gigliola cinquetti tenco rolling stones

"TENCO MI DISSE: “TI ODIO. SEI FALSA, IPOCRITA, PERBENISTA” – GIGLIOLA CINQUETTI MEMORIES: “NEGAI UNA FOTO AGLI STONES. UNO DI LORO POSAVA CACCIANDOSI LE DITA NEL NASO. PENSAI CHE ERANO DEI GRAN CAFONI, CHE VOLEVANO FARE I TRASGRESSIVI A MIE SPESE E ME NE ANDAI” – LA CANTANTE SARA’ A SANREMO NELLA SERATA FINALE PER CELEBRARE “NON HO L’ETA’, IL BRANO CHE VINSE 60 ANNI FA IL FESTIVAL: “UN SUCCESSO INSPIEGABILE” – IL NO A HOLLYWOOD - VIDEO

Candida Morvillo per il “Corriere della Sera” - Estratti

 

gigliola cinquetti

Gigliola Cinquetti, il brano che la consacrò, «Non ho l’età», compie sessant’anni. Ieri Amadeus ha annunciato che lei lo canterà nella serata finale di Sanremo il 10 febbraio. Che effetto le fa ricordare quella sedicenne che esordiva al Festival?

«Se fossero stati 50 o 30 era meglio: è una distanza vertiginosa. Quella ragazzina, nei primi vent’anni, è stata molto invadente, petulante. Poi, si è ammansita e siamo arrivate a un accordo. Ora, sono persino fiera di lei».

 

Che cosa aveva di petulante quella ragazzina?

«Voleva che facessi capire a tutti quanto era intelligente, ironica, spiritosa, diversa dall’etichetta perbenista che si portava dietro. Io giù a fumare Camel, bere grappini, ma non c’era niente da fare: ovunque andassi, ero preceduta dall’immagine di lei sul palco col vestitino bon ton. All’inizio, in tv, cercavo di non farmela mettere fra i piedi, ma me la mettevano sempre. Al che, ho capito che tanto valeva farne il mio amuleto e che era carina, meglio di come pensavo».

GIGLIOLA CINQUETTI

 

Si avvicinavano il ’68, la rivoluzione studentesca e quella sessuale e lei cantava «non ho l’età per uscire da sola con te», vendendo quattro milioni di dischi in Europa, facendo tour finanche in Giappone.

GIGLIOLA CINQUETTI - AUTOBIOGRAFIA - A VOLTE SI SOGNA

«Un successo inspiegabile. Quella canzone rappresentava il mondo che i giovani volevano cambiare e non interessava a nessuno che non appartenessi a nessun mondo, che fossi un tipetto abbastanza unico. Un giovane artista, un “artista autentico”, venne a cercarmi apposta per dirmi in faccia: ti odio, sei tutto quello che detesto, sei falsa, ipocrita, perbenista».

 

Nel libro che ha appena pubblicato per Rizzoli, «A volte si sogna», ha scritto solo il suo nome, Luigi. Era Tenco che le disse ti odio? Tenco, tre anni prima di suicidarsi?

«Era lui, ma non è importante che fosse lui: capii subito che la sua era una posizione ben precisa con la quale avrei dovuto fare i conti. Quello fu il mio impatto col mondo della musica e una sorta di prova del nove di un successo clamoroso: le critiche anche violente sono il rovescio della medaglia quando si arriva all’idolatria, anche quella senza senso».

luigi tenco

 

Com’era fatta l’idolatria?

«Non potevo uscire di casa. Si creavano assembramenti, ingorghi, isteria. A Milano, in via Manzoni, provocai un tamponamento a catena di cinque macchine. A Sanremo, la mattina dopo la prima esibizione, prima ancora della vittoria, uscii a fare una passeggiata, una ragazzina mi vide, iniziò a strillare come un’ossessa e me la trovai appesa al collo, assieme a sua madre, che mi scuoteva come fanno i bambini coi giocattoli. In niente, mi trovai addosso altre persone: volevano toccarmi, stringermi, mi strapparono il vestito. In quei tre minuti, capii che era accaduto qualcosa di irrimediabile».

 

 

Il successo era qualcosa che desiderava?

gigliola cinquetti

«Io sapevo solo che stare in scena era sempre meraviglioso. Lì, ero fuori da tutti i problemi connessi al mondo della musica. Sul palco, guardavo sempre la luce, era il mio modo di entrare in contatto con un tipo di comunicazione al di là di ogni razionalità. Lì, ero in un’altra dimensione, stavo bene».

 

(…)

Il cinema lei lo ha fatto in Italia e, a Hollywood, le offrirono un contratto di cinque anni, ma disse no. Perché?

