IL DIVANO DEI GIUSTI/2 – È UNA SERATA PIENA DI BUONI FILM STASERA. IL MIO PREFERITO È “SOLDI SPORCHI” UNA SORTA DI “FARGO”, DIRETTO DA SAM RAIMI CON GRANDE GUSTO – POTREBBE PIACERVI MOLTO IL TARDO BUDDY BUDDY “THE NICE GUYS”, MA IL FILM PIÙ FIGHETTO E COOL DELLA SERATA, AVVOLTO NELLA MERAVIGLIOSA MUSICA INGLESE DEGLI ANNI ’60 È “ULTIMA NOTTE A SOHO” – NELLA NOTTE VI SEGNALO “MI FANNO MALE I CAPELLI”,UN FILM STRAVAGANTE, UN BEL PO’ GENIALE E UN FILO SBALLATO, MA LA VERA BOMBA DELLA NOTTE E' “GIULIO CESARE – COMPAGNI DI SCUOLA” IL DOCUMENTARIO DI ANTONELLO SARNO SUL LICEO GIULIO CESARE DI ROMA… - VIDEO
Marco Giusti per Dagospia
E in chiaro che vediamo? Il mio film preferito di stasera in chiaro, La7 Cinema alle 21, 15, ma non lo vedo da quando uscì, quasi trent’anni fa, è il piccolo noir diretto da Sam Raimi “Soldi sporchi” o “A Simple Plan”, dove uno zaino carico di 4 milioni di dollari viene scoperto nella neve da tre amici, Hank, cioè Bill Paxton, suo fratello Jacob, cioè Billy Bob Thornton e Lou, Brent Briscoe. Mettiamo nel gruppo anche Bridget Fonda.
La scoperta di un bottino così grande non sarà una fortuna per il gruppetto. E’ una sorta di “Fargo”, diretta da Sam Raimi con grande gusto e rispetto e interpretato benissimo dal suo cast. Inoltre offre a Billy Bob Thornton un ruolo del tutto particolare di ritardato.
Scritto da Scott B. Smith ispirandosi a un racconto di Chaucer (“Pardoner’s Tale”), il film passò prima per le mani di Ben Stiller che voleva farlo con Nicolas Cage protagonista, poi di John Dahl, e ancora di John Boorman, che portò dentro l’operazione Billy Bob Thornton che molto lo aveva colpito in “Lama tagliente”. Boorman avrebbe voluto anche Natalie Portman. Poi il tutto finì a Sam Raimi, che ne fece una sorta di variazione di “Fargo”. Ottimo.
Vi propongo anche un western diretto da Ti West prima della sua trilogia horror, “Nella valle della violenza” con Ethan Hawke, cowboy solitario che divide la scena con un cane e poi con John Travolta sceriffo cattivo. Se amate gli western di Clint Eastwood con lo straniero senza nome che arriva in città già fantasma e compie la sua misteriosa vendetta, ve lo consiglio. E’ una variazione minima sul tema, ma in tutta la seconda parte vira all’horror, dove Ti West si sente più forte, Iris alle 21, 10.
bad news bears che botte se incontri gli orsi 1
Tv2000 alle 21, 10 propone il remake di un celebre film per bambini con Walter Matthau, “Bad News Bears – Che botte se incontri gli orsi” diretto da Richard Linklater con Billy Bob Thornton, Greg Kinnear, Marcia Gay Harden, Sammi Kane Kraft. Su Canale 27 alle 21, 10 potrebbe piacervi molto il tardo buddy buddy “The Nice Guys”, diretto dallo specialista Shane Black, già ideatore e sceneggiatore di “Arma letale”, giallo ambientato a Los Angeles nel mondo del primo hard con la coppia di poliziotti Ryan Gosling e Russell Crowe.
Ma ci sono anche Kim Basinger e Margaret Qualley, la figlia di Andie MacDowall, prima che facesse “C’era un volta a Hollywood” e “The Substance”. Anche se allora ci sembrò un’operazione un po’ facile e non sempre funzionale, la ricostruzione della scena porno americana anni ’70 è davvero notevole. E’ una serata pien di buoni film.
