giorgio forattini agnelli clinton vignetta

L’UNICA VIGNETTA CHE FORATTINI DECISE DI CAMBIARE FU QUELLA CON AGNELLI E CLINTON DOPO LA VENDITA A TERMINE DELLA FIAT A GENERAL MOTORS – SORGI RICORDA LA COLLABORAZIONE “IN CONDIZIONE DI LIBERTA’ ASSOLUTA” DEL VIGNETTISTA, SCOMPARSO A 84 ANNI, CON “LA STAMPA” E QUEL DISEGNO CHE CAMBIO': "NELLA VERSIONE ORIGINALE C'ERA CLINTON SEDUTO SU UN RISCIÒ TRAINATO DA AGNELLI TRISTE. MI CHIESE: ‘PIACERÀ ANCHE ALL'AVVOCATO?’. ‘NON SO, REPLICAI. MA SE SAPESSI QUANTO DEV'ESSERGLI COSTATO VENDERE, FORSE LA VIGNETTA L'AVREI DISEGNATA IN UN ALTRO MODO’. DOPO DIECI MINUTI, STAVO PER PASSARE LA VIGNETTA IN TIPOGRAFIA. QUANDO IL FAX SPUTÒ UN'ALTRA VIGNETTA. STAVOLTA…”

 

Marcello Sorgi per la Stampa - Estratti

 

giorgio forattini gianni agnelli

«Sa, ieri sera ho incontrato Forattini alla prima della sua mostra.

 

Era amareggiato per questa lite con D'Alema, mi ha detto che vuol lasciare la Repubblica.

Gliel'ho gettata lì: "Perché non torna da noi?" Mi ha detto che ci rifletterà. E lei cosa ne pensa?». «Ci rifletterò anch'io», era stata la mia prima reazione. Ma un minuto dopo, pensavo di aver sbagliato a dare quella risposta. Agnelli era un editore molto veloce.

 

Se aveva preso l'iniziativa, di testa sua, era perché vedeva già le vignette di Forattini in prima pagina su La Stampa. E intuiva il caso editoriale e politico che ne sarebbe nato: il più famoso vignettista politico che litiga con il primo comunista divenuto premier, rompe con la Repubblica e riapproda a La Stampa, giornale in cui era già stato e da dove era uscito proprio per andare a la Repubblica.

marcello sorgi

 

In quel momento, tutt'insieme, s'era raffreddato il rapporto con l'Avvocato che quella sera sarebbe rinato a Torino, alla mostra sulle sue più famose campagne pubblicitarie per la Fiat, in testa a tutte quella sulla Uno, «sciccosa, comodosa, risparmiosa», basata sui neologismi usciti dalla mente geniale di Forattini.

 

Il mattino dopo eravamo al telefono, anche se, conoscendoci poco, forse non se l'aspettava. Fissammo un appuntamento a Milano, dove viveva in una casa tappezzata con una parte, solo una parte della sua collezione di ritratti di tutte le epoche, una forma di manìa a cui aveva dato libero sfogo. Parlammo cinque minuti del più e del meno, poi entrammo in argomento.

 

giorgio forattini gianni agnelli bill clinton vignetta

Chiarì che per lui lasciare la Repubblica era una scelta impegnativa, dato che se ne sentiva uno dei fondatori. (...) Poi, dettò le sue condizioni: «Noi potremo sentirci anche tutti i giorni, non per concordare la vignetta, per parlare di come gira la giornata. Ma quando te la manderò, potrai soltanto decidere se pubblicarla o no. In questo modo saremo liberi tutti e due».

 

Obiettai subito che la regola non mi piaceva. «Capisco che ci conosciamo poco, ma tu a La Stampa dovrai sentirti libero, completamente libero. Se proprio vogliamo fissare un'eccezione a questa regola, direi che due-tre, volte l'anno potresti concedermi di chiederti una vignetta diversa da quella che hai mandato. Ma anche questo, non è indispensabile, sarai tu a decidere». Forattini mi guardò negli occhi, sorrise e mi strinse la mano.

L'accordo era fatto.

 

GIORGIO FORATTINI ILARIA CERRINA FERONI

Nei cinque anni di collaborazione, la mia regola o eccezione fu applicata solo una volta.

Era il giorno dell'accordo tra Fiat e Gm, in cui la Fiat-auto veniva ceduta agli americani con il solo limite di spostare la firma del contratto cinque anni dopo. La famosa «vendita a termine» che toccò poi a Marchionne rinegoziare e in pratica cancellare. Ed era un passaggio drammatico, ancorché necessario. Avevo modo di percepirlo perché Agnelli mi teneva informato sulla trattativa.

 

 E nelle telefonate con l'Avvocato, le sole, in tanti anni, che si dilungavano sui particolari, avevo avuto la sensazione che cedere ciò che aveva ricevuto dal nonno e gli aveva dato il ruolo che aveva, era emotivamente complicato anche per chi, come lui, teneva ben presente che non ci fosse altra strada. Un giorno, dopo avermi spiegato cosa lo aveva portato a prendere quella decisione, si era fermato a riflettere, chiedendomi subito dopo: «Secondo lei la gente capirà cosa sarà la Fiat senza l'auto?».

 

marcello sorgi

La sera verso le otto dal solito vecchio fax riservato a Forattini (poi, negli ultimi tempi, si era adeguato anche alla trasmissione digitale), arrivò la vignetta. Spietata. C'era Clinton seduto su un risciò trainato da un Agnelli triste, senza il suo sorriso. Non avevo sentito Forattini per tutto il giorno. Ci pensai su e decisi di invocare la "nostra" regola privata. Era tutto allegro: «T'è piaciuta? Pensi che piacerà anche all'Avvocato?».

 

«Non so, replicai. Ma se sapessi quanto dev'essergli costato vendere, forse la vignetta l'avrei disegnata in un altro modo». Confesso che mi aspettavo un'esplosione, che non ci fu. Rimase zitto qualche secondo, poi sbottò: «Se dobbiamo fare l'analisi psicologica dei nostri personaggi, facciamo i giornalisti, immaginiamo, raccontiamo, scriviamo i retroscena. Però la vignetta è un'altra cosa. È un pugno nello stomaco. Dimmi solo se la pubblichi».

 

giulio andreotti mostra una vignetta di giorgio forattini su di lui

«Certo», gli risposi. E lo salutai, rinunciando a proseguire il discorso e lasciando il disegno sul tavolo. Trascorsi dieci minuti, mi ero ormai deciso e stavo per passare la vignetta in tipografia. Quando il fax riprese a tossicchiare e sputò un'altra vignetta. Stavolta, un Agnelli sorridente stava seduto sul risciò trainato da Clinton.

giorgio forattini berlinguergiorgio forattini fanfaniFORATTINI VIGNETTA D ALEMAFORATTINI VIGNETTEvignetta di giorgio forattini su giulio andreottimarcello sorgi

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