rolling stone stupro

1. DISASTRO PER IL TANTO CELEBRATO GIORNALISMO AMERICANO: ERA FALSA LA STORIA DI UNO STUPRO DI GRUPPO NEL CAMPUS DELLA VIRGINIA UNIVERSITY DI “ROLLING STONE” 2. UNA FANTASIOSA INVENZIONE CHE NON CAUSA IL LICENZIAMENTO DELLA GIORNALISTA 3. COME MAI? “GLI ERRORI DELLA RIVISTA POTREBBERO AVER DIFFUSO L’IDEA CHE MOLTE DONNE INVENTINO DI ESSERE STATE VIOLENTATE''

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1. IL MEA CULPA DELLA RIVISTA USA PER IL FALSO SCOOP SULLO STUPRO

Davide Casati per il “Corriere della Sera”

 

Furono i dettagli, a convincerla. Il modo in cui Jackie — il nome di fantasia di una studentessa della University of Virginia — raccontava, con dolorosa precisione, chi, come e quando l’aveva stuprata. Settembre 2012, il suo primo anno al college. Un ragazzo, l’invito a una festa. La stanza buia, al piano rialzato. L’orologio che segna la mezzanotte e 52 minuti. Le voci degli altri ragazzi, il corpo di uno di loro che le si getta addosso. E le parole: «Prendile quelle fottute gambe». 
 

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Sabrina Rubin Erdely, navigata reporter di Rolling Stone, pensò di avere tra le mani una storia terribile, ma anche importante: una storia che poteva mettere in luce il problema delle violenze sessuali nei campus statunitensi e nelle fraternity, le «confraternite» spesso fuori controllo per abuso di alcol e droghe.

 

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Ma quella storia — pubblicata il 19 novembre scorso — è stata ritrattata ieri dal prestigioso magazine statunitense, dopo che un report pubblicato dalla scuola di giornalismo della Columbia University di New York l’ha definita «un fallimento giornalistico che si poteva evitare».

 

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«Non è chiaro che cosa sia successo esattamente a Jackie», dice al Corriere il preside della scuola di giornalismo e co-autore del rapporto, il due volte premio Pulitzer Steve Coll. «La polizia locale non ha trovato riscontri al suo racconto. Ma la colpa di quanto accaduto non è di Jackie. Quanto ha raccontato alla reporter non era affidabile: ma l’errore è che nessuno, al magazine, se ne sia accorto». 
 

Poco c’entrano, stavolta, le accuse al ritmo imposto dal web ai giornalisti: la Erdely aveva intervistato Jackie 7 volte, e la storia, prima che fosse pubblicata (e diventasse l’articolo più letto di sempre sul sito di Rolling Stone tra quelli non relativi alle star) era stata riletta da sei persone, tra cui un avvocato e due capiredattori. 
 

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Eppure, si legge nel report, «sono stati commessi errori elementari». A ogni livello: nella ricerca delle notizie, nel processo di revisione della storia, durante la fase (solitamente molto accurata) del fact checking, la verifica di ogni dettaglio degli articoli. Che c’è stato, eccome: il correttore ha passato 4 ore al telefono chiedendo a Jackie se i dettagli inseriti nel pezzo fossero corretti. «Lei non solo diceva di sì: li correggeva». 
 

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«Il punto, in questo caso, è semplice: gli errori commessi sono stati fondamentali. Sono stati infranti gli standard che Rolling Stone ha sempre mantenuto», spiega al Corriere Lynnell Hancock, docente di teoria del giornalismo a Columbia. Ma allora, che è successo? «La giornalista è stata, a ragione, molto attenta di fronte al trauma di Jackie. E si è spinta troppo in là: evitando di fare qualunque cosa potesse sembrare, alla ragazza, come un tradimento, e convincendo di questo i suoi superiori. Niente domande scomode. Niente verifiche. Nessuna telefonata a chi sarebbe stato alla festa con lei». 

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I danni, spiega il rapporto, sono enormi. «Gli errori della rivista potrebbero aver diffuso l’idea che molte donne inventino di essere state violentate»: mentre ciò avviene tra il 2 e l’8 per cento dei casi. «Quel che temo è che i reporter smettano di occuparsi di stupri nei campus», dice Hancock. «Un tema che fino a poco fa era stato tenuto colpevolmente nascosto». 
 