Vedo che Cine 34 alle 21 propone “L’immortale” di Marco D'Amore con Marco D'Amore, Giuseppe Aiello, Salvatore D'Onofrio, Giovanni Vastarella. E’ il film che doveva farci capire che Ciro, dopo una stagione d’assenza era ancora vivo e pronto a tornare in pisto. Ciro c’è, scrissi. Devo dire che c’ero caduto, ma penso anche tutti i fan di Gomorra, quando lo abbiamo visto colpito al cuore proprio da Genny e poi gettato a mare come un sacco. Ma come si fa a far morire Ciro Di Marzio, l’immortale?
Invece grazie al fatto che il proiettile si è fermato a un centimetro dal cuore, ma pensa…, non solo non è morto, ma lo ritroviamo protagonista di questo film tutto suo, L’immortale, appunto, diretto dallo stesso protagonista Marco D’Amore.
Ricco di un cast di napoletani al solito bravissimi e più o meno sconosciuti, a parte l’apparizione di Nello Mascia come Don Aniello, e del russo Aleksey Guskov (Il concerto, Le confessioni) come terribile boss russo, più che uno spin-off, è un film che sembra costruito, esattamente come certe puntate della serie, con due storie che vanno in parallelo e devono scavare più a fondo nel personaggio di Ciro Di Marzio prima di traghettare il tutto verso una nuova stagione della serie.
Da una parte c’è il Ciro bambino, che cresce come piccolo mariuolo di una baby-gang nella Napoli meroliana e maradoniana del dopo-terremoto del 1980, tra trafficanti di sigarette e belle cantanti neomelodiche. La mamma è morta salvandolo proprio nel crollo della loro casa e il piccolo Ciro si è legato a Bruno, piccolo soldato del traffico di sigarette.
Proprio un Bruno invecchiato e intristito incontra trent’anni dopo in quel di Riga, dove lo ha spedito Don Aniello dopo averlo salvato, per stare dietro al traffico di coca. Lì Ciro dovrà vedersela, da subito, con la gang dei russi, quella capitanata da Aleksey Guskov, e la gang rivale dei lettoni che vogliono la coca per loro.
Girato con gran cura e rispetto per la serie da Marco D’Amore, che già aveva girato due bellissimi episodi dell’ultima stagione di Gomorra, si permette una maggior costruzione visiva, dando spazio al suo direttore della fotografia, Guido Michelotti, già operatore alla macchina su Gomorra, di elaborare complesse riprese sia negli esterni di Riga sia nel porto di Napoli, dove sembra di rivivere la stagione dei film di contrabbandieri di Mario Merola.
Su Mediaset Italia 2 alle 21, 05 passa “Ted2” di Seth MacFarlane con Mark Wahlberg, Amanda Seyfried, Morgan Freeman, Jessica Barth, Giovanni Ribisi. Canale 20 alle 21, 10 propone “The Bourne Legacy” diretto da Tony Gilroy con Jeremy Renner, Edward Norton, Rachel Weisz, Joan Allen, Oscar Isaac, Albert Finney.
Ma che fine ha fatto Jason Bourne? Ti chiedevi vedendo questo nuovo film della saga, che porta ancora il suo nome, e un po' se ne parla, si vede in fotografia il faccione di Matt Damon, ma nessuno ci svela se è vivo o morto. Pazienza, il pubblico capirà e se ne farà una ragione. E' quello che si devono essere detti i produttori, soprattutto Tony Gilroy, che aveva ideato, scritto e prodotto gli altri tre film della fortunata saga, "The Bourne Identity" (2002) diretto da Doug Liman, "The Bourne Supremacy" (2004) e "The Bourne Ultimatum" (2007) diretti invece da Paul Greengrass.
Certo, con oltre 900 milioni di dollari incassati in tutto il mondo, solo il terzo capitolo ne aveva incassati 422, la saga di Jason Bourne, l'agente segreto smemorato in lotta con tutti i servizi del proprio paese per conoscere la sua vera identità, era particolarmente appetibile. Alla faccia di Matt Damon e del suo regista preferito, l'inglese molto politicizzato Paul Greengrass, che ci aveva abituati a una messa in scena adrenalinica di gran classe e a un po' di sale nelle storie.
