caterina caselli

"NESSUNO MI PUO’ GIUDICARE? CELENTANO LA RIFIUTO’. DISSI CHE NON LO VOLEVO NEANCHE MORTA” – CATERINA CASELLI PARLA DEL BRANO CHE USCI’ A GENNAIO 1966: “DIVENTO’ UN INNO ALLE DONNE CHE CERCAVANO DI EMANCIPARSI" – E POI GUCCINI “IL PIU’ COLTO DELLA NOSTRA GENERAZIONE”, IL LAVORO DA PRODUTTRICE, LA “SUGAR” E BOCELLI (“CI HO CREDUTO SUBITO ANCHE SE NON ERO MOLTO CONFORTATA DAGLI ALTRI”) LA “STORTA” A SANREMO QUANDO VINSE ELISA E LA MUSICA OGGI: “OGNI TANTO GUARDO LE CLASSIFICHE E SENTO OMOLOGAZIONE MA CI SONO LE ECCEZIONI. AD ESEMPIO LUCIO CORSI” – QUELL’INCONTRO CON I ROLLING STONES IN COSTA AZZURRA - VIDEO

Gino Castaldo per la Repubblica - Estratti

 

Cominciamo dal principio, da dove tutto è iniziato. In una serata del festival di Sanremo di sessant'anni fa l'Italia scoprì all'improvviso la forza di una ragazza dall'aria spavalda con un viso ribelle che sotto un dorato caschetto di capelli biondi cantava "nessuno mi può giudicare...

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nemmeno tu!".

 

Quanto era consapevole quella ragazza delle implicazioni che quella canzone portava con sé?

«Il primo impatto fu terribile. Quando mi fu proposta era un tango e io dissi: neanche morta, figurati, ero tutta beat e Rolling Stones. Era stata proposta a Celentano che, fortunatamente per me, aveva scritto Il ragazzo della via Gluck e quindi la rifiutò. Cambiammo l'arrangiamento e a quel punto mi piacque da morire. Forse non ero del tutto consapevole, ma quel piglio assomigliava molto alle donne della mia terra, perché da noi la donna era già abbastanza autonoma, si andava a lavorare in bicicletta».

 

Le donne emiliane... è vero che lì ci fu un'emancipazione anticipata per cultura e tradizione.

«Sì, le donne lavoravano, non erano soggette economicamente al marito. Poi mi piaceva l'idea che la donna potesse sbagliare così come sbagliavano gli uomini e non per questo essere giudicata moralmente. Ero molto sincera e questo evidentemente è passato».

 

bocelli caselli

(...)

 

I sessant'anni del suo esordio la spingono a fare dei bilanci? Cosa è rimasto di quella ragazza che cantava quel messaggio così candido e libertario?

«Per quanto mi riguarda sono coerente con quel messaggio. Sono onorata di far parte del laboratorio di Una, nessuna, centomila, che si batte contro la violenza sulle donne, e credo molto nel fatto che la donna debba essere economicamente libera, autonoma. La canzone era molto commerciale, diciamo così orecchiabile, però il messaggio era importante tanto è vero che ha anticipato il movimento femminista. C'è anche quella frase: "ognuno ha il diritto di vivere come può", ancora oggi sono parole importanti».

 

Notavo che molti anni dopo Lucio Dalla ha scritto una frase simile in "L'anno che verrà", quando dice "e si farà l'amore ognuno come gli va".

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«Vero, ma in fondo quando certi concetti hanno a che fare con la verità rimangono».

 

Di coerenza in coerenza ha fatto intorno al 1970 una scelta quasi incredibile a ripensarci oggi, abbandonando la carriera di cantante al culmine del successo.

«Nella mia vita ho cambiato spesso pelle. Lì sono stata favorita: mi sono innamorata, ho sposato una persona che in un modo diverso aveva a che fare col mondo musicale, una grande società con 20 dirigenti e 400 persone, la Cgd, ho avuto un figlio. Poi a un certo punto sentivo che mi mancava qualcosa, volevo avere vicino la mia passione e il contesto nel quale mi sono trovata mi ha fatto pensare a qualcosa che io facevo istintivamente anche quando cantavo.

 

Conobbi Francesco Guccini, il più colto della nostra generazione, poi mi sono trovata a condurre in televisione Diamoci del tu con Giorgio Gaber, con ospiti importantissimi: Celentano che era in piena crisi mistica, Volonté che recitava il testo di Blowin'in the wind. Dico a Giorgio: scusa ma io conosco un ragazzo (mi riferivo a Guccini) che secondo me è bravissimo, ha solo un difetto: non è popolare. Lui mi rispose: anch'io conosco uno che non è proprio famoso, si chiama Franco Battiato e allora li abbiamo presentati insieme. Mi piaceva aiutare gli altri.E allora chiesi di essere finanziata per creare una etichetta tutta mia, la Ascolto».

 

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Uscirono dischi molto audaci e molto belli.

«Gli Area, Mauro Pagani, Pierangelo Bertoli che ha portato il fatturato in attivo: all'interno della Cgd mi sono impegnata sulla scommessa di portare i cantautori.Ho fatto tre album di Vanoni, i dischi di Fossati poi ho corteggiato Paolo Conte fino a che sono riuscita a farlo firmare con noi».

 

(...)

 

 

Insomma non si è mai pentita di aver lasciato la carriera di cantante?

«Certo è ineguagliabile il fatto di trovarsi sul palcoscenico e sentire il pubblico, però e altrettanto bello quando per esempio Elisa cantava a Sanremo Luce e io ero dietro che facevo il playback con lei, e quando in sala stampa hanno annunciato che aveva vinto mi sono precipitata come un fulmine nei camerini, per l'entusiasmo sono scivolata e ho preso una storta. Hai lavorato tanto e ci hai creduto: è impagabile».

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Non vive con sofferenza la caduta del livello che si registra oggi nella musica?

«Ho un buon rapporto con l'azienda ma un pochino più distante, c'è mio figlio Filippo che se ne occupa. Ogni tanto guardo le classifiche e sento omologazione ma ci sono le eccezioni. Ad esempio Lucio Corsi: abbiamo aspettato che facesse i suoi concerti, perché gli artisti devono crescere in base al confronto con il pubblico».

 

Nella sua vita ha avuto incontri fondamentali.

«A volte anche casuali. Voglio raccontare un aneddoto. Nel 1971 mi trovavo sulla Costa Azzurra, ero incinta e avevamo preso una casa in vacanza. Di notte sentivo in lontananza un gruppo che somigliava ai Rolling Stones, ma non riconoscevo i pezzi. Un giorno vado in farmacia e vedo Bianca Jagger, ma la cosa finì lì. Anni dopo, leggendo la biografia di Keith Richards ho scoperto che erano davvero loro, si erano chiusi in una villa per fare Exile on main street. Quindi posso dire di avere influito con la mia vicinanza».

 

Con la sua Sugar la soddisfazione più grande è stata quella di portare Bocelli al successo in tutto il mondo?

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«Ci ho creduto subito anche se non ero molto confortata dagli altri. Ma abbiamo fatto un bel lavoro e per la prima volta c'erano gli inglesi che ci copiavano esportando all'estero i tenori».

 

(...)

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