1. AFFARI, SOLDI, POTERE, LA VOGLIA MATTA DI TORNARE NEL GIRONE CHE CONTA DELLA POLITICA E LA PASSIONE SENILE PER UNA DONNA DI CUORI. È IL MICIDIALE MIX CHE HA DANNATO SCIABOLETTA. “COMPLETAMENTE ASSERVITO” A CHIARA RIZZO IN MATACENA 2. LA “LEONESSA” SI PALLEGGIA L’EX MINISTRO PER I SUOI SCOPI, CIOÈ PORTARE IL MARITO DA DUBAI A BEIRUT, MENTRE LUI BRUCIA DI GELOSIA: LA FA SEGUIRE, CONTROLLARE, PEDINARE. FA RACCOGLIERE NOTIZIE SU DI LEI, ANCHE DALLA POLIZIA, E NE FA UN DOSSIER 3. SCAJOLA E BILLÉ, IL POTENTE EX PRESIDENTE DI CONFCOMMERCIO, HANNO PAURA CHE LA BELLA CHIARA RIVELI A UN FANTOMATICO “ORCO” QUALCOSA DI “PERICOLOSO” PER I DUE 4. L’ORCO SAREBBE FRANCESCO BELLAVISTA CALTAGIRONE, CHE SECONDO GLI AGENTI DELLA DIA HA UNA LIAISON CON LEI, FATTO CHE AVREBBE MANDATO SU TUTTE LE FURIE SCAJOLA 5. LADY MATACENA, CHE PASSERÀ DALLA FERRARI DI MONTECARLO AL CARCERE DI REGGIO CALABRIA, SI INTERROGA: “AVRÒ UN LETTO DOVE DORMIRE? E MI DARANNO DA MANGIARE?”


1. SCAJOLA, TUTTO AMORE E DOSSIER
Enrico Fierro e Lucio Musolino per "il Fatto Quotidiano"

Affari, soldi, potere, la voglia matta di tornare nel girone che conta della politica e la passione per una donna. È il micidiale mix che ha dannato l'ex ministro Claudio Scajola. "Completamente asservito" a Chiara Rizzo, la moglie del latitante Amedeo Matacena. Donna affascinante, intelligente, combattiva. Una leonessa.

L'ex ministro dell'Interno è pronto ad aiutarla nell'opera di "spostamento" del marito da Dubai, dove ha trovato un momentaneo e precario asilo, nel più ospitale Libano. Ne asseconda le esigenze, i bisogni, anche i capricci quando serve. Si tormenta per lei che ha una vita e relazioni spericolate. Brucia di gelosia, fino al punto da farla seguire, controllare, pedinare. Fa raccogliere notizie su di lei e le racchiude in un dossier.

Ingaggia una donna che vive a Bordighera e che usa utenze telefoniche francesi, "convenzionalmente chiamata Spino", come si legge nelle carte dell'inchiesta della procura di Reggio Calabria, e la incarica di "curare" l'ignara Rizzo nei suoi spostamenti in territorio francese e monegasco. Scajola voleva sapere tutto della donna, anche a chi fosse intestata la fiammante Porsche Cayenne con la quale la bionda Chiara attraversava le dorate strade di Montecarlo. Per questo incarica un poliziotto suo amico di fare ricerche oltre confine.

PORSCHE E PANFILI
Quando la Spino, autrice degli appunti per il dossier, rivela alla segretaria di Scajola che l'auto è stata vista più volte ferma al porto di Monaco nei pressi dell'imbarcadero dove è attraccato il panfilo di alcuni russi "poco raccomandabili", la gelosia dell'ex capo del Viminale esplode.

Ma non si tratta solo di pene d'amore. In mezzo c'è il business, i danari, gli affari di Scajola e dei suoi amici, particolarmente di Sergio Billé, l'ex presidente della potentissima Confcommercio. Scajola e Billé, notano gli investigatori della Dia di Reggio Calabria, hanno paura che la bella Chiara riveli all'Orco qualcosa di particolarmente "pericoloso" per i due.