In pratica nel 2007, dopo il grande incasso di "The Bourne Ultimatum", Greengrass e Damon avevano cercato di dar vita a un quarto episodio, che avrebbe dovuto chiamarsi "The Bourne Redundancy". Ma il copione non aveva convinto Tony Gilroy e si era arrivati alla separazione. Da soli, Damon e Greengrass gireranno nel 2010 "The Green Zone", una specie di avventura simil-Bourne alle prese con la guerra in Iraq, le armi di distruzioni di massa e le bugie americane.
Molto politico, molto ben fatto, ma di gran costo (100 milioni di dollari) e di non eccelso incasso. Gilroy, che da sceneggiatore di successo era intanto passato alla regia con i noiosetti e scolastici "Michael Clayton" e "Duplicity", ha pensato che poteva far tutto da solo. Così ha scritto il copione di questo spin-off della serie assieme al fratello Dan, lo ha montato col fratello John, ha richiamato qualche attore dei film precedenti, come Joan Allen, Albert Finney e David Starthain, ha fatto sparire il personaggio di Julia Stiles e Matt Damon ce lo fa vedere solo in cartolina senza spiegarci se è vivo o morto (non si sa mai tornasse...).
L'idea, come spiega il sottotitolo del film, è che di Jason Bourne "non ce n'è mai stato uno solo". Hai capito? In pratica i servizi americani, in questo caso comandati da un Edward Norton invecchiato e da uno Stacy Keach che ancora ricordiamo protagonista di "Fat City" di John Huston, avevano una serie di superspie geneticamente modificate e rese schiave da un cocktail di droghe e virus micidiali sguinzagliate in tutto il mondo.
Con il casino provocato da Jason Bourne nell'ultimo film, la segretezza di questo progetto è andato a puttane e Norton e Keach decidono così di eliminare tutte le spie. E' a questo punto che seguiamo il percorso del numero 5 del progetto Outcome, tale Aaron Cross, cioè Jeremy Renner, che si trovava in Alaska in mezzo ai lupi (mozzicano, si sa...), nel tentativo di salvare la sua pellaccia di superspia.
Prima cerca di capire qualcosa di più da un altro agente, Oscar Isaacs, che verrà fulminato da un drone in mezzo alla foresta, poi va alla ricerca della dottoressa, la bellissima Rachel Weisz, che lo teneva sotto controllo e che sa come farlo sopravvivere anche senza le droghe. Inoltre anche lei, sapendo troppo del progetto, è destinata all'eliminazione.
Rai Movie alle 21, 10 propone “Mission”, filmone di Roland Joffé con Jeremy Irons, Robert De Niro, Ray McAnally, Aidan Quinn e grande musica di Ennio Morricone. La5 alle 21, 15 propone “Amore & altri rimedi” di Edward Zwick con Jake Gyllenhaal, Anne Hathaway, Judy Greer, Hank Azaria, Katheryn Winnick, Oliver Platt. Rai5 alle 21, 20 passa un tardo western che batte qualsiasi bandiera, Irlanda/Belgio/Francia/Lussemburgo/Gran Bretagna, “Gli ultimi fuorilegge” diretto da Ivan Kavanagh con John Cusack, Emile Hirsch, Antonia Campbell-Hughes, Danny Webb, Déborah François. Boh?
Su Rai4 alle 21, 20 trovate Il film più fighetto e cool della serata, avvolto nella meravigliosa musica inglese degli anni ’60 di Petula Clark, di Sandie Shaw, dei Kinks e dei Beatles, “Ultima notte a Soho”, scritto e diretto da Edgar Wright, il Tarantino inglese, interpretato e in parte cantato dalla stupenda Anya Taylor-Joy di “La regina degli scacchi” in versione bionda, Thomasin McKenzie, e da tre star inglesi del calibro di Terence Stamp, Rita Tushingham e Diana Rigg, scomparsa a riprese terminate.
