TI FACCIO UN CULOSSEO COSI’! - I CUSTODI DELL’ANFITEATRO PER MOTIVI DI ETÀ E PAURA (ANCORA VIVO IL RICORDO DEL CAOS NELLA NOTTE BIANCA DEL 2003) NON SE LA SENTONO DI GESTIRE L’ORDA DI VISITATORI (E PER 1200 € AL MESE NON VALE LA PENA RISCHIARE)

Raffaello Masci per "La Stampa"

Ma perché tutti i monumenti d'Europa sabato prossimo saranno aperti di notte e il Colosseo - simbolo della città e della cultura italiana - invece no?
Ieri i visi erano mesti e i musi lunghi sotto le arcate imponenti dell'anfiteatro e i riservati custodi del monumento manifestavano un evidente fastidio per l'irruzione dei giornalisti in quella loro vicenda finita agli onori della cronaca. Franco Taschini è un loro rappresentante sindacale della Uil, e dà voce a chi preferisce tacere.

«Il fatto è che siamo tutti troppo vecchi - dice sconsolato - e tutti ci ricordiamo il black out della notte Bianca del 2003, era settembre... un disastro, un vero disastro e una nottata di panico». Ecco la parola chiave: panico. Per il superafflusso, per la scarsa illuminazione del monumento, per l'impianto delicato ed eroso del manufatto, per la vigilanza che è quella che è, per le poche uscite di sicurezza (tre appena) in caso di necessità, perché la calca della notte del black out è ancora nella testa di tutti.

I dipendenti del Colosseo sono 30, tra dirigenti , archeologi e personale di custodia, rispetto ai 45 che dovrebbero essere; tengono aperto il monumento 11 ore al giorno per 362 giorni l'anno (praticamente sempre eccetto Natale, Capodanno e Primo maggio) e lavorano sei giorni su sette. Se ci mettiamo le ferie e i permessi questo significa che per ogni turno di lavoro sui due piani del monumento si dividono 7-8 custodi per monitorare tra le 15 e le 23 mila persone al giorno.

Questo nei giorni normali, quando c'è la luce del sole la gente tira fuori 12 euro a biglietto. «Immaginiamo che cosa può succedere quando in una fresca sera di maggio, peraltro di sabato, al Colosseo si può entrare con un euro - continua il sindacalista - potrebbero arrivare 50mila persone tutte insieme e noi siamo sempre quelli che siamo».

L'accordo preso per la notte dei musei, prevede fino a 15 unità a turno, attingendo ad altri comparti dell'amministrazione dei Beni culturali, ma almeno un terzo (5 persone) devono essere interne, perché sappiano come muoversi in caso di necessità.

Ma il problema è che 5 cinque non si sono trovati: chi si prende la briga di assistere una massa sterminata di visitatori, per giunta di notte? Ma le carenze di organico riguardano tutti i beni culturali, perché solo il Colosseo dovrebbe rimanere chiuso?

«Perché è delicato, fragile e illuminato solo in parte: immagini la folla su per scale ripide, con molti angoli bui. D'altronde il Colosseo, dalla fatidica notte del 2003, non è stato più aperto di notte. E poi qui ai Beni culturali, dove non si assume da decenni, siamo tutti vecchi: l'età media è più vicina ai 60 che ai 50, e l'esperienza ci dice che gestire grandi masse di gente senza un'adeguata sicurezza è un rischio troppo grande».

A fronte, peraltro, di un riconoscimento economico (1.200 euro di stipendio) che non aiuta a compiere gesti di coraggio. E' vero che la notte del 17 maggio verrebbe retribuita con 60 euro lordi (che vuol dire 40 netti), ma chissà quando si vedranno quei quattrini, perché mentre gli stipendi corrono regolarmente, le voci aggiuntive vengono saldate quando Pantalone ha i soldi.

In tutto questo, però, appare uno spiraglio di luce: stamattina la soprintendente Anna Maria Barbera incontrerà i sindacati. Poiché il motivo del contendere è la sicurezza, si ipotizza un accesso contingentato: tanti alla volta e non più. Ma chi gestirà la folla di quelli che contavano di entrare e resteranno fuori?

2. DA ANFITEATRO A SPARTITRAFFICO, GLORIA E TRAMONTO DI UN SIMBOLO
Mattia Feltri per "La Stampa"

È più o meno da mille e cinquecento anni che i romani non sanno bene che fare del Colosseo. L'utilizzo di successo della seconda metà del Novecento - grande rotatoria - si è (quasi) esaurito da che il sindaco Ignazio Marino ha reso (quasi) pedonale metà di via dei Fori Imperiali.