Si tratta di un nome in codice che in un primo momento viene attribuito all'armatore professor Francesco D'Ovidio Lefevbre, cognome noto fin dai tempi dello scandalo degli aerei Lockeed e di Antelope Cobbler, poi tutto si chiarisce. L'Orco che potrebbe far saltare gli affari dell'ex ministro e del pasticciere di Messina, è il costruttore Francesco Bellavista Caltagirone.

Anche per lui, come per Chiara Rizzo, Scajola organizza una particolare sorveglianza, affidandosi ai servigi del sovrintendente di Polizia Michele Quero, che avrà il compito di monitorarne i movimenti e gli spostamenti aerei. E questa volta non sono solo affari, perché ritorna la gelosia. Il sospetto (si legge nelle note della Dia) è che Chiara intrattenga una "relazione extraconiugale" con l'Orco.

Una foto scattata dagli 007 della Dia il 12 febbraio di quest'anno, ritrae Francesco Bellavista Caltagirone e Chiara Rizzo agli arrivi internazionali dell'aeroporto di Fiumicino. Lui in giacca sportiva di velluto e pashmina rossa, lei con gli occhi nascosti dietro vistosi occhiali da sole. Scajola e Caltagirone, s'erano tanto amati, ma ai tempi della costruzione del porto turistico di Imperia.

Un affare da centinaia di milioni di euro che travolge l'ex ministro e il costruttore e che nel 2010 fa scattare una inchiesta giudiziaria. Il politico e il re del mattone vengono accusati di associazione a delinquere, tre anni dopo il gip dispone l'archiviazione per entrambi, per Caltagirone, invece, rimane in piedi l'accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato. Quali siano le rivelazioni che Chiara Rizzo poteva fare all'Orco, e in grado di allarmare Scajola e Billé, non è ancora chiaro.

L'unico dato certo è che la diabolica Chiara cerca di tutelare la vera identità di Bellavista Caltagirone, facendo intendere che Francesco fosse un altro, ancora una volta il Lefevbre D'Ovidio. Un chiacchiericcio che fece indispettire la sua amica Marzia Lefevbre D'Ovidio, parente dell'armatore, fino a farle litigare ferocemente. Ed è all'Orco che la moglie di Matacena telefona il 16 gennaio. È su un aereo con Claudio Scajola i due hanno un appuntamento importante a Roma per affrontare la vicenda dello spostamento in Libano di Amedeo Matacena.

LA SCENEGGIATA SULL'AEREO
All'improvviso Chiara fa "una sceneggiata", simula una telefonata urgente della madre che la avvisa della improvvisa malattia del figlio, si dispera e chiede al comandante di scendere. Scajola è paonazzo dalla rabbia e dalla vergogna, mentre la donna viene fatta uscire dall'aereo. L'ex ministro dell'Interno della Repubblica italiana rimane al suo posto.

È un pezzo di ghiaccio, lei, invece è raggiante e telefona all'Orco: "Sono uscita dall'aereo, mi hanno presa per pazza. Vieni a prendermi all'aeroporto." Diciassette giorni dopo, Claudio Scajola non ha ancora smaltito la rabbia. È furioso. "Senti figliola, basta balle, basta sotterfugi, su, uno dice le cose com'è, ognuno ha il coraggio delle sue posizioni nella vita, no... nella vita".

Chiara è indispettita. "Riattacca e chiude la conversazione", annotano gli agenti della Dia. La passione va bene, ma gli affari sono affari. A garantire un link col Libano è Vincenzo Speziali, calabrese e nipote dell'omonimo senatore del Pdl. Ha sposato una cittadina libanese, vive tra Beirut e Catanzaro, e nel paese dei cedri ha ottimi rapporti con Gemayel, il leader dei cristiano maroniti. In Libano sta per giurare il nuovo governo, lo spostamento di Matacena ora è possibile.

