1- STANCHI DI MONTI, HOLLANDE E MERKEL, VERO? NOSTALGIA DEL VECCHIO GHEDDAFI E DELLE SUE AMAZZONI, DI KIM JONG-IL E PERFINO DEL BANANA CON RUBY? L’ANTIDOTO È ARRIVATO. “IL DITTATORE”, NUOVO CAPOLAVORO DEL POLITICAMENTE SCORRETTO DI “BORAT” 2- UN FILM INCIVILE, RAZZISTA, ARABOFOBICO, “STRONZO” CONTRO FEMMINISTE, VERDI, AMERICANI E ANCHE UN PO’ SIONISTA. MA È COSÌ DIVERTENTE CHE GLI SI PERDONA TUTTO 3- CIRCOLANO BATTUTE MERAVIGLIOSE COME “MI PIACCIONO LE DONNE CHE VANNO A SCUOLA, È COME VEDERE UNA SCIMMIA SUI PATTINI. NON SIGNIFICA NIENTE, MA È ADORABILE”, “E’ NATA UNA BAMBINA. DOV’È LA SPAZZATURA?”. “AH… AMERICA, LA PATRIA DELL’AIDS!” 4- QUANTO SOMIGLIA IL CINEMA DI BARON COHEN A QUELLO DI CHECCO ZALONE E, IN PARTE, A QUELLO DEI SOLITI IDIOTI. ATTRAVERSO IL PERSONAGGIO SCORRETTO, RAZZISTA O IGNORANTE, ANCHE LORO ARRIVANO ALLA BATTUTA CHE POSSA SVELARE LA SOCIETÀ IN CUI VIVIAMO, LE NOSTRE CONTRADDIZIONI E IL RAZZISMO CHE ANCORA CIRCOLA

Marco Giusti per Dagospia

Stanchi di Mario Monti, di François Hollande e di Angela Merkel, vero? Nostalgia del vecchio Gheddafi e delle sue amazzoni, di Kim Jong-il e perfino di Papi Silvio Berlusconi e delle olgettine? Quello che vi ci vuole è arrivato. "Il dittatore", il nuovo capolavoro del politicamente scorretto interpretato da Sasha Baron Cohen e diretto da Larry Charles, è in sala dal 15 giugno.

Un film incivile, razzista, arabofobico, scorretto contro femministe, verdi, americani, perfino contro chi porta le Crocs e anche un po' sionista. Tutto vero. Ma è così divertente che gli si perdona tutto. Circolano battute meravigliose come "Mi piacciono le donne che vanno a scuola, è come vedere una scimmia sui pattini. Non significa niente, ma è adorabile", "E' nata una bambina. Mi dispiace. Dov'è la spazzatura?".

"Ah... America, la patria dell'Aids!" "Cosa sono i diritti civili? Dai, te ne ho parlato!". "Chi mi presta un po' di soldi? Diciamo venti milioni di dollari?". Meno riuscito di "Borat", che aveva il dono della novità, ma più riuscito di "Bruno", che se la prendeva con gli stilisti gay, il film apre con una grande e commovente dedica al non dimenticato dittatore coreano Kim Jong-il e segue poi le avventure del dittatore di Wadijia, immaginario statarello dell'Africa del nord, tale Aladeen, vagamente ispirato a Gheddafi, interpretato meravigliosamente da un Sasha Baron Cohen barbuto.

Interpreta anche il suo sosia Efawadin, pastore mezzo scemo che vive in mezzo alle pecore e quando gli presentano le ragazze della scorta di Aladeen nude prova a mungerle. Aladeen vive alla grande da dittatore in Wadija, lo vediamo vincere i 100 metri uccidendo gli altri concorrenti a pistolettate, gioca a videogiochi per arabi cattivi come "Munich Olympics '72", paga l'amore mercenario di star dello spettacolo come Megan Fox ("Megan, vali ogni penny che ho speso!"), ma non ha delle vere armi nucleari ("Tutti i miei amici hanno armi nucleari!"), perché ha liquidato Nadal, il suo scienziato, colpevole di aver fatto una bomba atomica tonda e non appuntita.

