LA MUSICA È FINITA - DAL 2000 A OGGI L’INDUSTRIA MUSICALE HA PERSO PER STRADA 397 MILIONI - CANTAUTORI IN CRISI: PRIMA ERANO PROFETI. ORA NON HANNO PIÙ UN RUOLO CENTRALE NELLA SOCIETÀ E NON GENERANO APPARTENENZE

1 - LA MIA BANDA NON SUONA PIÙ IL ROCK

Emiliano Liuzzi per il “Fatto quotidiano

 

francesco de gregorifrancesco de gregori

Difficile pensare cosa resta della musica d’autore, cinquant’anni dopo. Restano i motivi, forse, scolpiti nella memoria, i primi balli e i baci, le serate vuote, riempite da chiacchiere con gli amici. Ma soprattutto, resta un’industria che non è più considerata tale. Può bastare un esempio solo: nel 1995 la discografia intera fatturava qualcosa come 500 milioni di euro e, cinque anni dopo, erano 576 milioni e 600 mila euro. Gli ultimi dati, quelli relativi al 2013, dicono che la cifra è scesa a 179 milioni e cento mila euro. Molto più che dimezzata.

 

Numeri ufficiali, in mano alla Fimi, acronimo della federazione industria musicale italiana. E in quei 179 milioni è compresa tutto il comparto musica, da quella su disco a quella che proviene dal digitale. Parlare di crisi è anche ottimistico.

Un segnale di ripresa c’è e riguarda il buon vecchio vinile che ha un mercato in espansione e, dopo la scomparsa, va avanti a più 30 per cento, anno su anno. Più 36 tra il 2012 e il 2013. Ma non basta e la tendenza non è attendibile.

LUCIO DALLA LUCIO DALLA

 

IL PATRIMONIO NON C’È PIÙ

Ma cosa è successo? Semplice, l’industria digitale ha reso molto più vulnerabile la musica. Ha tolto etichette e copertine. Ha compresso i fatturati. E i fenomeni di oggi durano il lampo di pochi minuti. Non ne troverete di Battisti-Mogol in giro. Magari esistono anche, ma nessuno è disposto a investire. Il problema è fatturare tutto e subito.

 

Era il 1964. Al festival di Sanremo fece il suo ingresso quella che sarebbe diventata la figlia di tutti gli italiani, Gigliola Cinquetti. Bellissima, pulita. Non ho l'età, cantava. C'era anche Bobby Solo con “Una lacrima sul viso”, squalificato perché, rimasto senza voce, Solo cantò in playback. Nei porti d'Italia erano attesi altri dischi, quelli dei Beatles, già un fenomeno mondiale, ma che in Italia non erano ancora arrivati. Meglio: suonarono alla radio, ma i dischi in giro non si trovavano, erano solo a Londra.

 

VILLAGGIO JANNACCI GABERVILLAGGIO JANNACCI GABER

È l'anno, il 1964, in cui forse la canzone d'autore italiana inizia a cambiare verso. Attorno alla Rca girano dei ragazzi che portano il nome di Umberto Bindi, Luigi Tenco, Sergio Endrigo, Piero Ciampi, Duilio Del Prete, Fabrizio De André, Bruno Lauzi, Giorgio Gaber e Enzo Jannacci. Saranno loro quelli che manderanno in pensione gli anni Cinquanta, il cuore e amore, ritornello cruciale e indispensabile.

 

Ma come in ogni fermento serve anche un personaggio al quale fare riferimento: si chiama Nanni Ricordi e a lui la canzone d'autore deve molto. In quel sottobosco di produttori si muovono personaggi come Franco Crepax, storico collaboratore di Ricordi, i fratelli Gian Piero e Gianfranco Reverberi, ma soprattutto, Vincenzo Micocci.

 

Enzo Jannacci al Derby tra i suoi “figli” tra cui Cochi Ponzoni, Abatantuono, Boldi e FalettiEnzo Jannacci al Derby tra i suoi “figli” tra cui Cochi Ponzoni, Abatantuono, Boldi e Faletti

La canzone d'autore arriva al massimo della maturazione e ci resterà per almeno tre decenni successivi, è vero, ma ci sono etichette discografiche che investono, soprattutto sui giovani. Non è solo il nuovo a imporsi, ma la produzione che impone il nuovo. Ricordi edizioni musicali, ma anche Rca, Cgd, Emi che segneranno un momento decisivo. “Io ho iniziato a vendere dal quarto disco”, racconta Guccini, “ma nessuno oggi mi permetterebbe tre fiaschi dal punto di vista commerciale. Allora ci credevano, la diversità forse sta solo in questo. Oggi o arrivi in classifica al primo altrimenti arrivederci”.

