ESSERE (O NON ESSERE) DAVID BOWIE

Claudio Gallo per "la Stampa"

Al Victoria and Albert Museum (B&A per tutti) a vedere «David Bowie Is», la mostra sul Duca Bianco che aprirà a Londra da sabato all'11 agosto, si va come andare in chiesa. Rispetto, adorazione, vietato non prendere tutto immensamente sul serio. Detto questo, lo spettacolo è assicurato da uno standard tecnico multimediale sontuoso a cui ha collaborato il team che girò il filmato iniziale delle Olimpiadi. Scordatevi una rimpatriata di video clip rock, si entra in una fabbrica d'immagini che si trasforma in incubatrice di idee: sull'ottovolante dentro la mente di Bowie e, loop da brivido, nelle misteriose corrispondenze che si dischiudono nella testa dei fan. Non importa capire, l'importante è guardare.

I curatori Geoffrey Marsh e Victoria Broacker hanno setacciato l'archivio del divo selezionando 300 oggetti evocativi del suo sguardo trasversale tra musica e moda. Dice Marsh: «Abbiamo allestito questa mostra per mostrare come arte e design lavorano. Ci sono molti libri su Bowie ma sono scritti da critici musicali. La ragione per cui è interessante invece è proprio che lui è molto di più che una rock star».

La prima figura a bucare gli occhi è un manichino con la tuta in Pvc disegnata da Kansai Yamamoto per il Tour di Alladine Sane del 1973. Un essere alieno piantato coi pantaloni a sbuffo che sembrano due grandi orecchie mentre la figura intera è una pera cotta di Alice nel paese delle meraviglie.

Da una sala spenzolano i ritratti dell'affollato Pantheon del musicista: Chaplin, Wilde, Dietrich, Aleister Crowley (la Grande Bestia 666 non poteva mancare col suo odore di zolfo) Warhol, Edie Sedwick, J. G. Ballard, Fritz Lang. Alla fine un po' tutti un po' nessuno. Il genio di Bowie infatti è più combinatorio che creativo, un maestro di mosaici, un camaleontico assimilatore di culture. Proprio per questo il suo influsso va al di là della musica.

Coraggiosa la scelta dei curatori di non procedere per ordine cronologico così che i momenti della carriera del genio galleggiano insieme in una specie di eterno presente. Il clip del concerto di Ziggy Stardust, con lui inguainato nel costume colorato di Freddie Burretti, il video dove Bowie racconta che da ragazzo si riempiva le tasche di libri «troppo difficili per leggerli» per fare impressione alla gente, i foglietti su cui scriveva testi di canzoni diventati poesie per far sognare le masse.

Camille Paglia, la scrittrice femminista più o meno pentita, nel suo brillante saggio su Bowie incluso nel catalogo ne segue il percorso di maestro di forme tra moda e sessualità. Certo, un mondo autoreferenziale in cui alcuni non si riconosceranno ma che ha plasmato gli atteggiamenti di milioni di adolescenti nel mondo che stava per diventare globale. All'indomani della sbornia utopistica degli Anni ‘60, politica-radicale&sesso-libero, ci si svegliò negli Anni '70 col mal di testa.

Crepe apocalittiche cominciavano a sfigurare il volto gioioso del Mondo Nuovo. Bowie arrivò proprio in tempo a raccontare questa inquietudine con il Maggiore Tom di «Space Oddity» che abbandona la Terra. «Scritto diversi mesi prima di Woodstock - spiega Camille Paglia - Space Oddity, con la il suo ossessivo isolamento, la sua purezza asessuata e la passività annunciava la fine dei dionisiaci ‘60».

L'asessualità diventa presto cosciente ambiguità sessuale, con la lunga stagione del travestitismo, dove la star si getta in un ossessivo viaggio di andata e ritorno tra la polarità dei sessi senza un punto di arrivo. Che la mostra coincida con il lancio del nuovo disco già in cima alle classifiche per fortuna è un caso, era stata pianificata ben prima che Bowie a 66 anni decidesse di tornare a cantare. Clip di The Next Day, però sono stati prontamente incorporati.

 

DAVID BOWIEDavid Bowie and William Burroughs in una foto del di Terry ONeill DAVID E ANGIE BOWIE jpegdavid bowie mick jagger jpegDavidBowie TheBestOfDavidBowie DAVID BOWIE The Archer Station to Station tour del di John Robert Row

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