D'accordo con l'infido zio Tamir, un Ben Kingsley in gran forma, che Sasha Baron Cohen ha recuperato dal cast di "Hugo Cabret" di Martin Scorsese da lui stesso interpretato, decide allora di andare a parlare alle Nazioni Unite per spiegare come stanno davvero le cose in Wadija. E' lì che dovrebbe scattare il golpe ad opera dello zio Tamir. Si liquida il dittatore, si mette al suo posto il sosia fantoccio Efawadim e si divide il petrolio dello stato con le multinazionali americane.

Lo scambio funziona, anche se Aladeen non muore e si ritrova in giro a New York tra pacifisti e suoi oppositori che si sono rifugiati in America. Fa amicizia con una ragazza, Zooey, cioè Anna Faris, femminista e esperta di mangiare sano, che cerca di rieducarlo. E incontra il suo amico scienziato, Nadal, Jason Mantzoukas, col quale progetta di riprendere il potere a Wadija. Ovvio che il film vive nella prima parte sulla vita di tutti i giorni del dittatore e nella seconda su come Aladeen vede l'America.

Ci sono battute meravigliose sul costo di Internet nell'hotel di lusso di Aladeen, "20 dollari al giorno, e poi incolpano me di crimini contro l'umanità!", per non parlare della scoperta dei peli sotto le ascelle di Zooey e della visione della democrazia in America. Nella sparata finale alle Nazioni Unite, dove dovrebbe in qualche modo fare il verso al commovente discorso di Charlie Chaplin alla fine del suo "Il grande dittatore", contro Hitler, Aladeen mette sullo stesso piano la dittatura e la democrazia americana nel rispetto della libertà di stampa sui grandi media e in tv, i rapporti con banche e multinazionali, le differenze di classe. Siamo sicuri che sia davvero meglio la democrazia?

Anche se alla fine tutto il film, come "Borat", è più un attacco alla società americana che un vero film contro le dittature, si ride dall'inizio alla fine, soprattutto quando Aladeen e Nadal iniziano a confondere il loro arabo-americano con l'yddish e capiamo perfettamente cosa possa aver turbato il mondo islamico.

Sasha Baron Cohen, benché inglese e laureato a Cambridge, rientra in pieno nell'umorismo ebreo-americano dei fratelli Marx e di Mel Brooks, modernizzato con battute attuali legati alla tv e allo spettacolo americano. E con questa ottica dobbiamo vedere i suoi film, abbastanza impossibili da sentire doppiati in italiano.

Va detto però che, vedendo proprio "Il dittatore", ci si può accorgere di quanto, forse inconsapevolmente, il cinema di Sasha Baron Cohen somigli a quello nostrano di Checco Zalone e, in parte, a quello dei Soliti idioti. Attraverso il personaggio scorretto, razzista o ignorante, anche loro arrivano alla battuta che possa svelare la realtà della società in cui viviamo, le nostre contraddizioni e il razzismo che ancora circola.

A differenza loro, però, Sasha Baron Cohen fa film in chiave internazionale e riesce a confondere la finzione del suo personaggio con le situazione vere. Nei precedenti "Borat" e "Bruno" questa era una chiave comica televisiva e politica fortissima, che lo inseriva proprio nella realtà alla Michael Moore, mentre Zalone che i Soliti idioti non riescono a fare questo passo. E' come se Checco fosse riuscito a cantare un inno meridionale in una vera convention della Lega a Pontida...

Se questo aspetto si perde un po' nel "Dittatore", probabilmente perché il personaggio era troppo estremizzato per confondersi con la realtà, il film recupera in un incredibile apparato grafico e scenografico legato all'estetica della dittatura nord-africana. A cominciare dalla grande immagine che immortala Aladeen barbuto che vediamo nei manifesti. Altro che Cattelan...

 

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