damnation de faust berlioz

IL DOTTOR FAUST? E’ CIASCUNO DI NOI - MATTIOLI: "OLTRE LE ATTESE LA “DAMNATION” DI BERLIOZ ALL’OPERA DI ROMA. LA DIREZIONE DI GATTI È COME LA REGIA DI MICHIELETTO: RAFFINATA FINO AL VIRTUOSISMO E SCABRA FINO AL NICHILISMO – NOIOSI E SCONTATISSIMI I BUUU RIVOLTI AL REGISTA: PER NON VEDERE LA SUA SUPREMA ABILITÀ TECNICA BISOGNA DAVVERO ESSERE O CIECHI O IN MALAFEDE”- VIDEO

 

Alberto Mattioli per la Stampa

Damnation da faust berlioz

 

Non succede spesso che uno spettacolo molto atteso mantenga le promesse; quasi mai, che le superi. L’eccezione che conferma la regola si è verificata all’Opera di Roma per la «prima» stagionale, martedì con «La Damnation de Faust» di Hector Berlioz. Com’è noto, il brano ricevette da Berlioz l’ambigua definizione di «légende dramatique» e, lui vivente, fin dalla prima catastrofica esecuzione del 1846 all’Opéra-Comique, non fu mai rappresentato in forma scenica.

 

Appartiene a quei generi anfibi che piacevano tanto al genio irregolare dell’Autore, come la sinfonia che è in realtà un poema sinfonico della «Fantastique» o la sinfonia quasi un’opera di «Roméo et Juliette». L’opera-non opera lo diventò solo nel 1893, con la prima rappresentazione scenica a Montecarlo per merito di quell’arbitrario, invadente e in ultima analisi geniale ri-creatore di opere altrui che fu Raoul Gunsbourg. Da allora, «La Damnation de Faust» è anche un’opera lirica. 

 

 

Questo, tuttavia, ha un’importanza relativa. Che la «Damnation» abbia una drammaturgia, è fuor di dubbio. Che non sia una drammaturgia «classica», che racconta una storia dall’inizio alla fine, è altrettanto vero. Del gran poema, Berlioz sceglie dei momenti, estrapola delle situazioni, enuclea dei temi. Del resto, la «Damnation» deriva da un altro curioso lavoro privo di un «genere» definito che sono le «Huit scènes de Faust»: scene isolate, appunto.  

Damnation da faust berlioz

 

Ne consegue che il campo d’azione per un regista che non voglia limitarsi a fare l’arredatore d’interni, sempre illimitato, qui lo diventa ancora di più. E così Damiano Michieletto decide che Faust non è soltanto un archetipo dell’Uomo, ma anche di ogni uomo, con la minuscola: di ognuno di noi. Spogliato delle complicazioni metafisiche, dei massimi sistemi, della filosofia e del filosofumo, quello di Faust si trasforma in un Bildungsroman valido per ogni epoca, quindi anche per la nostra: il rapporto con i genitori e con la loro perdita, la nostalgia per l’abbraccio materno, i tormenti dell’età ingrata e quelli dell’amore, la tentazione del suicidio.

 

Il dottore è un adolescente in crisi di crescita, vittima del bullismo dei compagni (durante la marcia Rakoczy!), burattino nelle mani di un Mefistofele in doppiopetto bianco e stivaletto pitonato (i costumi sono di Carla Teti) che ha tutti i tratti inconfondibili e volgari degli attuali imbonitori televisivi, mediatici o politici, un influencer capace di maneggiare due armi terribili: i social e l’ironia. Idem Margherita, proiezione del sogno di Faust ma in pratica, anche lei, creatura di Mefistofele: tanto che, quando il dottore l’abbraccia, bacia, in realtà, proprio il diavolo. 

 

In pratica: scena meravigliosissima di quel genio di Paolo Fantin, bianca, spoglia, con un rettangolo centrale dove vengono proiettate le riprese live effettuate da una steadycam, mentre il coro commenta da sopra, immobile e implacabile come in una tragedia greca.

Damnation da faust berlioz

 

È uno spettacolo nero, terribile nel suo pessimismo. Anche quando Faust e Margherita finalmente si amano, l’ironia tragica non perdona. E allora la scena diventa un illusorio giardino dell’Eden come l’hanno immaginato i grandi pittori, con Mefistofele che nel frattempo di è truccato da serpente e offre una mela che scende da un albero capovolto (e qui forse l’ironia si applica anche agli spettacoli «tradizionali», perché nulla è più falso e insincero dell’unica scena, appunto, didascalica e illustrativa come da «tradizione»).

 

DANIELE GATTI

Perfino quando Mefistofele canta mellifluo «Voici des roses», l’immagine è tremenda: Faust intubato sul lettino d’ospedale davanti a una Margherita sconvolta. Non c’è redenzione possibile. Nel finale, quando esplode l’Apoteosi di Margherita, che anche musicalmente è il brano più debole dell'intera «opera», dalle pareti scendono minacciose delle colate di pece nerastra a inghiottire tutto e tutti. Potrà piacere o meno, potrà essere capito o meno (anche se francamente non si capisce cosa ci sia da capire: è tutto chiarissimo, i riferimenti alla nostra quotidianità o a miti ben noti), ma per non vedere la suprema abilità tecnica di Michieletto e della sua squadra bisogna davvero essere o ciechi o in malafede. 

 

Damiano Michieletto 2

Anche perché il regista ottiene dai cantanti una recitazione da Oscar. Alex Esposito, nella migliore delle sue prove sempre belle, è un Mefistofele eccezionale sia come cantante che come attore, ed entra diritto nella storia interpretativa del personaggio. Bravissima, a parte qualche slittamento d’intonazione in «D’amour l’ardente flamme» (che Daniele Gatti le serve su un piatto d’argento, anzi d’oro), anche Veronica Simeoni, Margherita. Pavel Cernoch usa spesso un curioso falsetto nel tentativo di ricreare un ipotetico stile francese, fraseggia sempre con eleganza, ma il vero problema è che il suo timbro è troppo monocromo per Faust. 

 

Quel che rende però straordinaria la serata romana non è che si tratta solo di un bello spettacolo, cosa che capita, ma che regia e direzione vanno dalla stessa parte, in perfetta unità d’intenti, cosa che non capita quasi mai. La direzione di Gatti è come la regia di Michieletto: raffinata fino al virtuosismo e scabra fino al nichilismo. Qui Berlioz non è più (o non è solo) l’uomo degli effetti speciali orchestrali: Gatti utilizza ogni sua invenzione timbrica o ritmica per fare teatro. Le immagini che abbiamo negli occhi corrispondono sempre ai suoni che abbiamo nelle orecchie. Succede di rado, ma quando succede diventa subito l’ennesima rivelazione di quanto possa essere coinvolgente e sconvolgente, emozionate e devastante quella strana cosa che si chiama teatro musicale. 

Il pubblico romano, prima scettico e poi conquistato, l’ha capito. E alla fine ha lungamente acclamato, coprendo con i suoi applausi gli attesi, previsti, rituali, noiosi e scontatissimi «buuu!» rivolti al regista.  

MICHIELETTODANIELE GATTI

 

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