LA “NEWSROOM” DELLO STUPRO - DOPO IL MAGAZINE “ROLLING STONE” E IL MEMOIR DI LENA DUNHAM FINISCE NELLA BUFERA ANCHE LA FICTION DI SORKIN - UN EPISODIO MINIMIZZA LA VIOLENZA SESSUALE SUBITA DA UNA RAGAZZA MENTRE ERA UBRIACA E DROGATA - IN AMERICA EPIDEMIA DI STUPRI

Elena Stancanelli per “la Repubblica”

 

Aaron 
Sorkin 
Aaron Sorkin

Nell’ultima settimana si sono accavallati scandali diversi intorno a un unico, spinosissimo, tema: la violenza sessuale. Che negli Stati Uniti sembrerebbe aver raggiunto proporzioni da epidemia, con numeri che somigliano a quelli di uno stato africano, se si calcola quello che accade nei campus universitari e che difficilmente viene denunciato.

 

Così, mentre tutti parlavano della storia di Bill Cosby, il padre perfetto della famiglia Robinson, accusato di violenza da una decina di attrici diverse, casualmente andava in onda la quinta puntata della terza serie di The Newsroom — inventata da Aaron Sorkin, il genio dei serial — la cui protagonista è una studentessa universitaria violentata nella sua stanza da alcuni compagni. Puntata che ha fatto infuriare Emily Nussbaum, notissima critica televisiva del New Yorker.

 

All’articolo di Nussbaum ha risposto con un tweet Alena Smith, una delle autrici di The Newsroom, nel quale spiegava di essere stata sbattuta fuori dalla stanza da Sorkin in persona, mentre si scriveva quella scena, per aver espresso il suo dissenso. Che cosa c’era di terribile? The Newsroom racconta di un gruppo di giornalisti super-smart e idealisti che lavorano in un telegiornale. Eroi, uomini e donne, che si sono dati il compito di dividere il bene dal male (il bene sono loro, il male è il “giornalismo dal basso”, i social, la rete).

Lena Dunham nudaLena Dunham nuda

 

Uno di loro, Don Keefer, viene mandato a intervistare la ragazza che, ubriaca e drogata, è stata stuprata da due compagni di corso. E che, avendo tentato invano di sporgere denuncia contro di loro, ha deciso di aprire un sito Internet nel quale qualsiasi donna abbia subito violenza può denunciare anonimamente il suo assalitore.

 

Che cosa ha fatto infuriare i critici americani? Tutto. Don che entra nella stanza della ragazza e lascia aperta la porta, sottintendendo che teme si tratti di una mitomane, che potrebbe accusare anche lui. Anche se lui, alla ragazza che continua a chiedergli: ma tu mi credi? risponde sempre sì. Che Don esprima dubbi sull’idea del sito anonimo, preoccupandosi di come potrebbe essere usato per distruggere la reputazione di un ragazzino (invece di occuparsi di chi ha subìto la violenza), che dichiari di dover moralmente appoggiare il ragazzo (al quale non è stata notificata nessuna accusa formale) nel caso dovesse moderare l’incontro tra loro due.

 

Che chiami la violenza subita dalla ragazza ”quel tipo di stupro”, come se certe condizioni (droga e alcool) fossero un’attenuante. E soprattutto che alla fine, tornando in redazione, dica ai suoi colleghi di non averla mai incontrata. Boicottando l’incontro e impedendole di raccontare la sua storia in tv, perché alla fine è meglio così, anche per lei.

 

Rolling 
Stone 
Lena 
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Rolling Stone Lena Dunham

Apriti cielo. Mentre i quotidiani, le riviste, i siti online si scatenavano contro Sorkin e il suo “problema con le donne”, finiva intanto nei guai anche Lena Dunham, l’altra icona dell’ intellighenzia radical e cool. Costretta a scusarsi per un capitolo del suo memoir Non sono quel tipo di ragazza , nel quale racconta che al college una notte, fatta di cocaina e Xanax, era stata violentata da un tizio di nome Barry. O meglio: che quando si era svegliata aveva raccontato a un’amica il suo squallido accoppiamento con un tizio di nome Barry e questa le aveva spiegato che quel tipo di squallido accoppiamento si chiama violenza sessuale.

 

All’uscita del libro qualcuno si è messo a cercare questo Barry — l’episodio non era stato denunciato — e ha trovato un ragazzino sperduto che risponde alla descrizione, la cui vita da quel momento è diventata un inferno. L’editore, Random House, dopo aver dichiarato che Barry era un nome inventato ed essersi scusato anche a nome dell’autrice, si è offerto di pagare le spese legali del povero Barry, quello vero, che si è beccato una denuncia per stupro.

 

Camille Paglia durante il suo intervento alla sala Petrassi Camille Paglia durante il suo intervento alla sala Petrassi

E non è finita: sempre in questi giorni la rivista Rolling Stone ha dovuto pubblicare la smentita a un articolo che aveva suscitato un enorme sdegno. L’intervista a una ragazzina, per l’occasione chiamata Jackie, che raccontava di aver subito uno stupro di gruppo durante un party nella sua università. Purtroppo, dopo alcuni riscontri che la rivista aveva evitato di fare prima per rispetto alla ragazza, si è scoperto che la storia non era vera, o solo parzialmente vera.

 

Per buttare benzina sul fuoco, la solita Camille Paglia scrive intanto su Time che «a dispetto della propaganda isterica sulla nostra “cultura dello stupro”, la maggior parte dei casini che avvengono nei campus e che vengono descritti come violenza sessuale non sono veri stupri (considerando l’utilizzo di droghe e alcool) ma oafish hookup melodramas ( più o meno “approcci maldestri trasformati in melodramma” ndr) causati da segnali sbagliati e imprudenza da entrambe le parti».

the newsroom the newsroom

 

La violenza sulle donne è il crimine più difficile da spiegare, quello che subisce la maggiore ambiguità, la cui virulenza non diminuisce col miglioramento delle condizioni sociali. Ed è un nervo scoperto. Nella capacità di mantenere tutte le libertà senza che questo liberi la violenza, si misura il livello raggiunto da una civiltà. E a giudicare da quello che accade, possiamo fare di meglio, molto meglio.

 

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