MANGIAMO ALLE FALDE DEL KILIMANGIARO - GLI IMPRENDITORI ITALIANI GUARDANO CON SEMPRE PIÙ INTERESSE AL CONTINENTE NERO, DOVE STA NASCENDO UN MERCATO INTERNO IMPORTANTE (E L’AFRICA SUBSAHARINA È L’UNICA ZONA DEL MONDO DOVE CRESCE IL NOSTRO EXPORT)

Gloria Riva e Stefano Vergine per "l'Espresso"

Risplendono le luci della portaerei Cavour nella notte di Lagos. A bordo c'è l'ennesima cena di gala: champagne e caviale, camerieri che servono raffinati piatti di cucina tricolore a duecento invitati fra ministri, governatori e uomini d'affari del Continente Nero. I manager di Finmeccanica e Eni, dell'armeria Beretta e della Lamborghini, se ne stanno seduti in disparte.

Non sono loro ad aver recapitato nelle sontuose ville nigeriane gli inviti riservati per il grande evento. A fare gli onori di casa sulla portaerei della Marina Militare è Gianni Gori, il numero uno di Graziella, un'oreficeria di Arezzo più conosciuta in Africa che in Italia. Laggiù, infatti, le sue sfarzose collane soddisfano i desideri dei nuovi ricchi. Personaggi che sperano di emulare il successo di Aliko Dangote, imprenditore nigeriano del cemento passato in pochi anni dall'anonimato al 23° posto nella classifica dei miliardari mondiali.

Sponsorizzata dal ministero della Difesa e da uno stuolo di imprenditori, la circumnavigazione dell'Africa, avvenuta fra novembre e aprile, è costata 30 milioni di euro. Obiettivo: promuovere il made in Italy. Nel continente più povero del mondo? Già, proprio lì. Perché quella che finora è stata solo una terra a cui strappare risorse, oggi si sta rapidamente trasformando in un mercato dalle mille occasioni. Un continente in cui la classe media aumenta e i colpi di Stato diminuiscono.

Non è un caso se le più importanti aziende nostrane abbiano sgomitato per accaparrarsi un costosissimo stand sull'ammiraglia. Lo hanno fatto nonostante le critiche di chi ha definito una "fiera d'armi" quella organizzata sulla Cavour. A bordo c'erano infatti un po' tutti i giganti del settore: la Mdba con i suoi missili, gli elicotteri di Agusta Westland, i cannoni della Oto Melara. Eppure non ci sono soltanto il business dei conflitti e quello delle materie prime a rendere l'Africa appetibile.

Sace, il gruppo assicurativo di Stato che copre le spalle alle imprese italiane esportatrici, ha dedicato al tema la sua ultima guida ai mercati emergenti. «Se confrontiamo i prossimi quattro anni con quelli appena trascorsi, l'unica area in cui l'export italiano aumenterà è quella dell'Africa sub-sahariana», ha scritto Giulio Dal Magro, capo economista di Sace.

In realtà, diversi esperti hanno iniziato a scommettere sul continente, e in particolare sull'area che dai margini meridionali del Sahara scende fino al Sudafrica. Jp Morgan ha creato un fondo d'investimento dedicato, che nel 2013 ha fatto guadagnare ai sottoscrittori il 16 per cento. E c'è chi dice che il boom è solo all'inizio. Il Fondo monetario internazionale prevede che nei prossimi cinque anni 11 dei 20 Paesi che cresceranno di più nel mondo si trovano proprio in quella zona. A trainare la carovana: Mozambico, Nigeria e Angola. Denominatore comune? Petrolio e metano.

Proprio in Mozambico l'Eni ha scovato negli ultimi anni una serie di giacimenti di gas chiamati Mamba, le cui riserve equivalgono a quelle dell'intera Unione Europea. Una scoperta che ha immediatamente spinto al rialzo le previsioni di crescita dell'ex colonia portoghese, dov'è tutto un brulicare di costruzioni e investimenti per soddisfare la domanda della nascente classe media. In questo contesto, che coinvolge parecchie altre nazioni, si stanno inserendo decine di piccole e medie imprese italiane.

Il mobilificio brianzolo Molteni & C. sta arredando il quartier generale della Eco Bank del Togo, ma anche un albergo a cinque stelle in Sudan, un altro in Costa d'Avorio e decine di ville galattiche in Sud Africa. Al fianco dei nuovi ricchi resistono dittatori immarcescibili, anche loro attirati dal design italiano. Il presidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mangue, in carica dal 1979, ha deciso di trasferire la capitale in mezzo alla foresta, affidando alle Officine Piccini di Perugia la costruzione di 50 ville, un albergo da 400 camere, un campo da golf a 18 buche e palazzi spaziali per attrarre business e turismo.

Le aziende più avvantaggiate sono ovviamente quelle che sull'Africa puntano da tempo. Tra queste c'è la ravennate Cmc, che in Mozambico sta costruendo un impianto della Coca-Cola da 35 milioni di dollari. «Fino a vent'anni fa le industrie italiane qui erano come il prezzemolo: vincevano appalti, erano leader nella produzione di dighe e strade. Poi sono arrivati i cinesi, che in cambio di terra e materie prime hanno costruito infrastrutture. Contemporaneamente la diplomazia delle nostre ambasciate si è dissolta e così gli italiani hanno perso terreno», racconta Dario Foschini, presidente di Cmc, che ha 44 cantieri sparpagliati dal Sud Africa al Malawi.