«Perché ho sempre avuto l’idea del divismo come di qualcosa di luminoso che fa sognare. Non ho mai pensato che l’artista deve somigliare alla massa, ma che deve trasmettere il sublime, come Ingrid Bergman, come Audrey Hepburn. La tentazione di entrare in quel mondo di luce c’era, ma mi dissero che il progetto era fare di me un’altra Deanna Durbin, che a me non piaceva per niente. Aggiunsero anche: la nuova ragazza della porta accanto. Il minimo della vita».

 

Si è pentita?

gigliola cinquetti e toto cutugno 4

«Qualche dubbio mi è venuto, ma niente di più. Lo stesso sulla scelta di non vivere a Parigi. Amo la Francia e la Francia amava molto me, ma ha prevalso la passione per l’Italia, anche se quando mi esibivo all’estero mi sentivo più libera, non c’erano pregiudizi. Alla fine, vivere in un Paese difficile come il nostro mi ha consentito di avere una vita quasi normale a casa, un luogo dove ricaricarmi, bilanciare arte e vita».

 

Quali momenti di carriera ama ricordare?

«Non mi piace fare agiografia. Preferisco i ricordi da semplice spettatrice. Come quando andai a sentire George Brassens o Jacques Brel che, sul palco, aveva un magnetismo straordinario. Ho conosciuto anche Charles Trenet, facemmo alla tv francese il duetto di Douce France . Mi disse: porti gioia quando canti. Uno dei complimenti più belli mai ricevuti».

gigliola cinquetti

 

Un ricordo di Domenico Modugno?

«Mi fece provare Dio come ti amo . Mi chiese: posso dire che la vuoi cantare a Sanremo, senza che cambi idea? Accettai, ma la casa discografica mi fece provare lo stesso tantissimi pezzi per il Festival e mandò via l’orchestra prima che provassi quella di Modugno. Mi impuntai. Infatti, ebbi ragione e vinsi anche quel Sanremo».

 

È vera la storia dei Rolling Stones che le chiesero una foto ma lei non li riconobbe? «Verissima. Uno di loro posava cacciandosi le dita nel naso. Pensai che erano dei gran cafoni, che volevano fare i trasgressivi a mie spese e me ne andai. Capii che erano loro tempo dopo, guardando la celebre foto di Mick Jagger che fa la linguaccia. Invece, i Beatles li incrociavo sempre: nei vari Paesi, il loro tour precedeva sempre il mio. E Paul McCartney lo intervistai a Londra quando facevo la giornalista».

gigliola cinquetti

 

Come finì a fare televisione?

«Molto spinta da mio marito. Ho sempre un uomo che mi spinge: prima mio padre, poi mio marito. Negli anni ’80, per me, non era facile trovare un repertorio e io non ero più disponibile a fare la bambolina. Avrei voluto brani dei cantautori ma ai cantautori non gli passava manco per la capa di darmeli.

 

In più, avevo due bimbi piccoli e non fare tournée all’estero era un vantaggio. Ho preferito fare altro, con fatica. Ho fatto per quattro anni un programma quotidiano, Vivendo Parlando , e poi altri di interviste con mio marito come autore, per Rai Sat Extra, Sliding Doors e Di che sogno sei ».

 

Sposò suo marito Luciano Teodori a 32 anni, in tre mesi, in segreto. Che cosa la conquistò?

Cerruti cinquetti

«Anche se la stampa aveva da subito scatenato la caccia ai miei presunti fidanzati, ero contraria al matrimonio, amavo la libertà e anche la solitudine. Con Luciano, ero stupita di me stessa, mi chiedevo: cosa aspetti a tagliare la corda?

 

Ricordo lo stupore, quando venne a bussare a casa mia alle sette del mattino e mi chiedevo: ma perché gli ho detto di salire? Ero stupita di come stavo bene con lui, di quanto mi piaceva parlare con lui: parlavamo in moto perpetuo, guidando come matti. Stiamo insieme da 45 anni e abbiamo fatto viaggi impensabili oggi».

 

Oggi dove vive, che fa?

rolling stones

«In campagna, fuori Roma. Faccio ancora concerti all’estero. E ora sto preparando un tour italiano nei teatri con musica e canto. Intanto, è appena uscito su Paramount+ L’età giusta , un film in cui sono un’ex femminista in una casa di riposo che, con quattro amiche, ruba un pulmino e scappa, un giusto inno al desiderio di libertà degli anziani». Se le chiedo che donna è diventata?

«Una donna capace di essere nel presente, di gioire, di godere della mia presenza nella luce, nel creato. Vivo a stretto contatto con piante, animali. Mi piace stare al mondo, ecco».

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