emanuele filiberto vittorio emanuele di savoia

“SCONFINAVAMO IN ITALIA. ANDAVAMO A PRANZO A TORINO E MIO PADRE VITTORIO EMANUELE PORTÒ GLI OMAGGI A GUSTAV THÖNI” – IL PRINCIPE EMANUELE FILIBERTO CONFERMA L’INCONTRO NEL 1974 TRA IL CAMPIONE DI SCI E IL PADRE A TRAFOI, VICINO BOLZANO (ANCHE SE ALL’EPOCA AI DISCENDENTI MASCHI DI CASA SAVOIA ERA ANCORA VIETATO L’INGRESSO E IL SOGGIORNO NEL TERRITORIO NAZIONALE): “LE FRONTIERE NON POSSONO ESISTERE QUANDO LO SPORT È BELLO E IMPORTANTE. ERA GIUSTO FARE UNO STRAPPO - L’ESILIO ERA ILLEGITTIMO, CI AVEVANO VIOLATI I DIRITTI. IL NONNO UMBERTO II FECE ANCHE UN SORVOLO, IN SARDEGNA SIAMO ANDATI PIÙ VOLTE IN BARCA. QUANDO SI POTEVA PRENDERE UNA BOCCATA D’ARIA IN ITALIA, LO SI FACEVA…”

Giovanni Viafora per il “Corriere della Sera” - Estratti

 

Insomma, all’inizio sembrava solo un ricordo di montagna. Gustav Thöni che racconta la sua vita, le gare, l’albergo di famiglia ai piedi dello Stelvio. Poi, quasi di sfuggita — nell’intervista al Corriere e anche nel suo libro appena uscito ( Una scia nel bianco , Rizzoli) — ecco l’aneddoto che pesa più di una Coppa del mondo: «Dopo il Gigante di Sankt Moritz, nel 1974, venne a trovarmi il Principe». Vittorio Emanuele di Savoia. Con la moglie Marina Doria. «Vennero qui, a Trafoi. In albergo. Vollero incontrare tutto lo staff. Ci lasciarono in dono un orologio da tavola». 

emanuele filiberto e vittorio emanuele

 

Trafoi. Italia. 

E non è un dettaglio. 

 

All’epoca — siamo negli anni Settanta — ai discendenti maschi di Casa Savoia era ancora vietato l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale. Lo stabiliva la XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione. Un divieto netto, senza eccezioni, rimasto formalmente in vigore fino al 2002. 

 

L’esilio come architrave simbolico della Repubblica nata dal referendum del 1946. 

Ma allora viene da chiedersi: davvero i reali passavano sotto il naso dello Stato? 

Perché negli anni, certo, si era parlato di «sconfinamenti». Episodi raccontati come trasgressioni minime: Vittorio Emanuele che, nell’agosto del ’97, nelle Bocche di Bonifacio, si sporse dalla barca per salutare il sindaco di Santa Teresa di Gallura; o Emanuele Filiberto atterrato a Linate. 

 

Sempre confinati in una zona grigia. Per qualcuno, un segreto di Pulcinella. Mai, però, assunti fino in fondo come fatto storico. 

E invece. 

vittorio emanuele di savoia con emanuele filiberto

 

A confermare, anzi a rilanciare, è proprio Emanuele Filiberto di Savoia, raggiunto al telefono. «Se Gustav lo racconta e lo scrive, è sicuramente vero. Un racconto magnifico», dice. «Mio padre era un grande appassionato di sport. E non potendo entrare in Italia, la voglia di incontrare un campione come lui sarà stata più forte dell’esilio. Avrà preso una macchina e sarà andato a complimentarsi, un gesto stupendo. Le frontiere non possono esistere quando lo sport è bello e importante. Era giusto fare uno strappo». 

 

Uno strappo solo? «Altro che una volta sola, l’abbiamo fatto tutti», risponde. «Gli sconfinamenti sono stati tanti. Io stesso sono entrato più volte in Italia con mio padre. 

In Valle d’Aosta per vedere il Castello di Sarre, a Torino per pranzo, in Sardegna. Piccoli viaggi. Andavamo nei ristoranti». 

 

E le frontiere? I controlli? 

«I carabinieri salutavano», dice. «Facevano proprio il saluto». Dettagli, diciamo, che valgono più di mille ricostruzioni accademiche. «Ricordo le cene, per esempio la bagna cauda», continua. «Era tutto molto semplice. E tutti erano felici di incontrarlo». Non solo. «A tavola, qualche volta, c’erano anche dei politici», aggiunge. «Ma preferisco non fare nomi». Poi il racconto prende quota. Letteralmente. 

 

vittorio emanuele di savoia marina doria emanuele filiberto

«Mio padre era pilota. Un giorno disse a suo padre, Umberto II: “Facciamo un giro in aereo”. Partirono da Ginevra, sorvolarono Torino, poi Racconigi. Mio nonno era commosso. Diceva: non possiamo atterrare, ma vedere quei luoghi… Passarono a bassa quota».

 

«In Sardegna siamo andati più volte. In barca. Quando si poteva prendere una boccata d’aria in Italia, lo si faceva». Più che una violazione, quindi, una lenta dissoluzione dell’esilio. «Prima che noi infrangessimo la legge — dice Emanuele Filiberto — ci avevano violato i diritti. La Corte europea ce lo ha riconosciuto. Era normale fare questi strappi». Non è solo memoria. È una battaglia ancora aperta (oggi Emanuele Filiberto chiede che anche le spoglie del nonno Umberto II tornino in Italia). E del resto che l’esilio fosse un simulacro lo si intuiva già allora. Nell’ultima estate prima del rientro ufficiale i Savoia vivevano più come una famiglia in attesa di tornare a casa che come una dinastia bandita: vacanze, cene, telefonate. L’Italia sempre sullo sfondo. 

 

vittorio emanuele di savoia e marina doria e il figlio emanuele filiberto 3

Dal punto di vista giuridico, però, il quadro è meno sentimentale. «La norma era chiarissima», spiega il costituzionalista Mario Bertolissi. «Se fossero stati intercettati, li avrebbero dovuti accompagnare alla frontiera». 

In teoria. 

«In pratica — aggiunge — quella disposizione era probabilmente già da tempo svuotata nei fatti. Tollerata». 

La legge cambiò solo nel 2002, con la modifica costituzionale che consentì il rientro ufficiale dei Savoia. E il 15 marzo 2003 l’Italia assistette alla scena finale: l’aereo atterrato a Napoli, la sosta all’hotel Vesuvio, gli applausi dei monarchici, le contestazioni, i flash. Il ritorno alla luce del sole, dopo 57 anni. 

 

(…)

vittorio emanuele di savoia e marina doria e il figlio emanuele filiberto 2vittorio emanuele di savoia e marina doria e il figlio emanuele filiberto 1umberto IInozze umberto ii di savoia maria josere umberto II con il fronte moanrchico giovanile - antonio tajani antonio mauluvittorio emanuele e emanuele filiberto di savoiaemanuele filiberto vittorio emanuele di savoia

 

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