anya taylor joy matt smith ultima notte a soho
E giustamente il film è a lei dedicato. Presentato a Venezia e al recentissimo London Film Festival tra gli applausi dei fan di Wright, da oggi in sala, e a Roma lo trovate al Cinema Troisi, la sala più fighetta e giovanile del momento, è una favola pop dark dedicata agli anni ’60 e alla Londra del periodo fra minigonne, pub, teppisti, giovani cantati e colori acidelli. Confesso che per un po’, fino a quando la piega dark e gli effetti speciali con fantasmi e pseudo zombi non prende il sopravvento, il film è delizioso e anche più di quello che ci aspettavamo. E la musica comanda.
anya taylor joy matt smith ultima notte a soho
Dopo non sono riuscito più a seguirlo con una vera attenzione e interesse, scivolava un bel po’ nella banalità e tutta la costruzione era già chiara. Almeno per me, che i film inglesi di allora li ho visti al cinema. Ma, certo, se sei un ventenne, tutto può sembrare nuovissimo e originale. Siamo in Cornovaglia, oggi.
La giovane orfana Eloise, come la canzone di Paul Ryan cantata dal fratello gemello Barry, interpretata da Thomasin McKenzie, vive con la nonna, la grande Rita Tushingham di “Sapore di miele” e “Non tutti ce l’hanno”, nel continuo ricordo degli anni ’60, delle sue musiche e dei suoi vestiti. Avendo vinto una borsa di studio al London College of Fashion, wow!, lascia il paesello e la nonna e viene catapultata in quel di Soho, sognando a occhi aperti il vecchio mondo.
Eloise detta Ellei, scappata da una coinquilina invadente, pippata e scopatrice, certa Jocasta, va a vivere nella casa vecchio stile della misteriosa Miss Collins, Diana Rigg. E’ la casa che sognava, ma ogni volta che si addormenta precipita davvero nella Soho anni ’60 inseguendo, come fosse un suo doppio, una certa Sandie, come Sandie Shaw, la cantante scalza della nostra gioventù, interpretata dalla strepitosa Anya Taylor-Joy, ragazza in cerca di fortuna nel mondo dello spettacolo cantando nei bar di Soho.
Assieme a lei vengono fuori anche tipi e tipacci che la vogliono sfruttare e un po’ alla volta Ellie non sarà solo spettatrice di una vecchia storia, ma ci entrerà del tutto dentro, in un continuo uscire e entrare nel passato. La parte più interessante è però composta dalla colonna sonora che mostra una complessa ricostruzione della musica inglese del tempo. La stessa Anya Taylor Joy canta due canzoni, la celebre “Downtown” cantata da Petula Clark e “You’re My World” cantata da Cilla Black, protegé di George Martin, ma che è in realtà la versione inglese, con nuovo testo, di “Il mio mondo” del nostro Umberto Bindi.
Ma sentiamo anche “A World Without Love”, scritta da Paul McCartney per la sua fidanzata del tempo, Jane Asher, sorella del Peter del duo Peter & Gordon che la cantarono negli anni ’60, “Wishin' and Hopin'” di Dusty Springfield, “Don't Throw Your Love Away” dei The Searchers, “Beat Girl” di John Barry, “Starstruck” dei The Kinks, “Wade in the Water (Live at Klooks Kleek)dei The Graham Bond Organisation, “Puppet on a String” di Sandie Shaw, “Eloise” di Barry Ryan, “Heat Wave”degli Who, “Last Night in Soho”, “(There's) Always Something There to Remind Me” di Bacharach e David cantata da Sandie Shaw. Niente di davvero nuovo, ma tutto molto grazioso.
Rimaniamo nel tema musica inglese con il più ricco “Bohemian Rhapsody”, firmato da Bryan Singer, ma non totalmente diretto da lui, ma da Dexter Fletcher, con Rami Malek, Lucy Boynton, Gwilym Lee, Ben Hardy, Joseph Mazzello, Aidan Gillen, Tv8 alle 21, 30. Lo avrete visto cento volte, no?
Passiamo alla seconda serata con “Scoop” di Woody Allen con Scarlett Johansson, Hugh Jackman, Woody Allen, Ian McShane, Fenella Woolgar, Canale 27 alle 23. Ma preferisco segnalarvi “Mi fanno male i capelli”, diretto da Roberta Torre con Alba Rohrwacher e Filippo Timi, Rai5 alle 23.
