xi jinping donald trump iran cina

PER ORA, HA VINTO LA CINA – CI SONO ALMENO SETTE RAGIONI PER CUI PECHINO ESCE RAFFORZATA DALLA GUERRA IN IRAN:  IL REGIME DI XI JINPING PUÒ PORSI COME SOLA SUPERPOTENZA PREVEDIBILE; CON IL BLOCCO DI HORMUZ E LO CHOC PETROLIFERO, SI RAFFORZA L’INDUSTRIA GREEN E DELL’AUTO ELETTRICA, DI CUI LA CINA È MONOPOLISTA; ALLO STESSO TEMPO TIENE PER LE PALLE GLI USA CONTROLLANDO L’80% DELLA PRODUZIONE DI TUNGSTENO, CRUCIALE PER I MISSILI AMERICANI – IL PAESE DI XI JINPING È INOLTRE IN GRADO DI ASSORBIRE LO CHOC PETROLIFERO: L’IRAN E LA RUSSIA CONTINUANO A FORNIRGLI GREGGIO LOW COST. INFINE, IL PROGETTO DI LUNGA SCADENZA: ARCHIVIARE IL RUOLO DEL DOLLARO E SOSTITUIRLO CON LO YUAN COME VALUTA DI RISERVA DEL MONDO…

MORTACCI SUEZ – TRUMP FAREBBE BENE A STUDIARE LA STORIA DELLA CRISI DI SUEZ DEL 1956: LA POTENZA EGEMONE DI ALLORA, IL REGNO UNITO, INSIEME ALLA FRANCIA MOSSE GUERRA ALL’EGITTO DI NASSER, CHE AVEVA NAZIONALIZZATO LA LINEA D’ACQUA PIÙ IMPORTANTE AL MONDO. LONDRA E PARIGI SI DOVETTERO RITIRARE E ALLORA COMINCIÒ IL DECLINO DELL’EGEMONIA INGLESE – LO STRETTO DI HORMUZ È LA SUEZ DI TRUMP, CHE NON HA NEMMENO LA TESTA DI PONTE (CHE PER GLI INGLESI NEL 1956 ERA ISRAELE): DOVREBBERO ESSERE I PAESI ARABI, CHE SI GUARDANO BENE DALL’ENTRARE IN GUERRA INSIEME A NETANYAHU...

https://www.dagospia.com/politica/mortacci-suez-donald-trump-farebbe-bene-studiarsi-storia-crisi-suez-1956-468791

 

 

crisi di suez 1956 10

DALLE OMBRE SUL DOLLARO, A RINNOVABILI E MINERALI: 7 RAGIONI PER CUI XI JINPING È IN VANTAGGIO (PER ORA) NELLA SFIDA PER HORMUZ

Estratto da “Whatever it takes”, la newsletter di Federico Fubini per il “Corriere della Sera”

 

La crisi di Suez è stato il momento nel quale la Gran Bretagna mostrò al mondo che non era più una superpotenza: il fallimento della guerra-lampo […] per riprendere il controllo del Canale dall’Egitto di Gamal Abdel Nasser suggellò il declino dei grandi imperi europei […]

 

donald trump xi jinping

Allora accadde anche qualcos’altro: il dollaro superò definitivamente la sterlina come valuta di riserva per le banche centrali di tutto il mondo.

 

Senza il sostegno di un bilancio pubblico sano, indebolita da decenni di deficit degli scambi con il resto del mondo e ora anche senza una potenza militare schiacciante – dunque incapace di controllare le rotte marittime vitali – la Gran Bretagna vide la sua moneta passare dall’80% delle riserve mondiali nel 1948 a meno del 3% una trentina di anni più tardi.

 

Il mondo aveva smesso di pagare (e farsi pagare) le materie prime essenziali con una valuta di cui Londra aveva il controllo. Il Regno Unito non poté più godere di tassi d’interesse bassi a piacimento sul proprio debito, di conseguenza dovette limitare la spesa militare e con quella la propria proiezione di potenza […].

 

IL CROLLO DEGLI SCAMBI IN STERLINA A VANTAGGIO DEL DOLLARO DOPO LA CRISI DI SUEZ

Ora, gli Stati Uniti sotto Donald Trump non sono come Gran Bretagna di Anthony Eden del 1956. Godono di una supremazia tecnologica che allora Londra aveva perso da oltre mezzo secolo; controllano con i propri titoli emessi sul loro territorio circa il 70% dei mercati finanziari internazionali e continuano ad avere l’esercito più potente al mondo.

 

Ma esiste una lezione per l’America nella crisi di Suez? Il blocco di Hormuz accelera l’ascesa della Cina come superpotenza geopolitica? Può intaccare il predominio schiacciante del dollaro come valuta di pagamento delle materie prime? […]

 

crisi di suez 1956 11

[…]  allo stato attuale, la Cina è in posizione di rafforzarsi. Per sette ragioni.