 

Il trionfo definitivo della canzone d'autore fatta a testo, più che a musica, arriva insieme al vento del Sessantotto. Non c'è stato ancora il maggio, ma in inverno, a Sanremo, vince Canzone per te di Endrigo. Non solo. Sempre nel 1968 la hit parade è questione di Azzurro, cantata da Adriano Celentano e scritta da Paolo Conte, Applausi dei Camaleonti, Angeli Negri, Vengo anch'io no tu no, Canzone di Don Backy (o Celentano, non si è mai capito), Insieme a te non ci sto più (ancora Paolo Conte), Nel cuore e nell'anima dell'Equipe 84.

MILANO PASTICCERIA GATTULLO PRIMI ANNI UMBERTO BINDI BRUNO LAUZI ENZO JANNACCI RENATO POZZETTO COCHI PONZONI SERGIO ENDRIGO AUGUSTO MARTELLI GIORGIO GABER MILANO PASTICCERIA GATTULLO PRIMI ANNI UMBERTO BINDI BRUNO LAUZI ENZO JANNACCI RENATO POZZETTO COCHI PONZONI SERGIO ENDRIGO AUGUSTO MARTELLI GIORGIO GABER

 

Possiamo rivisitarla oggi la classifica, quasi mezzo secolo dopo. Troviamo Vasco Rossi, ottimo sessantenne, secondo le classifiche autore di uno dei migliori album di sempre, Bollicine, ma senza la verve di quando ne aveva 30. C'è ancora Paolo Conte, la bravissima Fiorella Mannoia che però canta gli altri e celebra le sue vecchie hit, Laura Pausini e una cantautrice raffinata, Chiara Civello, ma anche lei con un album che non prevede sue produzioni, ma vecchi successi di altri. Ancora pochi altri, ma niente che faccia pensare a una nuova stagione. Il cantautorato è in crisi, crisi di produzione (nel senso delle etichette), crisi creativa e di talenti.

 

ENZO JANNACCI E LUCIO DALLA ENZO JANNACCI E LUCIO DALLA

Dice Francesco De Gregori che la canzone non è poesia, ma l’unione di parole intelligenti e musicali che sono vive grazie alla musica. Ma questo non vuol dire che siano meno importanti per le persone. Sono loro, come il cinema, a dare forma alla nostra cultura. Ma anche De Gregori a ogni disco che è una raccolta di vecchi brani, dimostra di non aver più molto da dire.

 

E poco fanno anche le trasmissioni televisive come X Factor che nella maggioranza dei casi richiedono grandi interpretazioni di pezzi altrui. Manca l'invenzione, l'unione tra parole e musica che sembra inceppata. Se parliamo del cantautorato vengono in mente anche i nomi come quelli di Ivano Fossati, esiliato da se stesso, perché il momento era arrivato. Preferisce scrivere libri anche Francesco Guccini: “Mi diverto di più, e non ho iniziato oggi.

 

FABRIZIO DE ANDRE FABRIZIO DE ANDRE

Ma era arrivato il momento di smettere”. Gino Paoli, invece, se ne sta alla guida della Siae, un lavoro da impiegato e politico, per uno come lui che ha girato il mondo con le parole e la melodia. Anche Celentano se ne sta alla larga da tempo dagli spartiti.

 

Ma più di ogni altra cosa il cantautorato non ha lasciato una scuola. E sfugge anche il motivo. I presupposti ci sarebbero stati anche perché l'italiano non è una lingua musicalmente facile. Servono dei voli stratosferici perché non si incespichi nella banalità. E alla fine, dopo locomotive, guerre di piero, buone novelle, voci del padrone, Titanic e Panama, si è tornati alla musica che bacia molto, lancia stelle e ti voglio bene, ma tiene a fatica in piedi un concetto.

 

Quella definizione di poesia che De Gregori, lo stesso Guccini, De André, hanno sempre rifiutato. “Lei si sente più poeta o cantautore?”, chiese una volta Vincenzo Mollica a Faber. E lui rispose con una citazione: “Benedetto Croce diceva che fino a 18 anni tutti scriviamo poesie. Poi restano i poeti e i cretini. Io precauzionalmente preferirei essere considerato un cantautore”.

 

Scuola, è vero. Probabilmente maestri fin troppo venerati, come scriveva Edmondo Berselli, quello che l'Italia dall'animo pop l'ha scritta meglio di chiunque altro. E un sottobosco fatto di fermento culturale che non esiste più.

VASCO ROSSI VASCO ROSSI

 

NON VA MEGLIO ALL’ESTERO

In Italia un album diventa Disco di Platino dopo aver venduto 50.000 copie, per gli Stati Uniti invece bisogna toccare quota un milione. Il parametro è stato introdotto nel 1976 e il 2014 sarà il primo anno in cui l'America non riuscirà ad assegnarlo, salvo sorprese nei prossimi due mesi.

 

L'unico disco che ha superato quella cifra (triplicandola) è quello del film Disney "Frozen", ma essendo una colonna sonora non rientra in questo tipo di conteggio nonostante i 3.2 milioni di copie vendute (e ovviamente ci si aspetta che con il periodo natalizio crescano ancora).