Siamo abituati da tempo all’originalità e al talento di Roberta Torre, che ritroviamo anche in questo stravagante, un bel po’ geniale e un filo sballato, “Mi fanno male i capelli”, film non facile da definire, perché non è un biopic né un omaggio alla star Monica Vitti e al suo cinema, ma, diciamo, una sorta di complesso ragionamento sul decadimento mentale di una donna, Monica, interpretata da Alba Rohrwacher, non sappiamo se attrice o no, che trova nella figura e nella malattia degenerativa della Vitti una sorta di altra vita possibile da configurarsi come alternativa alla propria.
Gioco di specchi continuo, raddoppiato e triplicato dai tanti modelli recitativi dell’attrice, da musa di Antonioni a partner di Alberto Sordi, Monica, perduta sulla spiaggia di Sperlonga con la musica favolosa di Shigeru Umebayashi, riprende dal cinema della Vitti una serie di femminilità possibili da poter vivere e rivivere come doppi, o come riempitivo di una memoria che sta completamente svanendo. Mentre il povero marito Edoardo, Filippo Timi, precipita nello sfacelo di una vita, non solo di coppia, che non riesce più a controllare, alternando la follia del gioco del karaoke cinematografico, Timi-Mastroianni, Timi-Delon, al disastro economico.
La casa a Roma che hanno perduto, la casa al mare a Sperlonga, dove si svolge il film, che sta svendendo al torvo Maurizio Lombardi. Come una Norma Desmond all’italiana che si veste/riveste, si tinge i capelli di nero/di biondo inseguendo i modelli di un cinema lontano, Alba Rohrwacher si offre con un grande candore alla cura di Roberta Torre nel ricostruire un modello di attrice e di donna che dominò il cinema italiano degli anni ’60 con i capolavori di Antonioni e i grandi film popolari della commedia del tempo.
Ma a colpirci è forse ancor più il disfacimento del suo uomo, Timi, non in grado di aiutarla. A una prima parte molto bella e molto sperimentale, dove siamo davvero colpiti dal giro della morte messo in scena dalla regista, la memoria che svanisce alle prese con la nostra memoria cinematografica, il ruolo della donna nel nostro cinema fatto da maschi per maschi (come diceva Risi), segue una parte più banale dove il gioco del karaoke con i film di Vitti e Sordi funziona di meno, ma non era facile arrivare alla fine di un gioco narrativo dove la prima cosa che deve esplodere è proprio la memoria e la narrativa.
E’ decisamente buono anche “La paranza dei bambini”, camorra movie diretto da Claudio Giovannesi, fotografato da Daniele Ciprì con Francesco Di Napoli, Ar Tem, Viviana Aprea, Pasquale Marotta, Mattia Piano Del Balzo, Cine 34 alle 23, che venne presentato a Berlino qualche anno fa. Con successo, perché non solo perché è un gran bel film, girato come Dio comanda con la camera a mano per i quartieri di Napoli, ma perché ha anche una carica di umanità e di desiderio di raccontare delle storie esemplari di un’Italia assurda e capovolta che nessun documentario o reportage giornalistico riuscirebbero a fare.
La piccola invenzione del giovanissimo boss del quartiere Sanità che questiona col fratellino minore perché gli ha nascosto le crostatine a colazione, dopo che lo abbiamo visto dare ordini e sparare per metà film, spiega bene il nodo centrale del film. Non tanto un Gomorra giovani, come Sanremo giovani, anche se il desiderio di farne una serie, vista la presenza della Palomar di Carlo Degli Esposti, mi sembra comprensibile, quanto il ritratto di un gruppo di ragazzini di 15-16 anni, che si ritrovano a essere boss e camorristi quasi naturalmente perché vogliono crescere, vogliono faticà.