Contrariamente ad altri episodi del passato — come quello di Jayson Blair al New York Times o di Stephen Glass alla New Republic, licenziati per avere inventato delle storie — Rolling Stone ha deciso che non farà rotolare alcuna testa, e che non saranno riviste le pratiche giornalistiche della redazione.

 

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Quanto alla credibilità del sistema, Coll fa notare come l’idea del giornale di chiamare reporter indipendenti a verificare gli errori del magazine sia stata coraggiosa. «Lo hanno fatto per imparare dai propri errori. E credo sappiano che la credibilità è tutto ciò che resta, ora, ai giornali». 

 

2. ROLLING STONE CONFESSA MA É LA TESI DELL’EMERGENZA STUPRI CHE VA RIVISTA

Mattia Ferraresi per “il Foglio”

 

La scrupolosa indagine della scuola di giornalismo della Columbia University conferma quello che a questo punto era già noto del racconto di uno stupro di gruppo in un campus universitario apparso lo scorso novembre sul mensile Rolling Stone: era un falso. Una fantasiosa e dettagliata invenzione di Jackie, presunta vittima di una terribile violenza sessuale perpetrata nel contesto melmoso dei rituali delle confraternite della University of Virginia, specchio di una situazione generalizzata.

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Quello che l’inchiesta, commissionata dal giornale e pubblicata domenica assieme al definitivo mea culpa del caso, certifica è che l’errore avrebbe potuto essere evitato semplicemente applicando minimi accorgimenti, pratiche standard del mestiere: verificare le fonti, fare controlli incrociati, ottenere i veri nomi delle persone coinvolte anche quando la fonte principale chiede – legittimamente – di essere protetta con uno pseudonimo. Sabrina Rubin Erdely, autrice dell’articolo, non ha fatto nulla di tutto questo, né i suoi superiori le hanno chiesto di farlo.

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Si è fatta trascinare per mesi dal racconto fittizio di una sedicente vittima che sapeva esattamente quali tasti narrativi toccare per solleticare gli istinti professionali della cronista, surrettiziamente inducendola ad abbassare la guardia. Una fonte loquace e con ottime doti descrittive è il sogno di ogni giornalista, a patto che il racconto sia veritiero. In caso contrario è un incubo.

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I cronisti che dopo la pubblicazione hanno esercitato un minimo di scetticismo su una vicenda che poggiava sostanzialmente su una singola testimonianza hanno scoperto facilmente che la storia non stava in piedi, e la successiva indagine, durata quattro mesi, non fa che aggravare il disastro giornalistico (e non solo) andato in scena a Rolling Stone.

 

Decine di persone sono state direttamente o indirettamente sputtanate dall’articolo, la reputazione dell’Università ne è uscita malconcia, le confraternite sono diventata il male assoluto e, ironia tragica, alla fine anche la credibilità delle vittime di violenze ne esce ammaccata.

 

Molti sono sorpresi che questo fallimento professionale non abbia portato al licenziamento di Elderly o di qualcuno dei suoi negligenti superiori. Forse perché esiste un’attenuante non detta, di carattere culturale e psicologico, ovvero la convinzione diffusa che esista nelle università americane una tendenza all’assalto, un’incontrollabile emergenza stupri che automaticamente rende credibili le voci delle vittime e irrilevanti quelle di tutti gli altri.

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Erdely e i suoi capi a Rolling Stone non volevano soltanto raccontare la storia di Jackie, ma “speravano che la loro inchiesta suonasse un campanello d’allarme sulle violenze sessuali nei campus, e che l’Università della Virgina e altre fossero spinte a fare meglio” in termini di prevenzione e punizione.

 

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Altre inchieste – da quella di Emily Yoffe su Slate alle ricerche di Christina Hoff Sommers – avevano già rilevato che l’esplosione della cultura dello stupro nei campus era fortemente esagerata (sia chiaro: gli stupri esistono, e un solo episodio di violenza su una donna è già troppo, ma qui si parla di individuare e provare fenomeni e tendenze diffusi) e che molte misure prese della università per contrastare l’ondata di violenza percepita finiva per ledere i diritti degli uomini, potenziali vittime di accuse ingiuste in quella zona grigia dove la colpa non è sempre semplice da stabilire.

 

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Rolling Stone ha infranto tutti gli standard del giornalismo, ma i suoi protagonisti ne escono illesi perché il singolo caso fasullo confermava la teoria dominante.

 

 

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