1- EMMA MARCEGAGLIA PRESA TRA DUE FUOCHI: DA UNA PARTE, LA TRIMURTI MARPIONNE-MONTEZEMOLO-DELLA VALLE. DALL’ALTRA, L’INCAZZATURA FORTISSIMA DI BERLUSKAZZI 2- L’USCITA DELLA FIAT COSTERÀ “UNA SOMMA PARI A POCO MENO DI 5 MILIONI DI EURO”. TREMANO I FUNZIONARI E I DIPENDENTI DI VIALE DELL’ASTRONOMIA E DELLE ALTRE ASSOCIAZIONI 3- SI SUSSURRA CHE UN’EMORRAGIA ANCOR PIÙ GRAVE DI CONTRIBUTI (OGGI INTORNO AI 560 MILIONI),TALE DA DISSANGUARE LE CASSE DI CONFINDUSTRIA, POTREBBE SCOPPIARE NEL CASO DI ADDIO DI UN’AZIENDA TOTALMENTE STATALE E AFFOLLATA DI CIRCA150 MILA DIPENDENTI (DA CUI SI CALCOLANO LE QUOTE CONTRIBUTIVE) COME “POSTE ITALIANE” DI MASSIMO SARMI (LA VENDETTA DEL BANANA FURIOSO CON “COMBAT EMMA”) 4- COMUNQUE, SE VUOLE REALIZZARE I SUOI DISEGNI, IL TRIO MERAVIGLIAO MARPIONNE-INDIGNATOD’S-MONTECIUFFOLO HA BISOGNO DI PUNTELLI FORTI, DI UNA CLASSE DIRIGENTE NUOVA, DI UN GOVERNO DIVERSO, DI UNA CONFINDUSTRIA DISARMATA, DI MONOPOLI FRANTUMATI E DI GIORNALI COMPLETAMENTE ASSERVITI. FINO A QUANDO NON AVRÀ TRA LE MANI QUESTI STRUMENTI SARÀ MOLTO PIÙ DEBOLE DI QUANTO APPARE OGGI

Nel palazzo di vetro e acciaio di Confindustria i vetri hanno smesso di tremare dopo la cannonata di Sergio Marpionne.

Oggi è il momento di ragionare sugli effetti che l'uscita della Fiat dal sistema associativo provocherà non soltanto sul ruolo della Confindustria nel Paese, ma anche sull'impianto organizzativo e sul bilancio dell'Associazione.

Il giudizio comune è che la signora di Mantova, che fino alla settimana scorsa dava l'ultimatum al Governo, adesso si trova decisamente più debole, e che la sua strategia per cercare di costruire un blocco sociale intorno al tema della crescita rischia di essere seriamente compromessa.

Il paradosso più vistoso è rappresentato dal fatto che a segare le gambe della sua poltrona è stato il protagonista-principe di quel mondo manifatturiero che la Emma ha sempre esaltato in nome di una cultura che l'ha portata a disinteressarsi, dentro la Confindustria, di altri settori vitali dell'economia.

Adesso qualcuno ritiene che per chiudere in bellezza i pochi mesi che restano della sua gestione dovrebbe mettere mano a una radicale autoriforma della Confindustria per dare rappresentanza alle migliaia di imprese associate che chiedono servizi più qualificati e moderni a fronte dei quattrini che versano come contributo associativo.

È questa ad esempio l'ipotesi di lavoro suggerita dal "Corriere della Sera" in un editoriale di Dario Di Vico che sottolinea le ragioni e gli errori della Fiat, ma tutto fa pensare che dentro viale dell'Astronomia dove le imprese pubbliche hanno acquisito un peso squilibrato nella rappresentanza, non ci siano né le condizioni tecniche, né i tempi, né la voglia di mettere mano a un'autoriforma che possa riequilibrare la ferita provocata dalla rottura storica con la Fiat.

Ai piani alti di viale dell'Astronomia c'è chi ritiene che il missile del manager dal pullover sgualcito porti acqua al partito dei falchi che vedono in Bombassei il futuro leader degli Industriali. Altri invece fanno un ragionamento più terra terra e si preoccupano di capire quanto costerà in termini economici la disdetta della Casa torinese.

Il calcolo può apparire volgare, ma già ieri a fine mattinata negli uffici di viale dell'Astronomia qualcuno si preoccupava di spiegare che l'uscita della Fiat costerà all'intero sistema associativo "una somma pari a poco meno di 5 milioni di euro". E l'agenzia Radiocor del Gruppo "Sole 24 Ore" precisava intorno alle 13,45 che nei primi 9 mesi del 2011 gli associati a Confindustria sono aumentati del 2%, pari a 2.096 aziende che portano il totale delle imprese associate a 148.952.

Se i vetri tremano, tremano anche i funzionari e i dipendenti di viale dell'Astronomia e delle altre associazioni territoriali e di categoria, prime fra tutte Federmeccanica e l'Unione Industriali di Torino dove non è difficile immaginare che calerà la scure dei licenziamenti. La debolezza della Marcegaglia è anche in questi numeri che lasciano intravedere un'emorragia di contributi (oggi intorno ai 560 milioni per l'intero sistema confindustriale) tale da dissanguare le casse dell'Associazione.