E la fatica sembra che possa essere solo quella. Tutto è molto semplice nel quartiere. Dal desiderio di avere un paio di Nike da 180 euro, la felpa caruccia, la ragazza che va in discoteca, i mobili da guappo, alla giusta voglia alla Robin Hood di eliminare il pizzo camorristico dal negozio della mamma. Il giovane Nicola, interpretato da Francesco Di Napoli, e il suo gruppo di amici composto dal Tyson di Ar Tem, da Biscottino di Alfredo Turitto, da Lollipop di Ciro Pellecchia, scivolano facilmente verso la strada sbagliata perché non hanno altri modelli da seguire, a parte quello di subire le angherie che vedono tutti i giorni.
Una generazione di fottitori e fottuti, insomma, che non riesce a uscire dai modelli di violenza che chiudono in un ghetto l’intero quartiere. Come in Gomorra, ma anche nella Ostia violenta dei film di Claudio Caligari, non sembra esserci altra vita possibile per i nostri giovani eroi. Magari un sogno di fuga verso Gallipoli con la bella, la Letizia di Viviana Aprea. Costruito benissimo sotto tutti i livelli, sostenuto da una fotografia che punta sempre al realismo e sa cogliere perfettamente il fascino dei quartieri,
La paranze dei bambini ci riporta spesso anche ai personaggi senza futuro di Fiore, ai loro sogni impossibili. Il film funziona meglio nella prima ora, davvero spettacolare, con lo scontro tra la gang dei ragazzini e gli adulti, capitanati dai due boss Aniello Arena e Renato Carpinteri, che nella seconda, dove all’ascesa deve corrispondere una caduta.
La7 Cinema all’1, 45 passa il “Churchill” diretto da Jonathan Teplitzky con Brian Cox, Miranda Richardson, John Slattery, James Purefoy, Julian Wadham. Buono. Cine 34 alle 2, 10 passa l’erotico “Morbosità” diretto da Luigi Russo con Eva Czemerys, Gianni Macchia, Paul Muller, Jenny Tamburi. Provincia marcia, ricatti e sorelle mignotte al centro di questo erotico con Jenny Tamburi e Eva Czemerys come sorelline. Intervistata da Il Messaggero, Eva Czemerys si dichiara pro-divorzio ritenendo assurdo il referendum e sogna di lavorare con Ingmar Bergman o Federico Fellini.
Gianni Macchia presenta il film al Royal di Bari e rilascia un’intervista a Paolo Calcagno, per La Gazzetta del Mezzogiorno (30 agosto 1974): «Erotismo e sessualità sono ancora di moda e la moda in fondo non è che lo specchio dei tempi, riflette ciò che avviene nel mondo. So bene che mi porto addosso l’etichetta di sex symbol e che non potrò scollarla tanto facilmente: però so anche di poter fare qualche cosa di diverso». Dopo una settimana era già a 47 milioni.
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Su Rai 2 alle 2, 25 trovate la vera bomba della notte, “Giulio Cesare – Compagni di Scuola” il documentario di Antonello Sarno sul liceo Giulio Cesare di Roma. Vi giro quel che scrissi. Vecchi studenti del Giulio Cesare preparate i fazzoletti. Per tutti gli altri saranno dolori. Perché se avete fatto il classico a Roma lo sapete benissimo. E’ peggio del calcio. Se appartieni al Tasso o al Mamiani o al Visconti o al Giulio Cesare sei segnato a vita.
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E non puoi sopportare che qualcuno parli del proprio liceo di fronte a voi. Scrivevo che alla fine della proiezione per pochi critici del documentario sul Liceo Classico romano Giulio Cesare, quartiere Trieste, raccontato dai suoi allievi più o meno illustri, da Antonello Venditti a Peppe er Roscio, da Serena Dandini a Carlo Fuortes, prodotto dalla strana coppia Tilde Corsi e Tiziana Rocca (è così), i più incazzati erano i critici che avevano fatto il Tasso e il Mamiani. Non c’era modo di convincerli. Il Giulio Cesare era il liceo dei fasci e nessuno si sognava di fermarsi a far lo struscio al Bar Tortuga, il baretto di fronte dei ragazzi del liceo. Ahi!
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Insomma, Sarno, anche lui allievo del Giulio Cesare, ma non fa vedere le sue pagelle e il suo voto alla maturità (Franco Frattini è l’unico con 60/60), e ci chiediamo perché, ha toccato un tasto che a Roma è ancora esplosivo. Perché il Giulio Cesare, che per tutti quelli che non lo hanno fatto era il liceo fascista romano, in realtà ha vissuto dal di dentro la battaglia politica degli anni ’60 e ’70, con scontri pesanti, botte, anni di scorte di polizia.
