BANCHE TROPPO POPOLARI – BRUNETTA ATTACCA A TESTA BASSA: FUGA DI NOTIZIE DALLE STANZE DEL GOVERNO A FAVORE DI CHI HA FINANZIATO LA CAMPAGNA ELETTORALE – “RENZI RITIRI IL DECRETO”

Renato Brunetta per “il Giornale

 

C'è del marcio in Etruria. Vorrei fare un pezzo filosofico, ma che filosofia si può fare davanti a un furto con destrezza? Il problema è capire chi ha fornito il trapano per aprire la cassaforte. Costoro, infatti, hanno utilizzato conoscenze, dirette o indirette, informazioni chirurgiche relative al decreto sulle Popolari da trasformare in Spa, per comprare e vendere azioni. Il tutto molto, ma molto vicino a persone, ambienti, stanze di Palazzo Chigi. Insomma rischia di venire giù Roma, come accadde per lo scandalo Banca Romana. 

RENATO BRUNETTARENATO BRUNETTA


Stavolta ci troviamo di fronte a piccole banche, una delle quali in gravissime difficoltà, al punto che nei giorni scorsi è stata commissariata da Banca d'Italia. Non prima però che il valore di ogni singola azione sia balzato in alto: +62,17% nella sola settimana di borsa tra il 19 e il 23 gennaio 2015, quella del varo del decreto del governo, per la Banca popolare dell'Etruria e del Lazio. Il cui vicepresidente è il padre del ministro Maria Elena Boschi, anch'essa azionista della banca (e il fratello ne è dipendente).


Il più attivo in questo fenomeno di spostamenti azionari è stato il fondo di Davide Serra da Londra, punto di riferimento e consigliere del premier in materia di finanza. Il paragone con Banca Romana ci sta, fatta salva la diversa statura del personaggio Giolitti.

Premio Guido Carli Fedele Confalonieri Ignazio Abbrignani Giuseppe Vegas Premio Guido Carli Fedele Confalonieri Ignazio Abbrignani Giuseppe Vegas


Che il tema fosse «caldo» si è capito fin da subito. Ma la gravità sta venendo fuori giorno dopo giorno. A far deflagrare la già scottante miccia è stata l'approfondita e dettagliata audizione di mercoledì scorso, in commissione Finanze della Camera, del presidente della Consob, Giuseppe Vegas, nell'ambito della quale è stato messo nero su bianco il sospetto di insider trading, anche grazie a una ricostruzione puntuale, attraverso notizie di stampa e tweet (uniche informazioni disponibili al pubblico, fatto già di per sé anomalo, data la delicatezza dell'argomento) dei «movimenti» del governo e degli amici del governo dal 3 gennaio 2015 al 9 febbraio 2015, dell'andamento in borsa nonché, con particolare riferimento alla Banca Etruria, degli accadimenti non del tutto trasparenti verificatisi tra l'11 agosto 2014 e il 9 febbraio 2015.

 

davide serra  nozze carraidavide serra nozze carrai

È così che la gravità di quanto stava avvenendo è balzata agli occhi della Banca d'Italia, che ha commissariato la Banca dell'Etruria; della procura di Roma, che ha subito aperto un'indagine; e della Guardia di finanza, braccio operativo di entrambi questi ultimi.


Al di là delle plusvalenze effettive o potenziali di quei geni (si fa per dire) che hanno comprato azioni delle Popolari prima del decreto per poi rivenderle a prezzi ben più alti, quel che è grave è che, a quanto pare, potrebbero essere stati i membri del governo a comunicare in anticipo ai finanziatori della loro campagna elettorale le imminenti decisioni dell'esecutivo.

DAVIDE SERRA ALLA LEOPOLDA DAVIDE SERRA ALLA LEOPOLDA


Così sembra, infatti, che siano andate le cose in quel di Londra, presso gli uffici del Fondo Algebris: all'annuncio da parte del governo, il 16 gennaio 2015, di voler riformare il sistema delle banche popolari, hanno fatto seguito imponenti operazioni di borsa. Tanto per avere un'idea dei numeri: le azioni di Banca Etruria sono aumentate del 62,17% in quattro giorni contro un andamento del comparto bancario dell'8,68%. Al secondo posto il Credito Valtellinese: +30,93%.


Quindi tutte le altre 6 banche popolari che nei propositi del governo dovevano rientrare nell'ambito del decreto. Con un'ulteriore stranezza: il requisito dimensionale individuato (un attivo totale pari a 30 miliardi di euro) è stato ridotto a 8. È così sono rientrate Credito Valtellinese, Popolare di Bari e Banca Etruria, che interessano all'esecutivo. La cosa più impressionante è vedere i grafici che hanno accompagnato la relazione di Giuseppe Vegas. Tre giorni di fuoco con utili da capogiro.