 

La lezione di Napoleone

 

“Un antico proverbio cinese recita: ‘Se il tuo nemico sta facendo un errore, non lo interrompere’”. Così l’economista di Pechino Keyu Jin, oggi alla Hong Kong University of Science and Technology, ha commentato la guerra di Trump all’Iran tre giorni fa al Forum Teha di Cernobbio.

 

Keyu Jin quasi certamente si sbaglia, perché sembra che il detto fosse in realtà di Napoleone. Ma il senso è chiaro e Jin, figlia di un altissimo funzionario della Repubblica popolare, lo ha ben presente.

 

ANTHONY EDEN

In questa crisi, la Cina mantiene un basso profilo o almeno finge di farlo. Fa il possibile per mostrare di non avere alcun ruolo e di non agire in alcun modo per approfittare della guerra.

 

Si dichiara preoccupata solo per la stabilità internazionale e cerca di isolarsi dagli effetti dello choc del Golfo. Intanto però continua a comprare petrolio dall’Iran e soprattutto, a quanto pare, aiuta Teheran a condurre la guerra così come aiuta la Russia contro l’Ucraina.

 

[…]  Pechino mette a disposizione il proprio sistema di navigazione satellitare BeiDou3 e altri sistemi di ricognizione che permettono alla Guardia rivoluzionaria di individuare i bersagli e colpire con precisione. Inoltre, Pechino starebbe vendendo all’Iran missili supersonici molto importanti per continuare a imporre il blocco sullo Stretto di Hormuz. 

 

xi jinping Ali Khamenei

Xi Jinping vede in questa guerra un fattore che destabilizza i mercati dell’export cinese; eppure, non può sfuggirgli come questa sia un’occasione d’oro per rafforzare lo status del proprio Paese. Ecco le sette ragioni.

 

Censura e batterie

 

1. Dall’inizio del conflitto, la Cina cerca di coltivare la propria credibilità internazionale come sola superpotenza prevedibile. Pechino condanna la “violazione del principio di sovranità” dell’Iran e il comportamento “da egemone” degli Stati Uniti, chiedendo un cessate il fuoco.

donald trump xi jinping vertice apec corea del sud foto lapresse 1

 

Ma giorni fa il titolo di un articolo del “South China Morning Post”, uno dei pochi di analisi sulla guerra, recitava: “I social media cinesi sono inondati di critiche agli Stati Uniti, ma è possibile che esse vadano troppo lontano?”

 

Il testo parla degli attacchi a Trump che appaiono sulle piattaforme cinesi e di quando la censura interviene a cancellarli. Proprio il titolo era il messaggio: il partito non perde il senso delle proporzioni. Si presenta come un’entità affidabile – la sola dotata del controllo di tecnologie di punta, supremazia industriale, dell’arma atomica e di un approccio razionale – con cui qualunque Paese può trattare. 

 

crisi di suez 1956 2

2. C’è una logica commerciale in tutto questo. Con il blocco di Hormuz, l’industria cinese delle rinnovabili e dell’auto elettrica racchiude per miliardi di persone la promessa di una minore dipendenza da petrolio e gas.

 

In reazione alla guerra Paesi come Pakistan, Thailandia, Singapore, Indonesia, Corea del Sud e Vietnam stanno accelerando la diffusione dell’auto elettrica o degli impianti industriali alimentati da pannelli fotovoltaici. Già da prima del conflitto, per puri motivi di autonomia energetica, l’Etiopia ha messo al bando l’import di auto e veicoli commerciali con motore a scoppio.

 

stretto di hormuz - vignetta di altan

Dopo la lezione di Hormuz queste tendenze possono solo diffondersi in reazione allo choc petrolifero: proprio come dopo la guerra dello Yom Kippur negli anni ’70 le auto divennero sempre più leggere e a basso consumo.

 

E la Cina, di gran lunga campione mondiale di tecnologie rinnovabili e auto elettriche, farà affari d’oro. Dall’inizio della guerra all’Iran le grandi case occidentali dell’auto, legate ai motori tradizionali, stanno crollando in Borsa: Stellantis meno 15,2%, Volkswagen meno 14,2%, l’indice dell’automotive allo S&P500 di New York meno 10,3%; invece il titolo del colosso cinese dell’auto elettrica Byd è salito del 18% e quello di CATL, leader mondiale nelle batterie di accumulo, è quasi del 22%.  

 

3. C’è poi una posizione specifica posizione di predominio industriale che conferisce oggi a Pechino ancora più potere. La Repubblica popolare controlla circa l’80% di produzione e raffinazione mondiale del tungsteno, un minerale duro quasi come il diamante e con una temperatura di fusione altissima, considerato indispensabile all’industria militare moderna.

 

COMPOSIZIONE VALUTARIA DELLE TRANSAZIONI DI COMMERCIO INTERNAZIONALE

Tutti i missili americani ed europei più avanzati dipendono dal tungsteno, ma dall’anno scorso la Cina ha introdotto stretti limiti all’export. Ora, nessuno sa quanto siano svuotati gli arsenali degli Stati Uniti dopo un mese di combattimenti nel Golfo, ma secondo il “Wall Street Journal” lo stato delle scorte potrebbe essere “peggio di quello che pensate”. E per disporre di nuovi volumi di tungsteno senza dipendere dalla Cina servono anni. Anche in questo Xi Jinping potrebbe avere nelle mani una leva in più […].

