TAGLIA IL CESAREO - PER I NAS DEI CARABINIERI, IL 43% DEI PARTI CESAREI È INUTILE - IN TROPPI CASI NON C’È NESSUNA RAGIONE MEDICA PER EVITARE UNA NASCITA NATURALE - MA CON IL CESAREO, NONOSTANTE I RISCHI ALLA SALUTE, SI INCASSA IL DOPPIO DEI RIMBORSI, GUADAGNANO I GINECOLOGI, E LE ASSICURAZIONI PAGANO IL 100% (INVECE DEL 30%) - ALLA CLINICA MATER DEI DI ROMA I CESAREI SONO IL 92%, CONTRO IL 4% DEGLI OSPEDALI BRIANZOLI…

1- RAPPORTO CHOC DEI NAS INUTILE UN CESAREO SU DUE - L'IPOTESI: SCELTE MEDICHE INGIUSTIFICATE PER OTTENERE RIMBORSI PIÙ ALTI
Paolo Russo per "La Stampa"


Quasi un bambino su due poteva nascere con un parto naturale anziché con il cesareo, esponendo a meno pericoli tanto la salute della donna che quella del piccolo. Che in Italia nelle sale parto si faccia ricorso al bisturi molto più che nel resto d'Europa era cosa nota ma l'indagine condotta dal Ministero della salute con i Carabinieri dei Nas dimostra che il 43% dei cesarei sarebbero ingiustificati. Percentuale riferita a quelli eseguiti per via del feto in posizione non corretta e dunque destinata a salire perché il dicastero ha annunciato di voler presto passare al setaccio anche i cesarei motivati da «sofferenza fetale».

Intanto nel mirino sono finite le troppe diagnosi di posizione anomala del feto, condizione che rende consigliabile il cesareo. Un fenomeno che interessa soprattutto la Campania e, con un certo distacco, anche Lazio, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia. Del resto già il Piano nazionale esiti dello stesso ministero aveva rilevato differenze assolutamente ingiustificabili, con percentuali di cesarei che vanno da punte superiori al 90% in case di cura come la «Mater Dei» di Roma, per precipitare al 4% dell'ospedale «Vittorio Emanuele III» di Carate Brianza.

Da qui la decisione del Ministro Balduzzi di inviare i Nas, tanto negli ospedali pubblici che nelle cliniche private convenzionate. I carabinieri sono andati a spulciare 1.117 cartelle cliniche di strutture sparse un po' in tutta Italia e in quasi una su due non si è trovata la documentazione clinica che confermasse quella anomalia della posizione del feto segnalata invece nella cartella di dimissione ospedaliera.

«Un falso in atto pubblico», denuncia il Comandante generale dei Nas, Cosimo Piccino, preannunciando l'invio della cartelle cliniche sospette alle singole procure per ipotesi di reato che, oltre al falso, contemplano anche quelle di lesioni personali gravi o gravissime e di truffa ai danni del Servizio sanitario pubblico. «Il ricorso inappropriato al cesareo incide pesantemente sulla salute delle donne e forse anche dei neonati», mette in guardia Balduzzi.

La nota del ministero diffusa ieri parla chiaro: rispetto al parto naturale il cesareo triplica il rischio di decesso a causa delle possibili complicanze anestesiologiche, la possibilità di subire lesioni è ben 37 volte maggiore e l'eventualità di incorrere nella rottura dell'utero in una successiva gravidanza cresce di 43 volte. E poi quasi sempre quando si ricorre al bisturi la prima volta si continua a farlo anche in seguito.

Sul sospetto reato di truffa parlano i numeri. Ad oggi un parto cesareo viene rimborsato 2.458 euro contro i 1.319 di quello naturale. «Se verrà dimostrato che il 43% dei cesarei è inappropriato significherà che il servizio sanitario ha sprecato 80-85 milioni», lamenta il ministro. Che infatti ha già deciso di ridurre a 2.092 euro il rimborso del cesareo nel nuovo tariffario ospedaliero che a giorni approderà in Gazzetta Ufficiale.

Ma dietro il boom del bisturi in sala parto c'è un altro fattore economico, secondo gli esperti del ministero, che incide e parecchio. Quello dei ginecologi che seguono le partorienti privatamente e che con il cesareo possono programmare la loro presenza in sala operatoria, contribuendo così a giustificare la parcella. Anche a costo di far correre qualche rischio di troppo a donna e neonato.


2- "TROPPI INTERVENTI? LE ASSICURAZIONI PAGANO DI PIÙ"
Paolo Russo per "La Stampa"


Parioli, quartiere alto borghese della Capitale. Qui c'è la clinica «Mater Dei» che detiene il record nazionale dei parti cesarei. Quasi il 92%, dicono le statistiche del Piano esiti del ministero della salute, che misura le performance di ospedali pubblici e case di cura private.

Qui è sempre stato considerato «chic» partorire tra le donne della Roma che conta e sempre qui Severino Antinori, che ha lo studio praticamente di fronte, indirizza le proprie pazienti, così come altri ginecologi che come lui praticano la fecondazione assistita. Per assicurare la gioia della maternità a donne che a volte superano la soglia degli «anta». Un business, quello del cesareo, che rende bene: circa settemila euro a parto. Il triplo delle tariffe rimborsate alle strutture del Servizio sanitario nazionale.

«Qui arrivano quasi esclusivamente donne che hanno già deciso di ricorrere al cesareo e che pagano di tasca propria», spiega il Dottor X, un medico che lavorando in clinica chiede l'anonimato. «Del resto - prosegue - l'età media delle partorienti è intorno ai 40 anni e a quell'età è sconsigliabile il parto naturale».

In realtà nelle linee guida emanate a gennaio dall'Istituto superiore di sanità di limiti di età che giustifichino il ricorso al cesareo non c'è traccia e il responsabile del «Piano esiti» del ministero, Carlo Perucci, tiene a specificare che quel 91,9% della clinica romana «è un dato che tiene già conto dell'età media delle partorienti».

Ma è un fatto che alla Mater Dei il parto naturale è un evento. Anche perché chi viene qui a partorire è il più delle volte assicurato e, come spiega sempre Dottor X, «paradossalmente le assicurazioni rimborsano al 100% il parto cesareo, equiparato a tutti gli effetti a un intervento chirurgico e coprono solo il 30% di quelli naturali». Un vantaggio garantito soprattutto se il cesareo viene classificato dai medici come «urgente».

E se l'emergenza c'è davvero? «Quando sono venuta qui per la prima gravidanza difficile - racconta Anna (il nome è di fantasia) - c'era un ambulanza pronta a trasportarmi in un ospedale attrezzato ad affrontare problemi più gravi». Proprio quegli ospedali dove «non fa chic» partorire.

 

 

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