In fondo la funzione di spartitraffico non è stata la più umiliante per l'anfiteatro costruito sul laghetto di Nerone e inaugurato nell'80 dopo Cristo con cento giorni di bagordi e ammazzamenti: nel Medioevo fu anche un deposito di concime. Il problema di allora è il medesimo di oggi, e cioè come trarre utilità da un gigantesco edificio posto da un incidente della storia sulla gobba della capitale.

Per quattro secoli abbondanti fu l'ombelico godereccio e sanguinoso del mondo, ma all'arrivo dei barbari era già fatiscente. Il trasloco della capitale dell'Impero a Costantinopoli (Istanbul) aveva impoverito Roma e non c'erano i denari per aggiustare e mantenere in attività uno stadio da circa ottantamila spettatori.

Le pietre che cascavano venivano portate via e riciclate per innalzare nuove case; qualche bella scossa di terremoto contribuì al recupero del materiale e al buon umore degli operai, e alcuni dei fori che si vedono ancora oggi sulle pareti esterne originano dall'estrazione delle grappe di ferro, utili e costose.

Insomma, generalizzando, i romani dal Colosseo succhiano il succhiabile ma non lo amano più di tanto, anche ora nell'età del turismo, che il Grande Molare Cariato (soprannome dei detrattori) è una miniera d'oro. La vicenda degli introvabili cinque custodi per la notte dei musei è esemplare: la vecchia arena dà uno stipendio. Finita lì.

Il resto sono scocciature. C'entra l'andazzo complessivo italiano, ma c'entrano anche quindici secoli di lotta fra l'anfiteatro e l'Urbe. Il caso perfetto è quello di papa Sisto V (1521-1590), colto e amante del bello. Prima ebbe l'idea un po' drastica di radere al suolo il Colosseo, di modo da congiungere enfaticamente San Pietro a San Giovanni in Laterano.

Troppo costoso. Allora pensò di riconvertirlo in lanificio e i lavori partirono pure, ma dovettero essere fermati sempre per l'esorbitanza delle spese. Nel frattempo si continuò a scambiare il Colosseo per una specie di cava. I marmi furono portati via dai nobili ad abbellire gli sfarzosi palazzi del Rinascimento romano.

Alcune delle pietre si dice siano tornate buone per la Basilica di San Pietro, mentre è certo che servirono a edificare Palazzo Barberini e Palazzo Venezia, da dove il Duce teneva i suoi discorsi alla folla eccitata.

E intanto che pezzo a pezzo il gioiello di Vespasiano se ne andava in giro per la città, dentro se ne ricavò spazio per una fabbrica di colla, per una chiesa, per le stazioni della Via crucis, e alla sera vi si radunavano gli animatori della movida, a bere vino e cantare, intanto che fra gli archi coppie di giovinastri o di fedifraghi improvvisavano l'alcova. Certo, non è stato un destino esclusivo del Colosseo.

Lo è stato di quasi tutta la Roma imperiale. Il Colosseo aveva quel difetto in più che tutto l'accanimento della storia non bastò a completare la distruzione. Subito dopo la caduta dell'Impero, e per secoli, dentro e a ridosso dell'anfiteatro vennero costruite capanne, stalle, fienili, botteghe di maniscalchi, di speziali, di ciabattini.

Nei secoli crebbe una tale vegetazione che nell'Ottocento furono classificate quattrocento specie diverse di fiori ed erbe. Arrivarono gli archeologi, e soprattutto la tronfia ambizione del fascismo, a restituire onore e gloria al Colosseo.

Eppure oggi è semplicemente il regno di finti gladiatori e di venditori ambulanti, oltre che di turisti sbigottiti in perenne fila davanti a uno scheletrone. Vietato sfruttare lo stadio più famoso e struggente del pianeta per concerti o spettacoli, facilitarne la visita, aprire librerie e negozi: sarebbe volgare commercializzazione. Quando poi il Colosseo volgare nacque e volgare visse, e volgare andrebbe bene pure in vecchiaia.

 

 

BARACK OBAMA IN VISITA AL COLOSSEO FOTO LAPRESSE COLOSSEO centurioni abusivi al colosseo centurioni e gladiatori a roma ai fori imperiali OBAMA E FRANCESCHINI AL COLOSSEOPalazzo Barberini Michela De Biase Ignazio Marino Carlo Fuortes Dario Franceschini

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