Il 7 febbraio riceve una accorata telefonata di Scajola. "Tu pensi che riusciamo a farla accogliere" (la richiesta di asilo per Matacena). Speziali sicuro: "Sì, perché adesso ho un interlocutore. Ho fatto tutto nei minimi dettagli." Tutto bene, Scajola informa Chiara Rizzo: "Quello che doveva avvenire è avvenuto, venerdì fanno il giuramento (il riferimento è al nuovo governo di Beirut, ndr). Da questo momento possiamo considerarci operativi." Chiara è contenta, e l'8 aprile, parlando con Scajola, accenna, ma con scetticismo, alla lettera di Gemayel.

"È autografa. Eh cazzo, il programma è quello lì, tenetevelo stretto è anche autografo. Eh, Ciccia", la rassicura Scajola. Rassicurante è anche Speziali: "Ho fatto una cosa più difficile, quella per Sergio, figurati questa."

Sergio è Billé, l'ex padre padrone della Confcommercio, finito nel tritacarne dello scandalo dei "furbetti del quartierino." Anche lui gode dei servigi del calabro-libanese Speziali, che il 16 gennaio, dopo l'incontro romano con Scajola sull'affaire Matacena, lo accompagna in Libano. Qui Sergio Billé doveva definire, notano gli uomini della Dia, "un affare che vede coinvolto il maggiore responsabile della banca d'affari russa in Libano".

LA SCORTA SEMINATA
Quanti soldi e uomini d'affari ruotavano attorno a Scajola. L'ex ministro il 15 gennaio semina la scorta e con la sua auto personale si fionda a Bernareggio, provincia di Monza e Brianza. Chiara è con lui. Lei scende dall'auto alle 10,56 e si dirige alla "Giorgi-Marconi spa", dove si trattiene fino alle 13,40. Per quasi tre ore Scajola è solo, passeggia nervosamente ma non sale mai.

A fargli compagnia, ma da lontano, gli uomini della Dia che filmano quella scena ridicola. Chi c'era all'incontro? Uomini d'affari già noti alle cronache degli scandali. A bordo di un suv c'è Loredana Crippa, la moglie di Gabriele Sabatini, già finito nei guai per intestazione fittizia dei beni di Salvatore Izzo, un napoletano ritenuto "soggetto mafioso." Sabatini è in stretti rapporti con Paolo Berlusconi, col quale nel 2012 vuole fare un grande affare in Russia, la costruzione di case prefabbricate per un miliardo di euro.

Insieme volano spesso a Mosca, sempre accompagnati da Massimo Sergio Dal Lago, altro imprenditore presente nei discorsi della Chiara Rizzo. È un pentolone zeppo di affari quello scoperchiato da Giuseppe Lombardo, il pm della procura di Reggio Calabria. Tutto inizia con le tangenti di Francesco Paolo Belsito, tesoriere della Lega di Bossi, e con uno studio d'affari in via Durini a Milano.

Qui, al calabrese Bruno Mafrici, Amedeo Matacena chiedeva denari per "The black swan", la sua barca da 40 metri. Ma nelle mani di Mafrici circolavano anche i soldi della 'ndrangheta, quella più potente e che fin dagli anni Settanta del secolo passato mise le mani sulla Costa Azzurra: la cosca di don Paolino De Stefano.

La 'ndrangheta che ha sempre guardato agli affari e alla politica che conta. Regista dello studio milanese, Lino Guaglianone, un passato nei Nar fascisti, e qui circolava anche Paolo Martino, referente milanese della 'ndrangheta dei De Stefano.


2. DAL ROSSO FERRARI ALL'INCUBO MANETTE
Silvia Truzzi per "il Fatto Quotidiano"

L'immagine di lei che non scordiamo è quella della Ferrari. Bionda, vaporosa, formosa vampissima, fasciata in un paio di pantaloni di pelle, voluttuosamente distesa su un'auto di lusso: forse Chiara Rizzo Matacena rimarrà per sempre, nell'immaginario collettivo, la femme fatale della Ferrari.