Al di là di questi ragionamenti qualcosa bisogna dire anche sulla debolezza che si intravede dietro l'iniziativa clamorosa e muscolare di Sergio Marpionne, e di chi come Luchino di Montezemolo e Dieguito Della Valle si è messo a sparare raffiche di parole minacciose. Forse è arrivato il momento di dire una volta per tutte che il manager italo-svizzero-canadese nasconde dietro la violenza delle sue decisioni la debolezza di una strategia industriale che ha come caposaldo l'abbandono del mercato italiano.

È inutile continuare a girare con le parole, e anche se nessuno se la sente di dare atto a quel sito miserabile di Dagospia che da oltre un anno ha intravisto la fuga per Detroit, bisogna smetterla di truccare le carte e di dare una patente di italianità al manager che ha trasferito il cuore, il cervello e le gambe in un'altra zona dell'emisfero.

Si potrebbe infierire a volontà contro i piani fantasmagorici e mai esplicitati di Fabbrica Italia e su una politica industriale che ha portato la Fiat a raggiungere sul mercato italiano i risultati peggiori dal 1996. E fa davvero ridere la patetica difesa che gli arriva da uomini legati con il cordone ombelicale alla storia dell'azienda torinese.

Un esempio eloquente e per certi versi commovente è la nota apparsa ieri sul sito di Ernesto Auci dove si leggeva: "l'uscita della Fiat rende il Lingotto più italiano".

Questi sono cascami di parole che si giustificano solo dal punto di vista sentimentale perché il Marpionne che da gennaio ha perso l'11,3% del mercato e si è lasciato scappare i maestri del design come Giugiaro e i genietti del marketing come De Meo, arroccandosi sulle modestissime spalle di Maurizio Sacconi, è più debole di quanto appaia. E debole è anche la posizione di Luchino di Montezemolo, che dopo aver tirato la volata alla Marcegaglia ha preso le distanze, poi l'ha ricoperta d'elogi per lasciarla infine abbandonata sotto il maglio dell'uomo al quale la Sacra Famiglia degli Agnelli ha messo in mano le sue fortune.

Luchino temporeggia, fa un passo in avanti verso la politica e uno indietro perché ha capito che a parte i sondaggi compiacenti degli amici Pagnoncelli e Manheimer il "tempo delle mele" non è ancora maturo. Come abbiamo scritto ieri gli serve un successo, non dentro quella Formula1 che lo fa penare, ma con i treni dell'Alta Velocità, simboli di un monopolio che si deve infrangere e di un Paese dove nonostante tutto si possono introdurre logiche liberali e moderne.

Il guaio è che la sua Ntv, costruita con i soldi dei francesi, di Corradino Passera e dei compagni di merenda, non riesce a decollare. Dall'altra parte dei binari c'è Moretti che mina il terreno e fino ad oggi (notizia inedita!) nessuno dei primi treni francesi che dovranno correre per Ntv è stato omologato.

I manager come Sciarrone e Punzo aspettano due date: 16 ottobre e 7 novembre, sono i giorni in cui gli organismi che gestiscono le Ferrovie dovrebbero omologare l'Alta Velocità di Luchino & Company. Per salire definitivamente sul palcoscenico della politica Montezemolone ha un assoluto bisogno di indossare il cappello del capotreno e vedere il colore verde nella paletta del suo orizzonte.

L'elenco delle debolezze, che in un modo o nell'altro toccano sulla carne viva la povera Marcegaglia, il terribile Marpionne e il temporeggiatore Montezemolo, si deve chiudere con un cenno inevitabile a Dieguito Della Valle. Anche lui, a dispetto delle apparenze, è più debole di quanto appaia e l'ha dimostrato con le ultime due mosse. La prima è quella del proclama parigino che per avere eco è stato pubblicato a pagamento sui giornali dove si rovescia la pubblicità delle sue aziende, un'operazione che mai sarebbe passata per la mente all'Avvocato Agnelli che con poche parole e qualche battuta intelligente distruggeva gli avversari.

La seconda mossa è l'annuncio di ieri di lasciare il Patto di Mediobanca per avere le mani libere al fine di aumentare la sua quota nel capitale. I giornali compiacenti non hanno avuto il coraggio di spiegare che i soci forti di Piazzetta Cuccia lo hanno preso a sberle nel momento in cui ha rivendicato di sedersi al tavolo con un pugno di azioni, e anche se Cesarone Geronzi potrà godere per questo regalino postumo che gli è arrivato dai vari Ligresti, Pesenti e Tronchetti Provera, resta il fatto che la mossa dello scarparo marchigiano è un atto dovuto se vorrà smetterla di comprare pagine di giornale per mettere finalmente le mani sull'oggetto del desiderio: il "Corriere della Sera".

Se vuole realizzare i suoi disegni, la trimurti Marpionne-Montezemolo-Della Valle ha bisogno di puntelli forti, di una classe dirigente nuova, di un governo diverso, di una Confindustria disarmata, di monopoli frantumati e di giornali asserviti.

Fino a quando non avrà tra le mani questi strumenti sarà molto più debole di quanto appare oggi.

 

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