 

il presepe de noantri vespa e maria elena boschiil presepe de noantri vespa e maria elena boschi

Potenza dell'intuito: si è giustificato Davide Serra, con un susseguirsi di tweet e comunicati stampa. «Algebris Investiments ha investito fin dalla sua nascita, nel 2006, nel settore bancario e assicurativo italiano». Quindi nessun possesso di informazioni privilegiate. Se poi il valore delle azioni è lievitato è solo una coincidenza del destino. Come semplice coincidenza è il fatto che la Banca popolare dell'Etruria e del Lazio abbia nel board, con la carica di vicepresidente, Pier Luigi Boschi, il padre del ministro Maria Elena. Anch'essa azionista dell'istituto di credito caro, come notano i maligni, a Licio Gelli. Conti che in qualche modo tornano, visti i vecchi gossip sulle frequentazioni di famiglia dei nostri attuali governanti fiorentini.

maria elena boschimaria elena boschi


Ed è sempre un caso che sia stata questa banca a registrare, tra tutte le popolari coinvolte nell'affaire, gli incrementi maggiori. Una banca talmente solida (siamo ironici) da giustificare, prima del rally di borsa, ben due preoccupate ispezioni della Banca d'Italia, seguite dal commissariamento. E da suffragare l'ipotesi di «ostacolo alla vigilanza» e il timore di «operazioni occulte» su cui sta indagando la procura di Roma, e che si aggiungono ai sospetti di insider trading.

 

Ancora una volta, come accaduto con la merchant bank che non parlava inglese, per ricordare come Guido Rossi qualificò la presidenza di Massimo D'Alema a palazzo Chigi, si è di fronte al solito gioco. Allora, tuttavia, c'erano «capitani coraggiosi» che stavano scalando il cielo, in formato Telecom. Oggi siamo, invece, di fronte a un pugno di speculatori che entrano in borsa, acquistano tutto quello che c'è da acquistare e dopo un paio di giorni lo rivendono, portandosi a casa un malloppo fatto di plusvalenze milionarie.

 

Non è una bella immagine per il Pd, che una volta era il partito delle mani pulite, pronto a denunciare conflitti d'interesse e ipotetici falsi di bilancio. Questa volta, tuttavia, l'episodio è ben più grave. Ricorda da vicino un vecchio scandalo della storia d'Italia: quello della Banca romana. La grande speculazione edilizia che portò alla nascita del quartiere di Prati a Roma. Finanziata con l'emissione arbitraria di carta moneta, e la copertura politica di Palazzo Chigi. Giovanni Giolitti da un lato e Francesco Crispi dall'altro: accusati da Bernardo Tanlongo, che della ex Banca pontificia era il governatore, di aver percepito mazzette e cointeressenze nel gioco della grande speculazione fondiaria e di essere quindi i corresponsabili del successivo fallimento dell'istituto di credito.

PIER LUIGI BOSCHIPIER LUIGI BOSCHI

 

La sede della presidenza del Consiglio, che allora stava al Viminale, era divenuta un centro di affarismo con le prime riforme volute da Agostino Depretis, il grande trasformista. Riforme che avevano portato all'addomesticamento del Parlamento, i cui poteri furono depotenziati per favorire il formarsi di maggioranze occasionali continuamente addomesticate dal grande domatore.


Episodi che dovrebbero far riflettere, nel momento in cui si fanno più o meno le stesse cose, con riforme ritagliate sugli interessi terreni dell'attuale premier. Sul decreto banche popolari la sua, oggi, è una posizione lose-lose: portarlo avanti aggrava l'accusa di «connivenza» del governo con chi ha speculato. Ritirarlo vorrebbe dire per Renzi ammettere le responsabilità del suo esecutivo. Cui non possono che seguire dimissioni immediate.

RENZI E BOSCHI NEL PRESEPERENZI E BOSCHI NEL PRESEPE


Altro che spread, che nel 2011 ha mandato a casa, con l'imbroglio, l'ultimo governo legittimamente votato dai cittadini. Dalle carte del processo di Trani sulla manipolazione del mercato avvenuta in quell'estate-autunno 2011 da parte delle agenzie di rating sta emergendo che il danno erariale che ne è derivato ammonta a 120 miliardi di euro. Tanto ci è costato il complotto. Non vorremmo che al conto già salato che i cittadini italiani devono pagare, si aggiungesse anche il gravissimo obbrobrio delle banche popolari. Il governo ritiri il decreto, e il premier si faccia carico in prima persona dello scotto dei suoi errori e della sua spocchia. Quando esagerano, le volpi finiscono in pellicceria, direbbe l'Amleto dei giorni nostri.

 

 

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