Le foto dell'avvenente signora (figurava tra le undici più belle del Principato di Monaco, dove viveva) avevano fatto il giro di tutti i siti d'informazione quando, una decina di giorni fa, era stato arrestato il suo amico, nonché ministro dell'Interno del secondo governo Berlusconi, Claudio Scajola.

Un amico, davvero carissimo, che le metteva addirittura a disposizione la scorta personale per spostamenti più sicuri (la circostanza indignò non poco l'opinione pubblica perché mentre lui era ministro dell'Interno fu negata la scorta a Marco Biagi, il giuslavorista che fu poi ucciso dalle nuove Br).

Ma nei guai fino al collo c'era anche lady Monaco, considerata dagli inquirenti "l'anello di congiunzione indispensabile" per "l'intera operazione di mascheramento" del marito Amedeo Matacena (sfuggito a un mandato di cattura per concorso esterno in associazione mafiosa), dunque indagata e a sua volta raggiunta da un provvedimento di custodia cautelare in carcere.

Ieri tutto questo si è tradotto in altre foto, di ben diverso sapore: la donna, che era stata arrestata all'aeroporto di Nizza domenica scorsa e aveva atteso in carcere a Marsiglia l'esecuzione della richiesta di estradizione, è arrivata in Italia. Le autorità francesi l'hanno condotta a Ponte San Luigi e consegnata a un nutritissimo (forse esagerato) schieramento di colleghi italiani.

C'erano anche giornalisti, cameramen e fotografi che hanno immortalato l'altra Chiara Rizzo, in jeans e maglietta: occhiali scuri, molto imbarazzo, una bottiglietta d'acqua in mano, una borsa da viaggio (di Louis Vuitton, nei particolari c'è Dio) al seguito. Appena ha incontrato gli agenti italiani si è rivolta a loro così: "Voglio stare con voi".

Poi ha chiesto di poter telefonare ai suoi avvocati e soprattutto che le venissero tolte le manette. Il suo viaggio è proseguito in auto fino a Genova e poi in volo verso Roma, quindi a Reggio Calabria. Incalzata dai cronisti a Fiumicino, ha abbassato lo sguardo e ha fatto cenno di non voler parlare.

Riferiscono le agenzie che è apparsa tiratissima, preoccupata, molto provata. E non è difficile capire perché, se si accostano le immagini della sua vita precedente con quelle che la ritraggono agli arresti. Niente trucco, niente abiti costosi, un passato di fasti e un futuro di guasti: passare da Rue princesse Charlotte a una prigione calabrese è un salto notevole. Le sue allarmate (e ingenue, per essere gentili) domande, al momento dell'arresto in Francia, erano state: "Avrò un letto dove dormire? E mi daranno da mangiare?".

Qualche anno fa un facoltoso faccendiere venne arrestato da un pubblico ministero piemontese: ancora prima di arrivare al carcere di Opera, non proprio un hotel a cinque stelle, come prima cosa chiese ai suoi legali di fargli pervenire entro sera le pantofole di Gucci.

Non gli sarebbero mai arrivate, ma la cosa continuò a costituire motivo di grandi lamentele: per uno abituato a certi lussi, finire dentro vuol dire essere privato della libertà, ma anche perdere notevoli comodità, diceva l'avvocato del faccendiere. Sarebbe a dire che il carcere è più duro per i signori che per i poveri cristi? Naturalmente non è così: solo che i poveri cristi, se li arrestano, non se li fila nessuno.

Non ci sono mai polemiche se vengono portati in manette in un'aula di giustizia (una su tutte quella seguita alle immagini di Enzo Carra, ex portavoce di Forlani, immortalato in manette in piena Mani Pulite). Forse perché, nel cassetto dei ricordi, i poveri cristi non hanno una Ferrari a Montecarlo.

 

 

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