
“GLI ATLETI ITALIANI, ANCHE I CAMPIONI, SONO TROPPO IMPREPARATI AL MONDO E ALLA VITA” – ALDO CAZZULLO RIFILA UNA LEZIONCINA AGLI SPORTIVI DI SUCCESSO DEL NOSTRO PAESE, DOPO IL CASO DELLE NUOTATRICI BENEDETTA PILATO E CHIARA TARANTINO, FERMATE PER FURTO A SINGAPORE “LA SENSAZIONE È CHE TROPPO DENARO, TROPPE MACCHINE SPORTIVE, TROPPI PROCURATORI, TROPPE CONQUISTE FACILI, TROPPI SOCIAL ALLA LUNGA INARIDISCANO UOMINI E DONNE CHE, AL CONTRARIO, PER DARE IL MEGLIO DI SE STESSI HANNO BISOGNO DI ARRICCHIRSI...” – LA FRECCIATA ALLA PILATO: “LA STORIA DELL’ATLETA CHE NASCONDE I PRODOTTI NELLA BORSA DELLA CAMPIONESSA SEMBRAVA MESSA SU GIUSTAPPUNTO...”
Dalla posta del “Corriere della Sera” - Estratti
chiara tarantino benedetta pilato
Caro Aldo, a Singapore non sfugge nulla, è super controllata. Per ingenuità o ignoranza, assurdo andare a rubare proprio lì. Che figuraccia comunque…
Alice Sassi
Comportamenti simili gettano ombre non solo sulle persone coinvolte, ma anche su chi ogni giorno lavora con sacrificio e disciplina per onorare quello stesso tricolore. In ogni caso non ammetto la gogna mediatica, ho letto commenti inaccettabili.
Mario Lenti
Risposta di Aldo Cazzullo
BENEDETTA PILATO ACCUSA CHIARA TRAMONTANO PER IL FURTO A SINGAPORE
Cari lettori, Leggendo la disavventura delle atlete italiane in aeroporto, un po’ tutti abbiamo pensato che Singapore fosse l’ultimo posto della terra dove andare a commettere una simile stupidaggine. Ovviamente non si ruba mai e da nessuna parte; ma tantomeno in un posto noto perché ti fustigano se anche solo getti una cartaccia per strada.
[…] : la storia dell’atleta che nasconde i prodotti nella borsa della campionessa sembrava messa su giustappunto per giustificare la campionessa; ma la reazione della Pilato pare sincera, probabilmente Benedetta non c’entra davvero nulla. Di sicuro sono stati bravi Tajani e l’ambasciatore a risolvere il pasticciaccio in poche ore.
Resta una considerazione. Gli atleti italiani, a volte anche i campioni, sono troppo impreparati al mondo e alla vita. Non voglio dire ignoranti, che è una brutta parola. Non è questione di non aver studiato.
Neanche i ciclisti degli anni 50 e 60 avevano studiato. Però, come ha confermato la bellissima serie di interviste del nostro Marco Bonarrigo, avevano una loro comprensione degli uomini, della vita, delle cose, sapevano stare al mondo, vivevano con gli occhi spalancati, con le antenne dritte, con le orecchie aperte.
Oggi tanti calciatori, anche di primo piano, non parlano l’inglese: che è davvero una precondizione per fare sport a livello internazionale, perché se non parli inglese non puoi parlare con i media, non puoi parlare con l’arbitro, non puoi capire cosa si dicono in campo i tuoi avversari, fatichi a comunicare con un ct o con compagni di squadra di altre nazioni.
Ovviamente è soltanto un esempio. Si potrebbero raccontare storie di campioni che contraddicono questa annotazione generale. Resta l’idea che la crescita di un movimento sportivo è anche sempre una crescita umana e culturale.
Il denaro non è lo sterco del demonio, è normale che una parte crescente della grande torta generata dal business dello sport finisca nelle tasche degli atleti.
Resta la sensazione che troppo denaro, troppe macchine sportive, troppi procuratori, troppe conquiste facili, troppi social a volte male usati o magari affidati a scaltri media manager alla lunga inaridiscano uomini e donne che, al contrario, per dare il meglio di se stessi hanno bisogno di arricchirsi, abbeverandosi a quella immensa fonte di um anità che resta lo sport.