSIONE. MI GUARDI E HO L’ANSIA" - ALLA FINE, CHI RESISTE PER DUE MESI INSIEME AL PARTNER PUO' DECIDERE DI SPOSARSI...

 

Estratto dell'articolo di Alessandro Ferrucci per il "Fatto Quotidiano"

 

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Punto di partenza, di arrivo, genesi e sostanza si fondono. L’apparenza (in teoria, solo in teoria) viene archiviata, buttata in soffitta, derubricata al ruolo di mala consigliera, di nemica del cuore, deviante dell’io più profondo e sano. Insomma, i nostri occhi ci prendono per il culo, ci conducono a dolore e separazioni, divorzi e cantonate.

 

La soluzione? Arriva dagli Stati Uniti, un successone, poi ha influenzato Arabia Saudita, Argentina, Brasile, Francia, Germania, Giappone, Messico, Regno Unito e Svezia. Ora tocca all’Italia, protagonista del nuovo format tv, L’amore è cieco (in onda su Netflix), titolo fedele, quasi didascalico, rispetto a obiettivo e svolgimento.

 

In sostanza: due gruppi, uno di ragazzi, l’altro di ragazze, si chiudono in altrettanti appartamenti. Non possono incontrarsi. L’unico punto di contatto sono delle cabine insonorizzate (chiamate capsule) nelle quali entrano a due a due per un tempo limitato, dentro le quali non è consentito vedersi ma solo affidarsi alle rispettive voci, alle emozioni, ai racconti non veicolati dalle espressioni.

 

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Dove vince la continua ricerca salvifica dei punti in comune, dei fantomatici ’“anch’io!”. “Hai tatuate le iniziali dei tuoi nonni?”. “Anch’io!”. “Ami l’esoterismo?” “Anch’io!” “Ti piace praticare sport?”. “Oddio, anch’io!”.

 

Basta questo per generare reazioni estatiche, per trovare la connessione tra anime, per piangere, per affrontare rivelazioni “mai concesse prima”, parole loro. Per giurarsi amore eterno, per progettare un imminente futuro, dentro al quale la società, le convenzioni, le tradizioni ancestrali o del paese di origine non troveranno rifugio. Basta questo per, a un certo punto, inginocchiarsi e aprire la cara, vecchia scatolina con dentro un anello di fidanzamento (anello sobrio, quello sì). E passare alla fase due del reality.

 

La fase due non è per tutti ma solo per chi scegli e chi accetta la scelta, chi pronuncia il “sì, lo voglio” e prevede un viaggio in Marocco dove finalmente il contatto corporeo e quello visivo sono ammessi, così come sono concessi, previsti e auspicati (dagli autori e dagli spettatori) i primi malesseri dettati da questo tsunami di informazioni troppo a lungo sotterrate. [...]

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Alcuni non associano il corpo alla voce, le proiezioni mentali ai fatti reali, i sogni al contesto; magari confondono l’emotività con l’oggettiva conoscenza, gli odori ai fetori. “Scusa, ma appena sveglio devo andare in bagno... per cose grosse”. “Bene, bello svegliarsi così”. “Però prima ti do un bacino...”. Sono soddisfazioni. [...]

 

Capitolo sesso: la maggior parte non lo pratica, più per volere degli uomini, le donne sconcertate e investite da motivazioni prossime alle scuse: “Ho bisogno di intrigo mentale, di tempo, di confidenza. Mi sento troppo sotto pressione. Mi guardi e ho l’ansia”. E ancora: “Sono cristiano”. “Quindi niente?. “No, ma vediamo”.

 

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Terza e ultima fase: la convivenza di tre settimane in un appartamento di Milano. Qui esplode tutto. Qui la realtà si sveste di ogni abito luccicante, finisce la droga mentale, le ore e i minuti vengono scanditi dall’orologio della vita, non dalla proiezione artefatta.

 

Non andiamo oltre per non spoilerare, non parliamo di chi e quanti arrivano all’altare dopo appena due mesi di conoscenza; del significato del matrimonio, di cosa vuol dire sposarsi e neanche se è giusto “vendere” secoli di storia alle logiche televisive. [...]

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