 

VASCO ROSSI ALLE PROVE DEL NUOVO TOUR VASCO ROSSI ALLE PROVE DEL NUOVO TOUR

Altri album che hanno avuto buoni risultati sono l'omonimo di Beyoncé e l'esordio "Pure Heroine" di Lorde, che si sono fermati comunque sulle 800.000 copie. E vengono contati anche i brani scaricati da internet. Segno che qualcosa non funziona più e che i clienti non vogliono più la mediazione e il ruolo svolto dalla casa discografica: si sceglie in rete. Tranne che per il mercato del vinile, che è tornato sul mercato. Mania vintage? Non è escluso. Serve ancora tempo per dirlo.

 

2 - NON HANNO PIÙ UN RUOLO CENTRALE NELLA SOCIETÀ

Andrea Scanzi per il “Fatto quotidiano

 

È inesatto sostenere che la canzone d’autore italiana è morta, ma è altrettanto errato negarne l’attuale marginalità. I motivi della crisi sono sostanzialmente tre. Il primo è l’implosione della discografia, che ha travolto anzitutto quegli artisti che richiedono un ascolto più attento. Nell’era della musica liquida, il cantautorato “classico” appare oltremodo anacronistico: poco accattivante, troppo accattivante.

 

Guccini nello spazio di Radio Guccini nello spazio di Radio

Ivano Fossati, che ha abbandonato dischi e concerti ma che continua a scrivere, si diverte oggi anche a donare canzoni inedite non agli epigoni (sempre più stanchi) dei De André ma a chi è dichiaratamente pop quando non “poppissimo”. Il secondo motivo ha a che fare con la fatale irripetibilità di alcuni talenti.

 

Congiunzioni astrali e congiunture sociali hanno permesso che, tra i Trenta e i Quaranta, fiorissero figure che nulla hanno da invidiare ai giganti francesi e americani: Gaber, De André, Tenco, Guccini, Jannacci, Conte, Ciampi, Endrigo, Paoli. Eccetera. Anche la seconda metà dei Quaranta e tutti i Cinquanta hanno regalato cantautori rari, da De Gregori allo stesso Fossati.

 

Francesco Guccini Francesco Guccini

Alla fine degli Anni Settanta la casa discografica Rca pullulava di genietti e geniacci: la meglio gioventù del cantautorato. Un tempo che oggi pare sideralmente lontano, anche perché nel frattempo la discografia non può più permettersi di aspettare l’esplosione commerciale di un talento in nuce (Lucio Dalla conobbe il successo vero al settimo album; oggi uno come lui sarebbe stato buttato via dopo il primo flop).

 

Gli ultimi cantautori più o meno canonici sono nati a fine Sessanta e nei Settanta: Bersani, Silvestri, Fabi, Gazzé, Casale, Cristicchi. Sintomatico il percorso di Caparezza, che per trovare la strada del pieno riscontro commerciale ha dovuto abbracciare un ibrido tutto suo: l’apparente cazzeggio, che cela messaggi spesso incendiari. Una sorta di Rino Gaetano 2.0. Il caso ispirato e anomalo di Caparezza aiuta a introdurre il terzo motivo della crisi dei cantautori: non hanno più un ruolo centrale nella società. Non sono più né fari né guru. Non generano quasi mai dipendenza e appartenenza.

 

Edoardo Bennato, che nei Settanta ha toccato vette inaudite, ironizzava giustamente sul cantautore che non sbaglia mai perché è “onesto e senza macchia”. Sapeva bene come da un cantautore, in quel decennio, non si cercasse intrattenimento bensì risposte: istruzioni, indicazioni. Il cantautore era il profeta, era il fratello maggiore che dettava la linea.

 

ADRIANO CELENTANOADRIANO CELENTANO

Se osava andare laddove nessuno aveva immaginato, veniva contestato: lo sapeva bene Gaber, massacrato in Polli di allevamento perché osava gridare di non essere più “compagno né femministaiolo militante”; e lo ricorda nitidamente De Gregori, addirittura processato sul palco da un manipolo di duropuristi incazzosi. Oggi, se un cantautore “tradisce”, non interessa praticamente a nessuno.

 

Sia perché il cantautore post-contemporaneo suole spesso preferire il privato all’invettiva, e dunque si disinnesca da sé, sia perché la sua figura è prossima all’irrilevanza. Se è troppo nuovo viene comunque stracciato in successo dai rapper; se è troppo vecchio, cioè vicinissimo alle ricette del cantastorie, annoia mortalmente. L’Italia è piena di giovani musicisti di qualità e molti di loro firmano testi e musiche. Dunque sono a tutti gli effetti cantautori. Il Pan Del Diavolo, Filippo Graziani, eccetera. Nel frattempo però è cambiato tutto. A una velocità tale che, spesso, se n’è andato anche il pubblico.

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