irene grandi

“IL DIVORZIO? STO IMPARANDO PRIMA AD AMARE ME STESSA” – IRENE GRANDI FA MEA CULPA: “MI SONO CACCIATA SPESSO IN RELAZIONI IN CUI POI, SICCOME NON MI CONOSCEVO ABBASTANZA, MI PERDEVO. E SCAPPAVO. MI SENTO UN PO’ SOTTOVALUTATA. OGGI O CI SONO I GIOVANI O IL REVIVAL DEI GRANDI, PER CHI STA IN MEZZO NON C'È SPAZIO. SANREMO? CI SONO ANDATA SPESSO, MA ORA MI SENTIREI UN PO’ FUORI LUOGO”

 

Patrizio Ruviglioni per vanityfair.it - Estratti

 

irene grandi

Irene Grandi sembra stia seguendo la cattiva (ma bella) strada di un’altra toscana doc, Nada. E cioè: da interprete di grandi successi pop – con il cucuzzaro di tv, Festivalbar, Sanremo e il resto che si portano dietro – a cantautrice più raffinata, nel suo caso legata al rock e al blues, con frequentazioni nella scena più indipendente e alternativa. Avercene. Non che ora Prima di partire per un lungo viaggio, Bruci la città e soci siano state messe da parte, certo, ma a sentire il suo nuovo album Oro e rosa (esce il 14 novembre, è il suo 11esimo) c’è tanto altro.

 

«Sono le conquiste dell’età», spiega la 55enne artista, dieci milioni di copie vendute tra gli anni Novanta e gli Zero, collaborazioni con il gotha della nostra musica – Vasco Rossi, Pino Daniele, Stefano Bollani, Francesco Bianconi – e anima da rocker. «Non dico che sia stato facile mettere da parte l’enorme successo mainstream», confessa. «Ma alla fine penso che sia stata una scelta… vitale».

irene grandi

(...)

«Già, è tutto più veloce e io, permetta, non mi ci trovo. La musica richiede tempo, oggi è tutto più improvvisato – chiunque può dirsi non solo cantante, ma anche produttore, eccetera – e la qualità ne risente. Qualcosa di buono c’è, ma faccio davvero fatica a trovare proposte valide».

 

 

 

Molti della sua generazione hanno duettato, non so, con dei rapper per potersi rilanciare, per svecchiare la loro immagine. Lei no, come mai?

«Non che non ci abbia pensato, semplicemente non c’è una mia canzone che sia nelle loro corde. Io vengo dal rock e dal blues, con il rap c’entro poco. E alcuni rapper mi garbano anche, come Fabri Fibra e Marracash. Altrove – e parlo per tutti i generi – mi sembra che abbia vinto il copia incolla».

Dice che negli anni Novanta era meglio? O è solo nostalgica?

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«Magari sono io che esco meno la sera, non ho più la stessa fame di musica e mi perdo delle novità. Ciò che manca di più è il senso di originalità che c’era trent’anni fa, quando nel pop – che era pur sempre il mio ambiente – venivano gruppi come gli Almamegretta o i 99 Posse, geniali, con la voce di una Meg che, davvero, chissà da dove proveniva. Novità di livello. E che in parte componevano una scena: oggi vedo Sanremo e mi ritrovo artisti così, dal niente; non ho un’idea di movimento».

 

 

il Festival?

(...)Ci sono andata spesso, ma ora mi sentirei un po’ fuori luogo: mi sembra molto orientato verso l’urban, la dance e in generale le nuove generazioni».

 

Come tutta la discografia, no?

«Sì. Oggi o si è giovanissimi, quindi la novità, o si è anziani, pronti per il revival. Intanto, per noi che stiamo in mezzo non c’è spazio».

 

È per questo che, a livello discografico, dal 2018 è indipendente?

«Non ne valeva più la pena. Le persone con cui avevo lavorato nelle major – che mi avevano seguita fin dagli esordi – non c’erano più e chi le aveva sostituite non aveva lo stesso entusiasmo nei miei confronti.

 

Mi sono sentita messa da parte, dal 2016 a oggi, con l’esplosione dello streaming e di nuovi generi, sono stati anni di grandi cambiamenti e non nego che, all’inizio, mi è mancata la terra sotto i piedi. Alla fine, le prospettive con la major non erano granché: e mi sono messa in proprio, almeno tutto ciò che è e che sarà dipende da me».

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È dura?

«Durissima. Bisogna far quadrare i conti, in primis, mentre per me che vengo dagli anni Novanta i budget a cui sono abituata erano molto diversi. Dall’altro lato, mi sono tolta tante soddisfazioni, mi si sono aperte nuove strade. È un bel prezzo».

 

A livello mentale, quando è avvenuta la svolta?

«Molto prima, nel 2010. Venivo da 15 anni di carriera vissuti con il piede sull’acceleratore – anche per motivi d’età, certo – ma altamente stressanti. Non ne potevo più, mi sono dovuta fermare: fino ad allora era andata benissimo, ma vivevo nella costante paura del fallimento, con l’ansia del successo, dei numeri e il resto. Irene Grandi era un personaggio, un personaggio a cui avevo dato troppo. Mi sono presa una pausa, convinta che sarei ripartita come prima».

 

(…)

Irene Grandi, si sente sottovalutata?

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«Oddio. Da un lato sì, ogni tanto mi chiedo perché questa parte di me fatichi a essere riconosciuta dal grande pubblico, cosa manchi ancora per il grande salto. Dall’altra, mi sono sentita dire “brava”, in maniera disinteressata, da persone e in contesti che stimo, quindi va bene così. Per come la vedo io, o si fanno gli stadi à la Vasco Rossi o Jovanotti, non so, oppure a un certo punto, se come me si sta nel mezzo, tanto vale prendersi delle libertà».

 

Dopo il suo divorzio, nel 2022, è cambiato qualcosa?

«A lungo mi sono concentrata solo sul mio lavoro, è vero, la ricerca è stata per lo più artistica e musicale, mentre quella personale è rimasta un po’ da parte. Non mi volevo bene e mi sono cacciata spesso in relazioni in cui poi, siccome non mi conoscevo abbastanza, mi perdevo. E scappavo. Ora pratico yoga, mi sta aiutando molto. Ora ho imparato a volermi bene, non sono innamorata e non cerco una relazione a tutti i costi. Se arriva, amen. La mia ricerca d’avventure, oggi, è solo nella musica».

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