 

4. Legato a questo c’è un vantaggio strategico più immediato per la Cina: pressato dalla relativa scarsità di forniture militari, da settimane il Pentagono sta spostando asset militari dall’Estremo Oriente al Golfo.

 

l'allargamento del conflitto in medioriente 29 marzo 2026

Vale per le forze navali come per gli intercettori, dalla Corea del Sud allo Stretto Taiwan. Il nervosismo degli alleati dell’America nell’area, Seul e Tokyo per primi, è palpabile. La Cina invece si vede sempre più liberata dalle forze che contengono la sua aggressività ai confini orientali. […]

 

5. Ho già scritto sulla capacità della Repubblica popolare di assorbire lo choc petrolifero e del gas più a lungo di qualunque altro Paese (non produttore) al mondo. Le sue scorte di greggio restano un segreto, ma Xi Jinping aveva dato ordine di aumentarle tre anni fa e oggi coprono probabilmente sei mesi di consumo: più della somma di quelle delle 32 democrazie avanzate dei Paesi riunite nell’Agenzia internazionale dell’energia.

 

crisi di suez 1956 3

La Russia può coprire parte delle forniture bloccate dai Paesi arabi del Golfo, l’Iran ha persino aumentato l’export alla Cina, mentre il gas che non arriva più dal Qatar contava ormai per meno del 9% della produzione elettrica (in Italia, per oltre il 40%) e molto meno delle rinnovabili della Repubblica popolare. Pechino è disturbata dallo choc in corso, ma può contare su una notevole tenuta.

 

[…] 6. L’insieme dei punti di cui sopra – autonomia strategica, controllo dei colli di bottiglia produttivi, ruolo di alleato e finanziatore vitale di Teheran – conferiscono a Xi Jinping un potere che oggi nessun altro leader mondiale detiene: solo la Cina può costringere l’Iran a una sistemazione che riapra Hormuz;

solo lei può garantire la credibilità di un eventuale accordo con il regime degli ayatollah e dei guardiani della rivoluzione.

 

una torre di perforazione agli albori dello sviluppo dei giacimenti petroliferi persiani.

L’anno scorso la Repubblica popolare è stata la prima acquirente del greggio uscito dallo Stretto (quasi il 38% del totale) ed è naturale che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar – le tre potenze sunnite del Golfo – si rivolgano sottotraccia direttamente a Pechino in cerca di soluzioni.

 

Vi è già un indizio in questo senso: quando è parso che potesse avviarsi un negoziato fra Stati Uniti e Iran il ruolo di mediatore è spettato al Pakistan, la potenza asiatica a ovest di Pechino più integrata alla sfera d’influenza cinese. Islamabad non può aver accettato quel compito senza prima consultare Xi.

 

7. Tutto questo porta a ciò che oggi ai cinesi interessa davvero: comprare materie prime e altri prodotti essenziali nel mondo non i dollari ma nella loro valuta, lo yuan renminbi.

 

Come l’America con il dollaro, vogliono poter fare acquisti all’estero in una moneta che loro stessi hanno il potere di creare. Pochi Paesi hanno fretta di assecondarli, perché lo yuan non è pienamente convertibile: quando si è pagati con esso, non è facile trasformarlo in dollari, euro o oro; può dunque essere usato quasi solo per importare prodotti cinesi.

 

NAVE DA GUERRA IRANIANA SILURATA DA UNA SOTTOMARINO USA - 2

Anche per questo, Pechino impone contratti internazionali nella propria valuta ogni volta che ne ha il potere. Lo fa con il petrolio russo da quando Mosca è stata messa sotto sanzioni nel 2022, lo fa con Brasile e Argentina su certe materie prime, lo fa con il Pakistan o il Laos.

 

[…] Pechino sta cercando di erodere la supremazia del dollaro. Ha già chiesto ad Arabia Saudita ed Emirati di accettare pagamenti in yuan per il greggio. E adesso Xi Jinping li imporrà, se avrà occasione di giocare un ruolo in una futura sistemazione per Hormuz senza esporsi troppo. In questo caso la terza guerra del Golfo – in dosi omeopatiche – sarebbe per l’America di Trump ciò che la crisi di Suez fu per Londra. […]

crisi di suez 1956 1iran il complesso residenziale dove era nascosto ali khamenei bat yam palazzo distrutto dai missili iranianikhamenei con le forze armate iraniane durante la guerra con l iraq nel 1981stretto di hormuzSTRETTO DI HORMUZ - PETROLIERETAPPETI VOLANTI - MEME nave cargo - stretto di hormuznave the grand wisdom danneggiata sullo stretto di hormuz durante la guerra tra iran e iraq 1980

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