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E nella sua lunga vita, dal 1936, anno della fondazione ultrafascista con tutti in camicia nera di fronte a Bottai e a Mussolini, come vediamo dal magnifico repertorio dell’Istituto Luce, a oggi, non sono stati pochi i casi di cronaca nera politica legata al liceo. Pensiamo solo all’omicidio del poliziotto Francesco Evangilista detto “Serpico” e dei suoi uomini, avvenuta proprio di fronte alla scuola compiuto dai Nar.
E facciamo i nomi, magari, cioè Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Giorgio Vale. O al fatto che Andrea Ghira, il torturatore del Circeo, all’epoca fosse allievo del Giulio Cesare. E bene fa Sarno a intervistare assieme i compagni e i fasci del tempo. Da Chiara Ingrao a Peppe er Roscio, ad esempio, che molti davano per defunto, che da militante di ultradestra passò al trotzkismo (lo dice lui), e si dichiara ancora dalla parte delle minoranze e mai coi padroni. O Luca Signorelli, altro nome della destra del tempo.
Mentre a sinistra troviamo Serena Dandini, Ernesto Assante, Giovanni Spagnoletti, Antonello Venditti, che fornisce anche la colonna sonora più bella del tempo, visto che è sua la “Compagni di scuola” del titolo del film: “Mezzogiorno, tutto scompare,/"avanti! tutti al bar"./Dove Nietsche e Marx si davano la mano/e parlavano insieme dell'ultima festa/e del vestito nuovo, fatto apposta/e sempre di quella ragazza che filava tutti (meno che te)”.
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Ma ci sono anche, allievi di anni più recenti, Piotta e gli Zero Assoluto, il regista Paolo Genovese, molto lontani dal tempo delle botte e delle lotte politiche. Tra i più antichi tra i narratori troviamo Gianluigi Rondi e Marco Pannella, poi Giorgio Benvenuto, Maurizio Costanzo, Franco Frattini. Non campare invece, il più giusto di tutti, Federico Moccia, che al Giulio Cesare ha girato pure “Scusa, ma ti chiamo amore”.
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Sarno ha preferito giocarsi il cinema coi cineclub di sinistra che vedevano tra gli invitati Ken Loach, Ettore Scola e Giuseppe Tornatore. Ma la parte più viva è proprio quella degli anni ’60 e ’70, dal tempo della “Zanzara”, che al Giulio Cesare divenne il giornale “Pape Satan”, a quello del Piper, che era proprio a due passi dal liceo, dal 68 al 77 diciamo. Cinzia Romani, oggi giornalista del “Giornale”, ricorda che sentì un’arma addosso al suo accompagnatore in motorino. Ohibò!
Certo è che si menavano sul serio e non doveva essere facile seguire le lezioni. Il repertorio di allora è magnifico, sia i cinegiornali in bianco e nero sia i servizi della tv a colori fine anni ’70, meno le interviste ai ragazzi di oggi, forse perché potrebbero abitare ovunque, molte interviste sono commoventi.
La chiuderei qui se non vedessi un rarissimo “La madonnina d’oro”/”The Golden Madonna”, film italo-inglese del 1949 firmato da Ladislao Vajda e Luigi Carpentieri, scritto da Aimée Stuart e Dudley Leslie da una storia di Dorothy Hope con Phyllis Calvert, Tullio Carminati, Michael Rennie, Franco Coop, Aldo Silvani, David Greene, Rete 4 alle 2, 50.
Leggo che la copia inglese era di 88’, quella italiana di 94’. Era uno dei 75 film considerati perduti dal BFI, il British Film Institute e poi ritrovato. Girato interamente nel napoletano con un paese alla ricerca di un quadro scomparso durante la guerra. Fotografia di Otello Martelli e Anchise Brizzi. Ciro Ippolito lo dovrebbe vedere.
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l immortale marco d amore.
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LA PARANZA DEI BAMBINI
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