Eppure, se gli africani potessero scegliere fra italiani e cinesi, farebbero il tifo per i primi. «Qui i cinesi non sono molto amati, perché nelle loro aziende lavora solo personale asiatico, mentre gli italiani danno occupazione alla gente del posto», assicura un dirigente di Cremonini, società emiliana giunta in Angola negli anni Ottanta e arrivata a fatturare un sesto dei propri ricavi (3,5 miliardi di euro) in sei Paesi africani. Per crescere nel continente, aprire stabilimenti e formare personale, Cremonini ha messo sul piatto 40 milioni di euro.

Uno sforzo insostenibile per una media impresa. Ecco perché le Pmi cercano di sfruttare il volano degli investimenti delle grandi società. Ci sono già quelli di Eni, ma non solo. Salini-Impregilo sta realizzando in Etiopia - fra mille polemiche - la più grande diga del continente.

E anche sul fronte delle rinnovabili, mercato ormai bloccato in Italia dopo il taglio degli incentivi, l'Africa sub-sahariana può rappresentare un'occasione. Enel Green Power ha vinto un bando di gara per realizzare quattro impianti fotovoltaici e due parchi eolici in Sudafrica, e ha già commissionato a TerniEnergia la fornitura di pannelli. «L'Africa è entrata nel nostro piano industriale» dicono da Enel Green Power, «ora guardiamo con interesse al Kenya per la geotermia».

A trarre beneficio dalla crescita africana sono anche le aziende legate ai consumi di base. Acqua, pasta, sapone, telefoni. Beni che iniziano adesso ad essere richiesti in massa. Lo dimostra il caso di Mazzoni, società di Busto Arsizio che realizza impianti per produrre saponette e detergenti.

«Da tanti anni vendiamo in Africa, ma negli ultimi due la domanda è cresciuta moltissimo», assicura il direttore finanziario, Emmanuele Imperiali. Risultato? Dei quasi 40 milioni fatturati da Mazzoni nel 2013, circa il 40 per cento è arrivato dal Sahara in giù. Per qualcuno il Continente Nero sta diventando addirittura indispensabile. «Nel resto del mondo i nostri impianti si vendono difficilmente, invece qui la domanda è esplosa», racconta Luigi Visentini, direttore finanziario del gruppo Della Toffola, che con la controllata Ave Technologies produce linee per imbottigliare acqua e ha appena piazzato due impianti, uno in Tanzania e l'altro in Sudan.

Visti i tassi di crescita della domanda, c'è chi sta pensando di non limitarsi a vendere, ma di andare a produrre nel cuore dell'Africa. Getra, leader europeo dei trasformatori elettrici, spedisce nel Continente un quarto delle proprie esportazioni. Motivo per cui Marco Zigon, titolare della società, sta valutando l'apertura di una sede locale. Chi l'ha già fatto è la Cab di Arezzo, che produce asfalti.

Visto che in Italia di strade se ne costruiscono poche, Gian Giacomo Gellini, il titolare, ha puntato sul Ghana, aprendo un impianto da 2 milioni di euro. Non tutti, però, sono pronti al salto. La Pramac di Siena fa affari d'oro vendendo generatori d'energia in tutta l'Africa, soprattutto quelli che servono per alimentare le antenne per i cellulari. Eppure, spiega Nicola Pagliai, direttore finanziario, di aprire uno stabilimento in loco per ora non se ne parla: «È prematuro: manca il substrato industriale, non è come la Cina dove trovi tutti i componenti».

Non per tutti vale lo stesso ragionamento: dipende dal settore e da quante risorse finanziarie si hanno a disposizione. Anche perché i Paesi dell'Africa sub-sahariana non sono fatti con lo stampino. La Giacomini di Novara, che produce rubinetti, aveva pensato di aprire uno stabilimento in Angola: «Ma lì», racconta Denis Giacoma, export manager, «affittare un capannone da cento metri quadri costava 20 mila dollari al mese, più che in Italia. Così abbiamo investito sul più economico Mozambico».

C'è chi però dai costi non si fa intimorire ed è disposto ad affrontare le lungaggini burocratiche africane pur di restare in un mercato in fermento. Il governo angolano ha deciso di ridurre le importazioni di pasta per favorire il mercato interno. Per questo la torinese Berruto, che nel Paese è leader, da tre anni sta cercando di costruire un pastificio. «Non è facile, perché qualsiasi cosa deve essere importata dall'Italia e prima del 2017 l'opera non sarà pronta. Ma non vogliamo perdere il primato qui», dice il titolare, Stefano Berruto. Che aggiunge: «Speriamo che alla fine gli operai che assumeremo siano affidabili».

Chi con gli africani lavora da anni assicura che questo non è un problema. Anzi, si rivelerà uno dei grandi vantaggi dell'Africa di domani. «Nonostante gli imprevisti all'ordine del giorno, i costi d'investimento finali sempre superiori alle stime iniziali e i concorrenti autoctoni supportati dai loro governi, resta un fatto: il punto di forza della Cina, cioè il basso costo del lavoro, sta scricchiolando.

Ecco perché, oltre che per una classe media in aumento, l'Africa oggi sta assumendo tanta importanza»: parola di Michele Monaco, arrivato in Senegal 18 anni fa e oggi titolare della Bluefish, azienda che vende pesce surgelato nel mondo e dà lavoro a 200 dipendenti. L'idea di investire in Africa? «Me la diede un venditore ambulante incontrato in Puglia», racconta. La stessa favola che tanti imprenditori vorrebbero poter ripetere oggi.

 

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